2009/07/31

Moontruth.com, il video che "rivela" la messinscena

di Paolo Attivissimo

Numerosi lettori e visitatori di questo blog hanno segnalato in questi giorni un video circolante in varie versioni su Internet (una è qui su Youtube), che sembra mostrare un "ciak" sbagliato della discesa di Neil Armstrong sulla Luna e segnala il sito Moontruth.com.

La storia che c'è dietro questo filmato è curiosa e dimostra molto efficacemente uno dei problemi dell'informazione via Internet: la facilità con la quale un testo, una foto o un video possono essere tolti dal loro contesto originale per assumere significati radicalmente differenti.

Il sito Moontruth.com oggi è un guscio vuoto: è di proprietà di una delle tante società specializzate nell'accaparramento di nomi di dominio un tempo celebri. Moontruth.com divenne infatti celebre alcuni anni fa, nel 2002, proprio per questo stesso video, tanto che svolsi un'indagine antibufala apposita.

Pubblicata inizialmente su Attivissimo.net, l'indagine fece emergere, grazie anche al contributo dei lettori, che si trattava di un video-burla diffuso di nascosto da un'agenzia pubblicitaria, The Viral Factory di Londra, per far parlare di sé, secondo la tecnica nota non a caso come marketing virale, con tanto di indizi nascosti e pagine segrete.

La tecnica del marketing virale è semplice. L'agenzia pubblicitaria crea un filmato strano e lo “semina” in un numero ridotto di siti e lo manda a un certo numero di persone, senza rivelare che si tratta di uno spot e senza dire di essere un'agenzia. Questi “primi contatti”, affascinati o divertiti da quello che hanno visto, mandano il video ad altri o invitano a visitare il sito che ospita il video, e chi vede il filmato vede anche il messaggio promozionale dello sponsor. Che però in questo video lunare non c'è, perché serve all'agenzia stessa per farsi conoscere.

Da allora si è persa traccia di quest'origine e oggi il video circola senza che sia chiara la sua natura originaria, suscitando perplessità e dubbi negli utenti di Internet.


Moontruth.com nel 2002


Al suo debutto nel 2002, il sito Moontruth.com conteneva questo filmato, sostanzialmente identico a quello circolante in Rete oggi, e riportava nella pagina iniziale questo testo, come si può vedere tuttora nell'archivio storico di Archive.org (l'immagine è cliccabile per ingrandirla):



Apollo 11 Moon Landing Footage Out-take

If you're at this page because you've just seen an amazing piece of footage showing the Apollo 11 moonlanding to have been shot in a studio, then read on. If you haven't seen the clip, click the link below, and prepare to be amazed.

At 4:17 p.m. Eastern Daylight Time, on July 20, 1969 Neil Armstrong was seen on television by millions of people around the world apparently walking on the surface of the moon, and making one giant leap into the pages of history. BUT DID HE? Conspiracy theories abound on the Internet.

The piece of footage you just saw answers the question - but raises a lot of others. We don't know the answers to all these questions - but here is what we do know:

1) Is it real?
Yes. This footage was clearly shot in a studio, and is clearly meant to represent the Apollo 11 moon landing. The attention to detail is staggering. The intention is clearly to fool viewers into believing that it is genuine.

2) Is it conclusive?
No. There is no proof that because this was shot in a studio, the moon landing was necessarily faked. But we do know that the original non-digital footage was destroyed and that certain (dangerous) people are very angry that this clip has leaked.

3) How did we get it?
We did not get it directly from a NASA source. Our source is well placed to vouch for the authenticity of the footage and had links with the makers of 2 recent documentaries, one for the BBC and one for CNN about the moonlanding conspiracies. We cannot possibly reveal his identity, and probably never will be able to. His position is more dangerous than you might imagine.

4) Why haven't I seen it before?
The footage has been buried for over 30 years. All the original stock, except this cut, was destroyed. We have had it for over 2 years and in that time have (anonymously) approached almost every large TV network owner to sell the rights. Without exception they were interested and offered to buy it. At one point they were also Then, also without exception they changed their minds and started to try to find out who we were. At that point we stopped dealing with them. It was scary as hell.

5) How, when and where was it made?
It was made in 1965, judging by the camera it was shot on - an Ikegami Tube Camera. We have evidence that the footage was shot outside the US - possibly in Europe, by a foreign crew.

6) Who is inside the suit?
Not one of the original astronauts. In fact, they are totally unaware that this footage was ever shot. The guy in the suit is an actor called Symond Lewis.

7) Why is it on the Internet and not on TV?
See point 4

8) What is NASA's reaction to this footage?
They have refused to comment. But we have recently heard that they are stepping up efforts on a huge PR campaign to convince us all that the Apollo moonlandings all took place.


Click HERE to view the clip


Leggendo attentamente il testo della pagina iniziale si poteva intuire tra le righe che gli autori stavano usando frasi ambigue per indicare che si trattava di uno scherzo: per esempio, al punto 1 il testo diceva che "Questo filmato è stato chiaramente girato in uno studio ed è evidente che intende rappresentare l'allunaggio dell'Apollo 11. L'attenzione prestata ai dettagli è stupefacente. L'intenzione è chiaramente quella di ingannare gli spettatori e far loro credere che è autentico". Parole che, se ci si riflette un attimo, sono perfettamente calzanti nel descrivere l'intenzione della burla: ingannare gli spettatori e far loro credere che si trattasse di un filmato autentico della NASA.

La cosa più simpatica e sofisticata è che se all'epoca si cercavano nella cache di Google le parole chiave lasciate appositamente dagli autori (“Ikegami Tube Camera”, “Symond Lewis”), si scopriva che il sito aveva delle pagine aggiuntive non linkate, oggi conservate presso Archive.org, che spiegavano tutti i veri retroscena, e che gli autori avevano rimosso intenzionalmente, sapendo che sarebbero però rimaste temporaneamente nella cache di Google, a disposizione di chi sapeva usare bene i motori di ricerca.

Per chi non ha familiarità con la cache di Google, funziona così: Google esplora in continuazione la Rete, e ne scatta delle “istantanee” che tiene in un'apposita memoria, che si chiama appunto “cache”. Siccome passa un po' di tempo fra una visita e l'altra di Google a un certo sito, spesso l'istantanea nella cache risale a diverso tempo fa e quindi non rispecchia la situazione attuale del sito.

Una delle conseguenze di questa situazione è che nella cache di Google rimane una sorta di “eco” di com'era un sito anche dopo che il sito è stato cambiato o addirittura eliminato. Moontruth.com è stato un elegante esempio di come si può sfruttare questo fenomeno per giocare con la Rete.

Ecco il testo di una delle pagine “nascoste” nella cache di Google, che salvai nel 2002 e oggi è archiviato presso Archive.org, seguito dalla mia traduzione.

L'originale in inglese

Apollo 11 Moon Landing Footage Out-take - How Did We Do It? -

We shot on original 1960's Ikegami Tube Camera in Mount Pleasant Studios in London. The guy in the suit is an actor. The rest of the 'cast' were basically the crew, who thought the idea was very funny and wanted to be in it.

The landing craft and 'moonscape' were a set built by our art director, Richard Selway. The ladder that 'Neil' descends was made according to original blueprints that were downloaded off the Net. The rest of the set was built to match the original as closely as possible.

The moon surface was cement dust. It was disgusting. Even with the studio ventilation on full it got everywhere, and at one point there was so much of it floating round, the lights were flaring really badly.

The footage was treated in post-production to give 'Neil' his weightlessness and the ghosting effect of the original. We re-recorded and processed the soundtrack to recreate the effect of sound traveling al the way from the moon.

We think it's pretty convincing, and one thing's for damn sure - it was a lot cheaper than really going to the moon.


La mia traduzione

La “papera” del filmato dell'allunaggio dell'Apollo 11: come l'abbiamo realizzata?

Abbiamo girato usando una telecamera a tubo Ikegami originale degli anni Sessanta, presso i Mount Pleasant Studios, a Londra. La persona nella tuta spaziale è un attore. Il resto del “cast” è praticamente la troupe, che ha pensato che si trattasse di un'idea molto divertente e ne voleva fare parte.

Il veicolo di allunaggio e il “paesaggio lunare” erano un set costruito dal nostro art director, Richard Selway. La scaletta lungo la quale scende “Neil” è stata realizzata in base ai disegni tecnici originali scaricati da Internet. Il resto del set è stato costruito in modo da rispecchiare l'originale il più fedelmente possibile.

La superficie lunare era polvere di cemento. Era disgustosa. Anche tenendo al massimo la ventilazione dello studio, si intrufolava dappertutto, e a un certo punto ne fluttuava così tanta che le luci producevano una quantità di riflessi indesiderati.

Il filmato è stato elaborato durante la post-produzione per dare a “Neil” la sua leggerezza e l'effetto cometa dell'originale. Abbiamo riregistrato ed elaborato l'audio per ricreare l'effetto del suono che arriva dalla luna.

Pensiamo sia piuttosto convincente, e una cosa è certa: è costato molto meno che andare davvero sulla Luna.


Un'altra pagina nascosta dava i nomi degli autori, della troupe e dell'agenzia pubblicitaria, che risultava inoltre titolare del nome di dominio Moontruth.com. Questi sono infatti i dati whois del 2002:

Domain Name.......... moontruth.com
Creation Date........ 2002-09-27
Registration Date.... 2002-09-27
Expiry Date.......... 2003-09-27
Organisation Name.... The Viral Factory
Organisation Address. 51 - 53 Mount Pleasant
Organisation Address. London
Organisation Address. WC1X 0AE
Organisation Address. GREAT BRITAIN (UK)
Admin Name........... Matthew Smith
Admin Address........ 51 - 53 Mount Pleasant
Admin Address........ London
Admin Address........ WC1X 0AE
Admin Address........ GREAT BRITAIN (UK)
Admin Email.......... matthew@theviralfactory.com
Admin Phone.......... 442072429559


Un altro indizio rivelatore presente nel filmato originale è il fatto che "Neil" nel video dice "Sorry, Mr. Gorski", che è un'allusione a una celebre storiella salace che riguarda le parole pronunciate da Neil Armstrong durante la sua escursione lunare.

Insomma, si tratta di un autentico falso filmato: quindi chi crede che questo filmato provi la messinscena della NASA si è fatto imbrogliare due volte.

2009/07/28

Prime immagini dal filmato 16mm (UPD 20090730)

di Paolo Attivissimo. L'articolo è stato aggiornato dopo la pubblicazione iniziale.

Stanno arrivando da Footagevault.com i gigabyte di riversamenti in HD della ripresa in 16mm dello sbarco dell'Apollo 11 acquistati grazie alla raccolta di fondi per il documentario Moonscape. La qualità di questa ripresa, effettuata dalla cinepresa automatica montata dietro il finestrino destro del modulo lunare, è decisamente interessante. Vi offro qui sotto in anteprima alcune porzioni di fotogrammi significativi. Sottolineo che ad eccezione dell'ultima immagine, questi sono ingrandimenti di piccole parti dell'intero fotogramma, per dare un'idea di quanti dettagli visivi e tecnici emergano da questa versione restaurata e riscandita.

Tutte le immagini sono cliccabili per ingrandirle.

Armstrong e Aldrin montano la bandiera. La visiera riflettente dell'astronauta più a destra è alzata.


Aldrin calcia la polvere lunare per vederne il curioso comportamento: produce una raggiera che si estende per vari metri e ricade bruscamente al suolo. Anche qui l'astronauta ha la visiera riflettente alzata e si intuisce il suo viso.


Armstrong e Aldrin sulla Luna.


Neil Armstrong mentre sposta la telecamera verso il punto dal quale riprenderà l'intera escursione.


Neil Armstrong a visiera alzata mentre compie i primi passi sulla Luna.


Un astronauta non ancora identificato.


Un astronauta (forse Aldrin) regge la fotocamera Hasselblad argentata.


Un fotogramma intero. L'astronauta inquadrato è Armstrong.

Il diverbio Stagno-Orlando: chi aveva ragione? [UPD 2013/04/23]

di Paolo Attivissimo, con il contributo di Giuseppe Regalzi. L'articolo è stato aggiornato dopo la pubblicazione iniziale.

È uno dei tormentoni di ogni rievocazione italiana dello sbarco sulla Luna: il battibecco fra Tito Stagno e Ruggero Orlando su quando il modulo lunare avesse davvero toccato il suolo del nostro satellite. In questi quarant'anni ne sono state dette di tutti i colori, ma vorrei proporre una piccola analisi basata sui fatti.

Grazie alla disponibilità del materiale d'archivio, possiamo per esempio procurarci l'audio originale e la trascrizione delle trasmissioni radio degli astronauti Aldrin e Armstrong durante le fasi conclusive dell'atterraggio sulla Luna e metterli a confronto con la registrazione della diretta televisiva della RAI, disponibile su Rai Teche e su Youtube.

Il primo risultato è questo: Tito Stagno esclamò il proprio celeberrimo "Ha toccato!" quando il modulo lunare era ancora a oltre 30 metri d'altezza, annunciando erroneamente l'allunaggio con 56 secondi d'anticipo.

Il secondo è che Ruggero Orlando non sbagliò nel dire “No, non ha toccato”, ma la giustificazione che abbozzò subito dopo fu errata: neppure i sensori sporgenti sotto il modulo lunare avevano toccato il suolo al momento dell'annuncio di Stagno. Il successivo annuncio di allunaggio di Orlando fu sostanzialmente corretto: arrivò con soli dieci secondi di ritardo.

Va chiarito che a favore di Stagno vanno invocate molte attenuanti: l'audio disturbatissimo degli astronauti Luna, l'assenza di un segnale TV dalla Luna (c'è solo l'audio, come del resto previsto dalla missione), la tensione di una diretta che sapeva sarebbe passata alla storia, le lunghe ore di trasmissione, e non ultima la simpatia dell'uomo. Ma i fatti sono fatti e non si possono cambiare. Procediamo con ordine ricostruendo gli eventi.

Ecco le parole di Stagno sincronizzate con quelle degli astronauti nell'ultimo minuto prima dell'annuncio errato del contatto con il suolo lunare (i numeri in grassetto sono il tempo di missione, usato come riferimento per tutti gli eventi). Dopo la pubblicazione iniziale di questo articolo ho realizzato un video, consultabile qui sotto, che sincronizza la diretta RAI con le comunicazioni radio e la ripresa in 16mm di bordo per consentire di cogliere meglio le parole degli astronauti e capire meglio la situazione.


102:43:52 Aldrin: 1 1/2 down. Ease her down. 270.

Stagno: 70 piedi.

Qui, grosso modo, inizia l'errore di percezione di Tito Stagno che lo porterà al celebre equivoco: capisce "seventy" al posto di "two-seventy" (le misure sono espresse in piedi dagli astronauti), ma non è colpa sua, perché l'audio di Aldrin è troncato (ha il microfono impostato su Vox che gli tronca la prima sillaba di ogni frase) e il "two" nella diretta non si sente (molti vuoti nell'audio sono stati colmati in seguito nelle trascrizioni grazie al registratore a bordo del modulo lunare). Questo gli fa credere che il modulo lunare (LM) sia a 21 metri d'altezza quando in realtà è ancora a 82 metri dal suolo.

102:43:58 Armstrong: Okay, how's the fuel?

102:44:00 Aldrin: Eight percent.

102:44:07 Aldrin: 250, down at 2 1/2, 19 forward.

Stagno: Sono ormai a 25 metri dal suolo lunare.

In realtà Armstrong e Aldrin sono a 250 piedi (76 metri) d'altezza, stanno scendendo a 2,5 piedi (76 cm) al secondo e hanno una velocità orizzontale di 19 piedi al secondo (circa 21 km/h) rispetto alla superficie lunare.

102:44:13 Aldrin: Altitude (and) velocity lights (on).

Aldrin sta avvisando Armstrong che si sono accese le spie che indicano che il computer non sta ricevendo dati validi dal radar di atterraggio.

Stagno: È questo il momento più delicato...

102:44:16 Aldrin: 3 1/2 down, 220 feet, 15 forward.

Stagno: Continuate la discesa a vostro giudizio, 20 piedi...

Qui il "two-twenty" si sente chiaramente, ma Stagno lo interpreta come "twenty". Per lui il LM è a 6 metri dal suolo, in realtà è ancora undici volte più in alto: sta a 67 metri. Inoltre il suo "Continuate la discesa a vostro giudizio", che sembrerebbe essere una frase detta dal Controllo Missione, non c'è nell'audio delle comunicazioni fra Houston e la Luna.

102:44:23 Aldrin: 11 forward. Coming down nicely. 200 feet, 4 1/2 down.

Stagno: "Vai piano", dicono da Houston.

Anche queste parole di Tito Stagno non corrispondono ad alcuna comunicazione reale dal Controllo Missione situato a Houston e sono, a quanto risulta, una sua invenzione. Del resto, non è plausibile che durante un momento così teso i controllori della missione disturbino la concentrazione dei due astronauti intromettendosi per dare un generico “Non correre, papà”.

102:44:26 Aldrin: 5 1/2 down.

Stagno: Cinque piedi e mezzo... due metri...

Qui il cronista confonde la velocità di discesa con l'altitudine. Aldrin dice "down" per indicare appunto che si tratta di una velocità di discesa in piedi al secondo, ma Stagno crede che stia dicendo che il modulo lunare sta a un metro e sessanta dal suolo. Se così fosse, le aste situate sotto le zampe del modulo, lunghe 68 pollici (173 cm; dato tratto da Apollo 11, the NASA Mission Reports, pag. 161, fig. 18), avrebbero già dovuto toccare terra e i loro sensori avrebbero già dovuto segnalare in cabina il contatto.

Foto NASA AS11-44-6581: il modulo lunare dell'Apollo 11, fotografato durante la missione, mostra le tre aste di rilevamento del contatto situate sotto le zampe. L'asta manca sulla zampa dotata di scaletta per evitare che dopo l'allunaggio costituisca un ostacolo per la discesa al suolo degli astronauti.

102:44:31 Aldrin: 160 feet, 6 1/2 down. 5 1/2 down, 9 forward.

Stagno: "Piano ancora", dicono da Terra...

Aldrin: You're looking good.

Anche questa frase attribuita al Controllo Missione sembra inventata di sana pianta.

102:44:40 Aldrin: 120 feet.

Stagno: "Go!"

Non è chiaro se questo sia un momento di tifoseria personale di Stagno o se il cronista attribuisca al Controllo Missione anche quest'espressione.

È a questo punto, durante una pausa nelle comunicazioni radio, che Tito Stagno si volta alla propria sinistra, come a controllare un monitor o ricevere un cenno di conferma, ha un attimo di esitazione e poi esclama:

Stagno: "Ha toccato! Ha toccato il suolo lunare!".

In realtà l'ultimo dato altimetrico trasmesso da Buzz Aldrin indica che il LM è ancora a 120 piedi, vale a dire 36 metri, dal suolo della Luna. Mentre parte l'applauso in studio, si ode inoltre la voce di Aldrin che scandisce ancora i dati di discesa e indica un'altezza di 100 piedi (30,5 metri).

102:44:45 Aldrin: 100 feet, 3 1/2 down, 9 forward. Five percent. Quantity light.

Aldrin sta informando il suo compagno Armstrong che si trovano ancora a 30,5 metri, stanno scendendo a poco più di un metro al secondo e viaggiano a circa 10 km/h. Cosa più importante, avvisa che s'è accesa la spia di quantità del carburante: grosso modo l'equivalente della spia della riserva di un'automobile. Entro 94 secondi dalla sua accensione, il comandante del modulo lunare deve decidere se atterrare entro altri 20 secondi oppure annullare l'allunaggio. Tutto questo si perde nell'applauso.

Poi arriva la doccia gelata di Ruggero Orlando, che inizialmente non viene sentita o viene ignorata.

Orlando: No, non ha toccato.

102:44:54 Aldrin: Okay. 75 feet. And it's looking good. Down a half, 6 forward.

Orlando ha ragione: infatti Aldrin segnala che il veicolo è ancora a 22 metri d'altezza e sta ancora scendendo e avanzando.

Stagno: Signori, sono le 22.17 in Italia, sono le 15.17 a Houston, sono le 14.17 a New York. Per la prima volta un veicolo pilotato dall’uomo ha toccato un altro corpo celeste. Questo è frutto dell’intelligenza, del lavoro, della preparazione scientifica; è frutto della fede dell’uomo. A voi Houston.

Durante queste parole, il Controllo Missione, per bocca di Charlie Duke (CAPCOM), avvisa gli astronauti: "Sixty seconds". Significa che Neil Armstrong ha un minuto per trovare un posto dove posare il modulo lunare, ma è in difficoltà perché l'area dove il computer lo sta portando è piena di massi alti 2-3 metri.

Sempre sotto le parole di Stagno, si sente Aldrin:

102:45:04 Aldrin: (Velocity) light's on. 60 feet, down 2 1/2. 2 forward. 2 forward. That's good. 40 feet, down 2 1/2. Picking up some dust. 30 feet, 2 1/2 down. (Faint) shadow. 4 forward.

Il radar fa ancora le bizze e si è accesa quindi la spia relativa (velocity light). Aldrin scandisce il ritmo di discesa e nota che il getto del motore sta spostando la polvere al suolo ("picking up some dust") e che si vede l'ombra del LM ("faint shadow"): un dato prezioso, perché gli astronauti atterrano con il sole alle spalle, nell'alba lunare, e quindi vedere la propria ombra fornisce un riscontro chiaro della propria altezza dal suolo in un ambiente nel quale non ci sono strade, case, alberi o oggetti familiari dai quali capire la distanza.

Ruggero Orlando ribadisce l'errore di Tito Stagno:

Orlando: Qui ci pare che manchino ancora dieci metri.

Anche qui Orlando ha ragione. Aldrin infatti ha appena detto "30 feet", ossia 9,15 metri. Mentre Orlando parla, si sente Aldrin che commenta le manovre di Armstrong, che sta spazzando il suolo lunare con il getto del modulo lunare, spostandosi verso destra. Il veicolo è a questo punto a sei metri d'altezza:

Aldrin: 4 forward. Drifting to the right a little. 20 feet, down a half.

Duke: 30 seconds.

Il Controllo Missione ricorda ai due astronauti che hanno trenta secondi di margine di carburante prima di dover decidere se posarsi o interrompere la discesa in emergenza.

Stagno (scuotendo vigorosamente la testa): "No, Ruggero. No, Ruggero.".

Orlando: "Ecco sto aspettando... Pronto?"

Stagno: "Se abbiamo ascoltato bene le comunicazioni fino a adesso..."

Mentre Tito Stagno e Ruggero Orlando battibeccano e la gente in studio inizia a ridere, Buzz Aldrin comunica che si è accesa la spia che indica che le aste collocate sotto le zampe del LM hanno toccato il suolo lunare (le prime parole dell'uomo sulla superficie di un altro corpo celeste sono dunque sue):

102:45:40 Aldrin: Contact light.

Orlando: Sto aspettando... no no...

Una voce fuori campo, in studio, dice "Vai tu". Aldrin, sulla Luna, comunica che il motore è stato spento:

102:45:44 Aldrin: Okay. Engine stop.

Stagno: Da due metri e mezzo non si passa a dieci. "Fermate i motori", hanno detto da Terra.

Tito Stagno crede che la voce di Aldrin sia quella del Controllo Missione e che il comando di spegnere i motori (o meglio il motore, visto che il LM ha un solo motore di discesa) debba provenire da Terra.

Orlando: Eccolo, eccolo, ha toccato in questo momento. In questo momento ha toccato...

Stavolta anche Orlando sbaglia, sia pure di poco: il modulo lunare ha già toccato da più di dieci secondi. Tito Stagno abbozza un sorriso e lancia un applauso, ma non molla il battibecco con Orlando:

Stagno: "Hanno fermato i motori in questo momento."

In questo, perlomeno, Stagno ha ragione. Mentre i due discutono, Aldrin prosegue e finalmente parla anche Armstrong:

102:45:45 Aldrin: ACA out of detent.

102:45:46 Armstrong: Out of detent. Auto.

L'ACA (Attitude Control Assembly) è una sorta di doppio joystick usato per comandare i razzi di manovra del modulo lunare. "Out of detent" indica semplicemente che non si trova nella posizione neutrale centrata. Seguono altre comunicazioni tecniche degli astronauti, che eseguono le operazioni previste subito dopo l'atterraggio.

102:45:47 Aldrin: Mode Control, both auto. Descent Engine Command Override, off. Engine arm, off. 413 is in.

Dopo che Stagno ha terminato di dire "Hanno fermato i motori in questo momento", si sente la voce del Controllo Missione:

102:45:57 Duke: We copy you down, Eagle.

Poi Stagno copre ancora le parole storiche di Neil Armstrong e l'impaperata, emozionatissima risposta di Charlie Duke:

102:45:58 Armstrong: Houston, Tranquility Base here. The Eagle has landed.

102:46:06 Duke: Roger, Twan... Tranquility. We copy you on the ground. You got a bunch of guys about to turn blue. We're breathing again. Thanks a lot.

Stagno (sopra le parole di Armstrong e Duke): C'è, praticamente, ecco, l'errore è comprensibile, perché era effettivamente atterrato quando io l'ho detto, alle 22.17 precise, ma il motore, così come si fa con un elicottero, è stato spento un pochino più tardi.

Orlando: Eh, guarda... anche...

Stagno (interrompendo): Ripetiamo, l'uomo è atterrato sulla Luna! A te, Orlando, per i commenti da Houston e la reazione da Houston.

Orlando: Sai, quella piccola differenza, quei pochi secondi di differenza nell'allunaggio, probabilmente era per dare il tempo agli astronauti, che avevano toccato il suolo lunare con dei fili che prolungano le gambe, per sentire che tutto era a posto...

Qui sembra che Ruggero Orlando stia cercando di salvare capra e cavoli, ma quello che dice è comunque sbagliato. Quando Tito Stagno ha detto che il modulo lunare aveva toccato, anche i “fili” descritti maldestramente da Orlando (in realtà le aste dei sensori) erano ben lontani dal toccare il suolo.


Ma che cosa scatenò l'annuncio di Tito Stagno?


Nel rivedere la registrazione, colpisce il fatto che Tito Stagno annunci l'allunaggio, con ben 55 secondi d'anticipo, mentre da parte degli astronauti arriva soltanto silenzio.

In varie circostanze, anche recenti (per esempio La Storia Siamo Noi e Terra!), Stagno ha affermato di aver sentito in cuffia "reached the land", che secondo lui significa "letteralmente 'ha toccato'".

Ma il cronista fece l'annuncio durante una pausa di silenzio radio, per cui non c'erano parole degli astronauti da fraintendere, e comunque nelle comunicazioni radio dalla Luna non c'è nulla che somigli a "reached the land". Espressione peraltro improbabile, perché di norma un pilota parla di "touchdown" e non usa una frase di sapore marinaresco che letteralmente significa in realtà "abbiamo raggiunto la terraferma".

La giustificazione “ufficiale”, insomma, non regge. C'è un'altra possibile spiegazione, che è racchiusa nell'immagine qui sotto e che è emersa in seguito alla scomparsa del grande anchorman statunitense Walter Cronkite.



I dettagli di questa ipotesi, che credo sia inedita, saranno pubblicati nella seconda parte di questo articolo.


Aggiornamento (2012/11/27): Dopo ulteriori ricerche sono emersi altri elementi che sembrano contraddire la mia ipotesi iniziale, per cui ho deciso, almeno per ora, di non pubblicarla, anche perché le sue implicazioni potevano essere lesive per alcune delle persone coinvolte nella trasmissione televisiva dell'epoca. L'indagine, tuttavia, prosegue in cerca di chiarimenti.

2009/07/26

Progetto Moonscape - Luna mai vista: un documentario libero e gratuito

di Paolo Attivissimo. L'articolo è stato ampiamente aggiornato dopo la pubblicazione iniziale. Ultimo aggiornamento: 2013/01/16.

Con il contributo dei lettori e degli appassionati, sto realizzando un documentario da distribuire gratuitamente, intitolato Moonscape – Luna mai vista, che raccoglierà esclusivamente immagini fotografiche e filmate autentiche delle missioni lunari, spesso inedite o poco conosciute, in forma restaurata e riscandita partendo dagli originali alla massima qualità disponibile nei limiti del budget di spesa.

Questo materiale è presente negli archivi online della NASA e (a pagamento) presso società specializzate in restauro e riacquisizione d'immagini, come Footagevault.com.

La trama è semplice: ricostruire, possibilmente in tempo reale e sicuramente in alta definizione, le escursioni lunari degli astronauti durante le missioni Apollo e fornire così una visione della Luna, attraverso gli occhi di chi vi ha camminato, che per gran parte del pubblico è assolutamente inedita, sia a causa della scarsa qualità delle immagini televisive della TV dell'epoca e dei pessimi riversamenti successivi presentati finora da quasi tutte le emittenti televisive, sia per il semplice fatto che in molti paesi i filmati integrali non sono mai stati trasmessi.

Lasciando sostanzialmente da parte il come ci siamo arrivati, Moonscape si concentrerà sulle visioni e le sensazioni di essere sulla Luna, per farvi vivere l'esperienza il più possibile in prima persona, sincronizzando tutte le foto, le riprese video e cinematografiche con l'audio sottotitolato e tradotto delle comunicazioni radio, con un commento che spieghi cosa fanno in ogni momento i due astronauti della prima missione che sbarcò sulla Luna, l'Apollo 11.

Niente teorie di complotto: quelle si smontano da sole con la spiegazione degli eventi e con il libro Luna? Sì, ci siamo andati (scaricabile gratuitamente).

Se il progetto avrà successo, se ci sarà interesse sufficiente e se i fondi basteranno (ogni donazione è ben accetta), proporrò lo stesso lavoro per le altre missioni Apollo, che sono ancora più ricche di documenti visivi. In alternativa, potrei creare un montaggio delle riprese migliori delle sei missioni lunari.

La presentazione ufficiale del progetto, inizialmente pubblicata qui, è ora nel blog apposito Moonscape Project insieme alle risposte alle domande tecniche più ricorrenti.

La prima edizione del documentario è disponibile dal 22 luglio 2012 presso Moonscape.info.


Dettagli sulla raccolta di fondi per Moonscape


Quanto hai raccolto finora? Il totale delle donazioni è aggiornato qui. Da questa cifra andrebbero tolte le commissioni di Paypal, ma non voglio perdere tempo a fare i conticini delle commissioni per ogni singola donazione, per cui la differenza ce la metto io.

Come li hai spesi? Acquistando filmati SD e HD da Footagevault.com, componenti hardware, testi e DVD di riferimento, pagando spazio su Vimeo e nomi di dominio, e facendo svolgere lavori di sottotitolazione e revisione. I dettagli sono disponibili su richiesta via mail da parte di qualunque donatore. Come concordato con i donatori tramite sondaggio, gli acquisti necessari esclusivamente per il progetto Moonscape verranno pagati interamente da questi fondi; quelli necessari per il documentario ma passibili anche di mio uso personale verranno pagati per metà di tasca mia e per metà dai fondi; quelli utili per il progetto ma utilizzati da me prevalentemente per altri scopi verranno pagati interamente di tasca mia.

Chi è questo Rodri che mi ha scritto a proposito della mia donazione? È Rodri Van Click, mio amico fidato, che si occupa della contabilità del progetto e di sollecitare chi s'è dimenticato di indicare il nome o nick con il quale vuole essere citato in Moonscape.

Quanti sono i donatori?
Oltre 500. Il conteggio aggiornato è qui.

Chi sono i donatori? I nomi o nick di coloro che hanno reso possibile Moonscape con le loro donazioni sono elencati qui e sono già nei titoli di coda del documentario.


Dite la vostra: meglio sei documentari in tempo reale o uno che copra le sei missioni?


Ho chiesto a Gen'xha di preparare una locandina (la vedete qui accanto) con un titolo leggermente differente, ossia Moonscape 11, con l'intenzione di preparare un documentario per ciascuna missione e quindi di dare una numerazione progressiva al titolo dei vari Moonscape.

Esaminando in dettaglio questo progetto, però, mi scontro con il fatto che le missioni successive hanno escursioni che durano ore e ore: seguirle in tempo reale significherebbe, per esempio, già quasi otto ore di documentario per l'Apollo 12, che salirebbero a ventidue per l'Apollo 17... c'è di che sfiancare anche il più sfegatato fan dei voli spaziali.

Si affacciano così varie idee alternative: un documentario integrale, in tempo reale, di due ore e quaranta minuti per l'escursione lunare dell'Apollo 11 e poi documentari di un paio d'ore per ciascuna delle missioni successive, quindi con una sintesi dei momenti più significativi delle escursioni; oppure un documentario unico di un paio d'ore che faccia una sintesi delle escursioni di tutte le missioni. Che ne dite? Potete dare il vostro parere nei commenti qui sotto e anche nel sondaggio in alto a destra in questa pagina.

Aggiornamento: il sondaggio ha dato una preferenza schiacciante (79%) all'opzione di realizzare un documentario integrale per la missione Apollo 11 e documentari in sintesi per le missioni successive. Grazie ai 534 lettori che hanno espresso la propria preferenza.

Buzz Aldrin: C'è un monolito su una luna di Marte

di Paolo Attivissimo

Una recente affermazione dell'astronauta Buzz Aldrin, uno dei primi due uomini a mettere piede sulla Luna nel 1969, ha destato l'attenzione degli ufologi e dei teorici del complotto per tenere segreta l'esistenza degli extraterrestri. Aldrin ha infatti dichiarato che su una luna di Marte c'è un "monolito" e ha aggiunto che "quando la gente lo saprà, si chiederà chi ce l'ha messo".

Il pensiero di molti è andato subito al più famoso monolito della storia della fantascienza, quello di 2001: odissea nello spazio, collocato sulla Terra e sulla Luna dagli alieni del film.

Le parole di Aldrin sono state interpretate quindi come conferma non solo che la vita extraterrestre esiste, ma che gli astronauti e gli scienziati lo sanno e tacciono. Poco importa, a queste menti fantasiose, che questo presunto segreto riservatissimo sarebbe stato spifferato con totale disinvoltura in diretta TV da Aldrin: lo spiegano dicendo che l'astronauta avrebbe avuto un lapsus.

Vediamo quali sono i fatti. Il video che contiene la presunta "rivelazione" è questo:



Proviene da una trasmissione del canale televisivo statunitense C-SPAN effettuata in diretta il 19 luglio 2009. Aldrin risponde alle domande telefoniche e via mail dei telespettatori, e a un certo punto (a 53 minuti circa dall'inizio) dice:

"We should go boldly where man has not gone before. Fly by the comets, visit asteroids, visit the moon of Mars. There's a monolith there, a very unusual structure, on this little potato-shaped object that goes around Mars once in seven hours. When people find out about that, they're gonna say 'Who put that there? Who put that there?' Well, uh, the universe put it there. If you choose, God put it there".


In traduzione:

"Dovremmo andare coraggiosamente là dove l'uomo non è già andato [allusione a una celebre frase di Star Trek]. Volare intorno alle comete, visitare gli asteroidi, visitare la luna di Marte. C'è un monolito, una struttura molto insolita, su questo piccolo oggetto a forma di patata che gira intorno a Marte ogni sette ore. Quando la gente verrà a saperlo, dirà 'Chi ce l'ha messo? Chi ce l'ha messo?' Be', ce l'ha messo l'universo. Se volete, ce l'ha messo Dio."


Nella registrazione completa, Aldrin aggiunge "Maybe for us to go and see", ossia "Forse perché noi andassimo a vederlo", mentre il conduttore, Steven Scully, gli chiede se si riferisce all'oggetto mostrato in una foto di un libro che è presente in studio e che viene presentato in video (immagine qui accanto). Aldrin risponde che non è quella la foto, bensì "the other one, on the other page", vale a dire "l'altra, sull'altra pagina". Il conduttore promette di tornare sull'argomento, ma poi le telefonate e la conversazione migrano ad altre questioni e la foto giusta non viene presentata.

Un altro fatto da valutare è che il termine "monolito" è associato da ogni appassionato di fantascienza a un manufatto alieno, ma in realtà indica semplicemente una "pietra in un sol pezzo di grandi dimensioni" (Garzanti). Un monolito è dunque un grosso sasso: non è detto che sia stato lavorato artificialmente. Anzi, Aldrin chiarisce che l'"autore" del monolito è "l'universo", ossia la natura, oppure Dio, ma non fa menzione di alieni.

Quello che Buzz Aldrin sta dicendo, in altre parole, è semplicemente che su Phobos, una delle due piccole lune di Marte, c'è un grosso sasso di forma e natura insolita, che potrebbe destare l'interesse dell'opinione pubblica verso i viaggi spaziali. Non si tratta affatto di una rivelazione, perché il monolito è già citato nel libro indicato dal conduttore.

Ma qual è questo grosso sasso che attira così tanto la curiosità di Aldrin? Sulla base delle ricerche svolte fin qui, sembra che si tratti dell'oggetto mostrato nella fotografia qui accanto in due immagini riprese dalla sonda automatica Mars Global Surveyor nel 1998. La sua ombra allungata suggerisce una forma che si eleva considerevolmente rispetto al terreno circostante. L'oggetto è argomento di discussione da anni fra gli appassionati di anomalie spaziali (basta cercare Phobos monolith in Google).

E' artificiale? E' naturale, per esempio un frammento depositatosi su Phobos dolcemente a causa della sua gravità ridottissima (meno di un millesimo di quella terrestre)? C'è un solo modo per saperlo invece di perdersi in chiacchiere e analisi dilettantesche di immagini sgranate: andare là e vedere. Ed è per questo che Buzz Aldrin ne parla: per promuovere l'esplorazione dello spazio.

2009/07/24

I morti dimenticati dei programmi spaziali [UPD 2011/08/01]

di Paolo Attivissimo. L'articolo è stato aggiornato dopo la pubblicazione iniziale.

Quando il disastro dell'Apollo 1 uccise l'equipaggio il 27 gennaio 1967, le tre vittime furono sepolte con tutti gli onori e con grande attenzione da parte dei media. Qui accanto vedete la copertina di Life dedicata all'incidente.

I tre uomini di solito vengono ricordati come i primi tre astronauti statunitensi a perire nel corso della propria attività. Ma mentre Gus Grissom e Ed White avevano già volato nello spazio, il terzo membro dell'equipaggio, Roger Chaffee, non lo aveva mai fatto. E l'incendio che li uccise avvenne durante un'esercitazione statica, non durante un tentativo di lancio o un volo spaziale.

Dunque definire “astronauta” Roger Chaffee sembra perlomeno paradossale, soprattutto considerato che anche molti altri suoi colleghi perirono durante l'addestramento per i programmi spaziali statunitensi, eppure non furono classificati e commemorati quanto Chaffee, per il quale prevalsero forse la ragion di stato e la necessità di non discriminare fra i morti in un momento scioccante per l'intera nazione statunitense.

Virgil “Gus” Grissom, Ed White e Roger Chaffee.

Questo articolo è dedicato principalmente a coloro che furono selezionati come astronauti dai programmi spaziali degli Stati Uniti e dell'Unione Sovietica ma perirono prima di andare nello spazio. Sono i protagonisti dimenticati, le vittime che pagarono il prezzo più alto per raggiungere la nuova frontiera. Di uno di loro si è saputo soltanto anni dopo, quando i segreti del programma spaziale sovietico vennero a galla. Ma c'è spazio per ricordare anche coloro che sono morti durante le imprese spaziali vere e proprie.


Elliot McKay See, Jr.


Ingegnere e pilota della US Navy e pilota collaudatore, fece parte del secondo gruppo di astronauti scelti dalla NASA nel settembre del 1962. Oltre a partecipare all'addestramento come astronauta, fu anche responsabile della supervisione della progettazione e dello sviluppo dei sistemi di guida e navigazione dei veicoli spaziali statunitensi.

Fu scelto come comandante per la missione Gemini 9, ma morì il 28 febbraio 1966 insieme a un altro astronauta designato, Charles Bassett, nell'impatto del jet T-38 che stava pilotando, durante un atterraggio strumentale. Aveva 38 anni.

È ricordato nello Space Mirror Memorial del Kennedy Space Center.

Fonti: Astronauts Memorial Foundation, NASA.

Elliot See, il quarto da sinistra in piedi, posa il primo gennaio 1963 in una foto NASA che ritrae il Gruppo 1 (seduto) e il Gruppo 2 (in piedi) di astronauti. Le didascalie sono aggiunte.




Theodore Cordy Freeman


Capitano dell'USAF, ingegnere aeronautico e pilota collaudatore di velivoli sperimentali, Freeman fece parte del terzo gruppo di astronauti scelto dalla NASA nell'ottobre del 1963.

Morì il 31 ottobre 1964 in un incidente aereo: il T-38 che pilotava fu colpito da un'oca sul parabrezza, frammenti del quale furono ingeriti dai motori. Freeman si eiettò, ma la quota di volo era insufficiente e il paracadute non ebbe il tempo di aprirsi. Aveva 34 anni. Fu il primo astronauta designato statunitense a morire nel corso del programma spaziale.

Fonti: Astronautix.com; NASA; Astronaut Memorial Foundation.


Charles Arthur "Art" Bassett II


Capitano USAF, pilota collaudatore; membro del terzo gruppo di astronauti scelti dalla NASA nell'ottobre del 1963. Fu scelto per la missione Gemini 9 insieme a Elliot See, ma i due morirono il 28 febbraio 1966 nello schianto del loro jet da addestramento T-38, durante l'avvicinamento per un atterraggio strumentale in condizioni di scarsa visibilità. Bassett aveva 34 anni.

È ricordato nello Space Mirror Memorial del Kennedy Space Center.

Foto: NASA ID S64-31443. Fonti: Astronauts Memorial Foundation, NASA.


Clifton Curtis Williams Jr.


Maggiore dei Marines degli Stati Uniti, pilota collaudatore. Membro del terzo gruppo di astronauti selezionati dalla NASA nell'ottobre del 1963. Fu assegnato all'equipaggio di riserva della Gemini 10 e a quello dell'Apollo 9.

Morì il 5 ottobre 1967, all'età di 35 anni, quando un guasto meccanico all'addestratore supersonico T-38 che stava pilotando rese inservibili i comandi. L'aereo iniziò un rollio incontrollato; Williams si eiettò, ma era troppo veloce e troppo basso.

La missione Apollo 12 lo commemorò adottando un'insegna a quattro stelle (una per ciascuno degli astronauti che volò, più una per Williams) e deponendo sulla Luna la sua spilla alata, quella che viene consegnata a ogni astronauta: vi provvide Alan Bean, che era stato suo comandante nell'equipaggio di riserva della missione Gemini 10.

Fonti: Astronautix.com; ArlingtonCemetery.net.

Il Gruppo 3 di astronauti scelti dalla NASA in una foto datata 19 febbraio 1963. Il quarto da sinistra, in piedi, è Theodore Freeman; l'ultimo a destra, in piedi, è Clifton Williams; il terzo da sinistra, seduto, è Charles Bassett; l'ultimo a destra seduto è Roger Chaffee. Fonte: NASA.



Edward Galen Givens Jr.


Maggiore dell'USAF e pilota collaudatore, fu selezionato dalla NASA nell'aprile del 1966, come componente del quinto gruppo di astronauti, composto da 19 uomini. Completò l'addestramento da astronauta ed ebbe il ruolo di membro dell'equipaggio di supporto dell'Apollo 7.

Il gruppo di Givens doveva fornire piloti astronauti per l'Apollo Applications Program, all'epoca concepito come un insieme di dieci allunaggi e 30 voli verso stazioni spaziali orbitanti intorno alla Terra.

Praticamente tutti gli altri membri del gruppo volarono nelle missioni Apollo o Skylab o Shuttle, ma Ed Givens morì in un incidente d'auto il 6 giugno 1967. Aveva 37 anni.

Fonti: NASA; Astronautix.com.


Robert Henry Lawrence, Jr.


Oltre al programma spaziale civile della NASA, negli anni Sessanta vi fu anche un programma spaziale militare, gestito dalla US Air Force, che fra le altre cose creò progetti per stazioni spaziali abitate da utilizzare per osservazioni del territorio dei potenziali nemici (Manned Orbiting Laboratory, MOL).

Le stazioni spaziali militari statunitensi non vennero mai realizzate, a parte il lancio di un simulacro senza equipaggio nel novembre del 1966, perché nel frattempo la tecnologia dei satelliti spia automatici era diventata affidabile quanto una presenza umana, e quindi non vi furono lanci dell'USAF con equipaggi. Ma l'aviazione militare statunitense aveva già selezionato per il progetto MOL 17 astronauti, suddivisi in tre gruppi. Alcuni di loro furono poi trasferiti al programma civile della NASA.

Robert Lawrence, maggiore e pilota collaudatore USAF, fu selezionato nel giugno del 1967 nell'ambito del terzo gruppo di astronauti dell'aviazione statunitense per volare nello spazio con il progetto MOL e divenne così il primo astronauta designato di colore. Contribuì in modo importante al programma spaziale: i suoi voli sperimentali con aerei appositamente modificati furono fondamentali nello sviluppo delle traiettorie di planata ripida senza motore che vennero utilizzate in seguito dallo Space Shuttle.

Ma Lawrence non volò mai nello spazio. Morì l'8 dicembre 1967 nello schianto dell'addestratore supersonico F-104 pilotato dal suo allievo, mentre gli insegnava a compiere un flare, una delle manovre di atterraggio sperimentali usate dagli aerei spaziali dell'epoca, come l'X-15, e che Lawrence aveva sviluppato e padroneggiato. Aveva 31 anni.

Il suo nome è inciso nello Space Mirror Memorial al Kennedy Space Center, ma non è fra quelli lasciati sulla Luna su una targa commemorativa dagli astronauti dell'Apollo 15 nel 1971. Uno dei motivi è che il Pentagono usa la designazione di “astronauta” soltanto per chi ha effettivamente volato a oltre 50 miglia (80 km) di quota: formalmente non basta essere selezionati per meritarsi la qualifica. L'insegna della sua missione fu portata nello spazio a bordo dello shuttle Atlantis nel corso della missione STS-86.

Fonti: Spacefacts.de; The Unsung Astronaut, di James Oberg.


Michael James Adams


Maggiore USAF e pilota collaudatore, Mike Adams fu selezionato come astronauta per il progetto militare MOL. Il progetto fu annullato prima che ne iniziassero i lanci, ma Adams divenne comunque un astronauta a pieno titolo, perché come collaudatore dell'aereo-razzo ipersonico sperimentale X-15 (foto qui sotto) raggiunse la quota di 266.000 piedi (81 km) il 15 novembre 1967, qualificandosi dunque come astronauta anche secondo i criteri USAF, più severi di quelli NASA.

Questo volo, però, gli fu fatale: un guasto agli impianti elettrici dell'X-15 e un principio di disorientamento fecero assumere al velivolo un assetto errato che indusse uno spin a Mach 5. Sottoposta a sollecitazioni insostenibili, la struttura dell'aereo si disintegrò, uccidendolo. Fu l'unica vittima del programma sperimentale X-15, che vide fra i suoi piloti anche Neil Armstrong. Molti dei record stabiliti dall'X-15 sono tuttora imbattuti.



Il nome di Adams è riportato sullo Space Mirror Memorial al Kennedy Space Center.

Fonti: Astronautix.com; Spacefacts.de.


Valentin Bondarenko



Valentin Bondarenko era un tenente pilota di caccia dell'aviazione sovietica. Il 28 aprile 1960 fu scelto per il primo gruppo di 29 cosmonauti e iniziò il 31 maggio successivo l'addestramento per il volo sulla Vostok 1: lo stesso veicolo sul quale Yuri Gagarin fece il primo volo umano orbitale della storia un anno dopo.

Ma il 23 marzo 1961, al termine del terzo giorno di un esperimento di due settimane in una camera pressurizzata presso l'Istituto di Studi Biomedici di Mosca, Bondarenko si tolse dal corpo dei sensori di monitoraggio delle funzioni vitali e si pulì con un batuffolo di cotone impregnato d'alcool. Gettò distrattamente il batuffolo, che cadde su una piastra termica elettrica e prese fuoco, incendiando anche la tuta di lana di Bondarenko. In un'atmosfera di ossigeno puro, le fiamme divamparono violentissime.

Ci volle mezz'ora per aprire la porta della camera. Bondarenko riportò ustioni di terzo grado su tutto il corpo tranne i piedi, dove gli stivali di volo lo avevano in parte protetto. Morì in ospedale dopo 16 ore di agonia, a 24 anni. Accanto a lui, incaricato di seguirne le condizioni e di riferire ai superiori, c'era Yuri Gagarin. Tre settimane dopo, Gagarin volò nello spazio ed entrò nei libri di storia, presumibilmente al posto di Valentin Bondarenko.

Della tragedia di Bondarenko non si seppe nulla, neppure in Occidente, fino al 1980. La sua immagine fu cancellata dalle fotografie ufficiali sovietiche dei primi sei cosmonauti. Il celebre cosmonauta Leonov, interrogato sulle censure delle fotografie e sulle dicerie riguardanti cosmonauti periti in segreto, mentì ripetutamente ai giornalisti occidentali. La sua morte fu rivelata in Russia soltanto nel 1986, ventisette anni dopo, da un articolo di Yaroslav Golovanov su Izvestia. Nessun veicolo sovietico usò mai atmosfere di ossigeno puro.

Il Presidio del Soviet Supremo gli conferì l'Ordine della Stella Rossa il 17 giugno 1961 e il ministro della difesa sovietico diede ordini segreti affinché alla sua famiglia venisse "fornito tutto il necessario, come si confà alla famiglia di un cosmonauta". Sul lato nascosto della Luna c'è un cratere che porta il suo nome.

Fonti: Predictions of Trouble, NASA; Astronautix.com; Spacefacts.de; Uncovering Soviet Disasters, di James Oberg (1988, aggiornato nel 1998); Cosmonauta numero 1, di Yaroslav Golovanov (in russo).


Michael P. Anderson, David M. Brown, Kalpana Chawla, Laurel B. Clark, Rick D. Husband, William C. McCool, Ilan Ramon


I sette componenti dell'equipaggio dello Shuttle Columbia perirono l'1 febbraio 2003 durante il rientro in atmosfera.

In fase di lancio, un frammento di rivestimento isolante del serbatoio esterno dello Shuttle aveva colpito e danneggiato la copertura termica del bordo d'attacco dell'ala del veicolo. L'aria rovente del rientro penetrò all'interno dell'ala, fondendone in parte la struttura, che si spezzò, disintegrando lo Shuttle e uccidendo all'istante l'intero equipaggio mentre sorvolava gli Stati Uniti a diciotto volte la velocità del suono e a circa 60 chilometri di quota.


Gregory Jarvis, Christa McAuliffe, Ronald McNair, Ellison Onizuka, Judith Resnick, Francis "Dick" Scobee, Michael J. Smith


L'intero equipaggio dello Shuttle Challenger morì durante il decollo il 28 gennaio 1986.

Un minuto e tredici secondi dopo che il loro veicolo spaziale aveva lasciato la rampa di lancio, una delle guarnizioni dei razzi laterali a propellente solido (booster) si ruppe a causa del freddo intenso della mattina, lasciando sfuggire una lingua di fuoco che colpì il serbatoio esterno contenente idrogeno e ossigeno liquidi, che deflagrarono mentre il veicolo si trovava a circa 15 chilometri di quota.

Le sollecitazioni aerodinamiche disintegrarono lo Shuttle, ma la cabina rimase pressoché intatta, proteggendo gli astronauti (privi di mezzi di salvataggio utilizzabili) fino all'impatto violentissimo e letale con l'oceano a oltre 330 chilometri l'ora.


Georgi Dobrovolski, Viktor Patsayev, Vladislav Volkov


I tre cosmonauti sovietici avevano completato con successo la prima visita alla prima stazione spaziale della storia dell'astronautica, la Salyut 1, e stavano iniziando le manovre di rientro a Terra, il 30 giugno 1971, quando la cabina della loro Soyuz 11 si depressurizzò in pochi secondi, a causa di una valvola danneggiata, mentre il veicolo era nello spazio a 168 chilometri di quota.

La valvola era inaccessibile e i cosmonauti non indossavano una tuta pressurizzata a causa delle dimensioni anguste della capsula, per cui morirono per carenza d'aria. Dobrovolski aveva 43 anni; Patsayev ne aveva 38; Volkov 35. Le loro ceneri si trovano al Cremlino.


Vladimir Komarov


La Soyuz 1 di Komarov partì dal cosmodromo di Baikonur il 23 aprile 1967 e manifestò problemi subito dopo il decollo. Uno dei suoi pannelli solari non si aprì, producendo una carenza d'energia elettrica a bordo e rendendo difficili le manovre di correzione d'assetto. Dopo tredici orbite il sistema di stabilizzazione automatico era completamente fuori uso e quello manuale funzionava solo parzialmente.

Fu deciso di interrompere la missione, e cinque orbite più tardi fu avviato il rientro nell'atmosfera. Il paracadute-guida si aprì regolarmente, ma quello primario non fece altrettanto a causa di un sensore di pressione difettoso. Komarov aprì il paracadute di riserva, che però s'impigliò in quello di guida che non si era sganciato. Di conseguenza la discesa della capsula fu frenata solo parzialmente e la Soyuz colpì il suolo a circa 140 chilometri l'ora, uccidendo Komarov all'istante.

2009/07/20

Apollo 11, la lettera di cordoglio che non fu

di Paolo Attivissimo


A: H.R. Haldeman
Da: Bill Safire
18 luglio 1969

IN CASO DI DISASTRO SULLA LUNA:

Il destino ha disposto che gli uomini che sono andati sulla Luna per esplorarla in pace vi resteranno per riposarvi in pace.

Questi uomini coraggiosi, Neil Armstrong ed Edwin Aldrin, sanno che non c'è speranza di salvarli. Ma sanno anche che nel loro sacrificio c'è speranza per l'umanità.

Questi due uomini stanno offrendo le proprie vite per il più nobile obiettivo dell'umanità: la ricerca della verità e della comprensione.

Le loro famiglie e i loro amici li piangeranno; la loro nazione li piangerà; la gente di tutto il mondo li piangerà; li piangerà una Madre Terra che ha osato inviare due dei propri figli verso l'ignoto.

Nella loro esplorazione, hanno spinto le persone di tutto il mondo a sentirsi unite; con il loro sacrificio, legano con vincoli ancora più stretti la fratellanza dell'uomo.

Nell'antichità gli uomini contemplavano le stelle e vedevano i propri eroi nelle costellazioni. Oggi facciamo qualcosa di molto simile, ma i nostri eroi sono uomini epici in carne e ossa.

Altri seguiranno, e sicuramente troveranno la strada di casa. La ricerca dell'umanità non verrà negata. Ma questi uomini saranno stati i primi e resteranno i più vicini ai nostri cuori.

Perché ogni essere umano che alzerà lo sguardo alla luna nelle notti che verranno saprà che c'è un angolo di un altro mondo che è, per sempre, umanità.


PRIMA DELLA DICHIARAZIONE DEL PRESIDENTE:

Il Presidente dovrebbe telefonare a ciascuna delle future vedove.

DOPO LA DICHIARAZIONE DEL PRESIDENTE, NEL MOMENTO IN CUI LA NASA TERMINA LE COMUNICAZIONI CON GLI UOMINI:

Una persona del clero dovrebbe adottare la stessa procedura usata per una sepoltura in mare, affidando le loro anime alla "più profonda delle profondità" e concludendo con il Padre Nostro.

Questo è il testo della dichiarazione, scritta dal celeberrimo giornalista e autore di discorsi presidenziali William Safire, che il presidente Nixon avrebbe dovuto leggere se gli astronauti Buzz Aldrin e Neil Armstrong non fossero riusciti a ripartire dalla Luna. Il messaggio fu tenuto segreto fino al 1999. La versione inglese originale è disponibile presso Watergate.info. Altre informazioni, insieme a un messaggio generico di cordoglio preparato per le missioni Apollo, sono disponibili presso The Smoking Gun, che ha anche un'immagine del documento originale.

2009/07/17

La sonda LRO fotografa i siti d'allunaggio e mostra i veicoli Apollo

di Paolo Attivissimo con il contributo di Rodri. L'articolo è stato aggiornato dopo la pubblicazione iniziale.

La NASA ha appena pubblicato online le prime immagini scattate pochi giorni fa, fra l'11 e il 15 luglio, dalla sonda automatica LRO (Lunar Reconnaissance Orbiter) in orbita intorno alla Luna. Si notano chiaramente i veicoli di cinque delle sei missioni Apollo che raggiunsero la Luna: manca soltanto l'Apollo 12, che verrà fotografata nelle prossime settimane.

Queste sono immagini a bassa risoluzione, perché la sonda è ancora a circa 100 chilometri d'altezza, in un'orbita temporanea più alta di quella definitiva. Immagini più dettagliate arriveranno a partire da settembre 2009, quando la sonda verrà portata alla propria orbita definitiva, che è molto più bassa. Una seconda serie di immagini dei siti di allunaggio, con illuminazione maggiore e ombre più corte, è prevista per agosto 2009.











L'immagine complessiva della zona di allunaggio dell'Apollo 11, in forma non calibrata, ossia non rielaborata al computer per correggere errori e compensare la poca luce disponibile al sensore durante la ripresa, è disponibile qui (100 MB). Ulteriori dettagli sulla tecnologia di ripresa, insieme alle considerazioni di risoluzione e illuminazione e alle immagini complessive delle altre zone d'allunaggio, sono qui.

2009/07/15

Come faceva la jeep a stare dentro il modulo lunare?

di Paolo Attivissimo. L'articolo è stato aggiornato dopo la pubblicazione iniziale.

Una delle contestazioni ricorrenti dei sostenitori della messinscena lunare è che il Rover, l'automobile usata dagli astronauti nelle missioni Apollo dalla 15 alla 17 e mostrata nella foto qui accanto (un dettaglio di AS15-86-11603), era troppo grande per starci nel modulo lunare (LM).

Lo sostiene per esempio James M. Collier, nel documentario Was It Only a Paper Moon (1997) e altrove (Media Bypass, 1997), fra le altre sue presunte prove dell'altrettanto presunta messinscena. Collier è morto nel 1998.

In effetti l'automobile, lunga poco più di tre metri, larga 1,8 e alta 1,1, sembra a prima vista incompatibile con le dimensioni del modulo lunare, la cui base misurava circa 4,3 metri di diametro e doveva offrire posto anche per il motore di allunaggio e per il relativo carburante.

Ci sarebbe subito da rispondere con l'ovvia considerazione che se si fosse trattato davvero di una messinscena che metteva a rischio il prestigio dell'intera nazione statunitense, i suoi realizzatori non sarebbero stati così stupidi da commettere l'errore grossolano di presentare un veicolo impossibilmente ingombrante.

Ma chi sostiene questa presunta prova della messinscena non si è evidentemente preso la briga di studiare almeno in parte la monumentale documentazione tecnica resa disponibile dalla Nasa, oppure sfogliarne il vasto archivio fotografico.

Se lo avesse fatto, conoscerebbe la semplicissima risposta: la jeep lunare era trasportata ripiegata, per cui ci stava eccome dentro una rientranza a forma di cuneo riservata alle attrezzature scientifiche del LM e predisposta nella base del modulo lunare. Non era contenuta in un involucro rigido vero e proprio: era agganciata esternamente e protetta da una coperta termica.

Foto AP15-71-HC-684. Si notano al centro le ruote ripiegate del Rover e la rientranza nella base del modulo lunare.

Foto AP15-S71-31409. Vista ravvicinata dell'immagazzinaggio del Rover ripiegato dentro la base del modulo lunare.


Foto GPN-2000-001858.


Foto AP15-71-HC-682. Il Rover alloggiato dentro il modulo lunare.


Le riprese televisive degli sbarchi mostrano bene la procedura per estrarre e ricomporre il Rover nella sua configurazione di utilizzo. La medesima procedura è illustrata schematicamente nel Press Kit (manuale per la stampa) dell'Apollo 15.

Pagina 94 del Press Kit dell'Apollo 15.


Il documentario Moon Machines mostra il metodo di ripiegamento del telaio e delle ruote in modo molto chiaro:



Il manuale del veicolo, il Lunar Rover Operations Handbook, è ancora più esauriente e si occupa del trasporto e dell'estrazione del Rover da pagina 1-64 a pagina 1-78.

Occorre tenere presente che il Rover era poco più di un telaio d'alluminio con quattro piccoli motori elettrici (più due per lo sterzo), un pacco batterie e due seggiolini tubolari. Sulla Terra pesava in tutto 200 chilogrammi. Essendo elettrico, non gli servivano cambio, alberi di trasmissione e assali per le ruote (i motori erano accoppiati direttamente alle ruote), per cui poteva essere ripiegato in una forma molto compatta.