2016/10/20

Recensione: “La Storia siamo noi: Apollo 11 - Il lato oscuro della Luna” (Raitre, 2006)

di Paolo Attivissimo. Questo articolo vi arriva grazie alle donazioni per il libro “Luna? Sì, ci siamo andati!". Ultimo aggiornamento: 2016/10/21 8:30.

La Rai ospita sul proprio sito un documentario, Apollo 11 - Il lato oscuro della Luna, presentato da Giovanni Minoli, che presenta quasi esclusivamente le tesi di complotto, senza alcuna verifica da parte di Minoli o degli altri responsabili della produzione (secondo i titoli di testa, il programma è di Piero A. Corsini, Massimiliano De Santis, Daniela Ghezzi, Marco Melega e Stefano Rizzelli ed è a cura di Giuliana Mancini; il direttore di produzione è Ernesto Carboni e il produttore esecutivo è Alessandra Bacci; la regia è di Maurizio Malabruzzi). A quanto mi risulta, il documentario fu trasmesso per la prima volta ad agosto del 2006.

Quella che segue è una critica tecnica alle principali affermazioni fatte durante il documentario. La versione originale di questa critica risale appunto al 2006 ed è pubblicata qui su Disinformatico.info.




Per chi avesse problemi nella visualizzazione della versione pubblicata dalla Rai (e inclusa qui sopra), su Youtube c'è una copia identica (ho verificato che sono perfettamente uguali).

La prima cosa da notare è che non si tratta di una produzione Rai, ma di un documentario della TV tedesca, firmato da Willy Brunner (complottista) e Gerhard Wisnewski (complottista). Il massimo dell'obiettività, insomma.


1:45. L’astronomo Phil Plait parla di “250 persone” che alla Nasa avrebbero dovuto sapere e partecipare al complotto. Ma riascoltando la registrazione si scopre che l’audio inglese dice chiaramente “250.000 people involved”. La traduzione italiana trasforma d’incanto 250.000 in duecentocinquanta, facendo sembrare facile zittire un numero così modesto di cospiratori. Un errore grossolano che è sfuggito a tutta la filiera di produzione Rai. Possibile che nessuno si sia chiesto come abbia fatto la NASA ad andare sulla Luna impiegando solo 250 persone?


01:50. La sigla mostra le immagini di una missione sbagliata (una successiva all'Apollo 11) montate sopra l'audio della voce di Neil Armstrong (dell'Apollo 11).


02:30. Minoli dice che Armstrong lascerà sulla Luna “l’impronta piú famosa della storia dell’umanità”, ma mostra una foto di un’impronta lasciata dal collega Aldrin.



03:50. Parla Ralph René (1933-2008), definito “scrittore scientifico”. Ecco la sua scheda nella Wikipedia: guarda caso, sosteneva anche che gli attentati dell’11 settembre furono un complotto (esattamente come Brunner e Wisnewski, gli autori del documentario; coincidenza straordinaria). Non sembra aver scritto nulla di scientifico che giustifichi la qualifica di “scrittore scientifico”. Perché presentarlo con un titolo così altisonante? Sul suo sito vendeva libri che “dimostrano” la falsità degli sbarchi lunari.

René mostra una foto: lui dice che mostra la passeggiata spaziale di Michael Collins durante il volo con la Gemini 10 e che è presentata in un libro di Collins intitolato “Carrying the Fire”. Afferma che è stata artefatta prendendo un'immagine di un'esercitazione a bordo di un aereo (il celebre Vomit Comet usato per simulare l'assenza di peso). La foto è mostrata qui accanto. Secondo René, una delle immagini del trittico (quella di mezzo) è presentata falsamente nel libro dell'astronauta Collins come immagine di passeggiata spaziale.

Ma il falso lo sta commettendo René. Minoli non lo dice, ma James Oberg, grande storico delle missioni spaziali e debunker, ha documentato che il libro di Collins non presenta affatto la foto dicendo che si tratta di una passeggiata spaziale: il libro dice chiaramente che è fatta a bordo di un aereo usato per l’addestramento all'assenza di peso. Come le altre mostrate accanto. Anzi, nel libro Collins dice chiaramente, con rammarico, che non ci sono foto della sua passeggiata spaziale. René, insomma, s'è inventato tutto. Ma Minoli non controlla e abbocca alla panzana del complottista.

Non solo: riguardando con attenzione la registrazione del documentario, si scopre che Brunner e Wisnewski hanno barato nel montaggio. Prima mostrano la copertina del libro di Collins, poi mostrano subito dopo una pagina che contiene la foto incriminata sotto la dicitura “Gemini 10 space walk”. Ma la pagina non è tratta dal libro di Collins: è presa da quello di René. Lo si capisce leggendone il testo, chiaramente riconoscibile nel fermo immagine.



06:30. René presenta la teoria delle ombre misteriosamente convergenti nelle foto lunari. Ma le ombre nelle foto devono essere convergenti: si chiama prospettiva.


07:00. René presenta una foto lunare nella quale c’è una sorta di lettera C su una roccia. La voce fuori campo ipotizza che sia “la prova che si tratta di materiale di scena”. Perché un attrezzista di scena che dovesse allestire un set lunare dove ci sono rocce dappertutto, marcherebbe ogni roccia con una singola lettera. Cosa fa quando arriva alla ventiseiesima roccia? E non solo se la dimentica bene in vista lui; non se ne accorge nessun altro degli addetti alla messinscena. Se ne accorge solo Ralph René. Che senso ha?


07:05. Ancora i reseau mark (le crocettine) che scompaiono, e persino le stelle che mancano, quelle che persino Mazzucco di Luogocomune.net dice che giustamente non devono esserci. Tutta roba vecchia e rifritta.


07:25. Parla un altro “scrittore scientifico”, Gernot Geise. Questo è il suo sito. Ma guarda: anche lui complottista. Dice che “in alcune foto è possibile vedere dei puntini luminosi simili a riflettori. C'è addirittura una foto in cui la visiera del casco di un astronauta riflette un'intera fila di riflettori”. Lo spezzone video della sua affermazione è qui.

La foto mostrata è quella qui accanto. Il documentario non lo dice, ma è una foto della missione Apollo 12. Precisamente, è un dettaglio della foto AS12-49-7281, scattata durante la seconda passeggiata lunare effettuata durante quella missione.

L'astronauta ritratto è Alan Bean; quello riflesso nella visiera è Charles “Pete” Conrad. L'immagine originale è consultabile presso la Apollo Image Gallery. Guardando l'originale, si nota subito che i “riflettori” sono in realtà semplicemente graffi irregolari che riflettono la luce. I dettagli sono qui.


08:10. Fin qui sono state presentate le “prove” complottiste. Viene finalmente citato l’astronomo Phil Plait, gestore del sito di debunking e divulgazione Bad Astronomy, ma non gli viene dato spazio per parlare. Parla invece Ernst Stuhlinger, collaboratore di von Braun. Non dice nulla di costruttivo, ma semplicemente che “si è fidato”.


09:50. La voce narrante dice che dopo il decollo del grande razzo dal Cape Kennedy “anche per gli addetti ai lavori non ci sono più immagini”, come se questo potesse consentire una finta nella quale il razzo “si è limitato a girare intorno alla Terra”. Ma non è vero che non c’erano più immagini: c’erano quelle dei telescopi degli osservatori astronomici che seguivano i veicoli in rotta verso la Luna. Se gli astronauti fossero rimasti in orbita intorno alla Terra, i sovietici se ne sarebbero accorti e avrebbero denunciato la messinscena. Non è successo. Ma di questo Minoli e i suoi colleghi non fanno menzione.


10:50. Minoli dice che la diretta dello sbarco sulla Luna “a ben guardare suscita più domande che risposte.” Le suscita solo in chi non si documenta e non guarda bene.


11:30. Parla Richard West, dell'ESO, “all’epoca commentatore della televisione danese”. Dice che la NASA gli aveva fornito un dettagliatissimo piano della missione, e questa sarebbe una prova che la messinscena aveva un copione. Perché la NASA avrebbe invece dovuto andare sulla Luna alla sperindio, senza una tabella di marcia.


12:00. Mostrando uno spezzone della diretta della TV tedesca ARD per l'allunaggio, si afferma che  la famosa frase “un piccolo passo per l'uomo, un grande balzo per l’umanità” di Neil Armstrong “non è stata mai pronunciata in diretta”. La sentirono milioni di telespettatori, quella notte, come documentano le registrazioni della stessa RAI e i titoli dei giornali dell’indomani, ma per Minoli tutto questo non conta. Conta solo il fatto che il complottista Gernot Geise non se la ricorda. Accidenti, che prova schiacciante. Addirittura si accusa la NASA di aver “miracolosamente” fatto ricomparire la frase nelle registrazioni disponibili su Internet.


14:00. Vengono citati come prova di complotto i “reticoli ottici” (reseau marks o fiducials) che scompaiono dietro gli oggetti. Falso: lo sa qualsiasi fotografo che una linea sottile davanti a un oggetto chiaro viene “mangiata” e che nelle foto originali questi reticoli ci sono eccome. Finalmente parla un fotografo, Michael Light, autore del bellissimo Full Moon (che ho e consiglio), che critica i complottisti, perché usano copie di copie di copie sgranate per le loro “dimostrazioni”. Viene presentata di nuovo la roccia con la C: ma quale C, è un peluzzo infilatosi nello scanner, come ha scoperto un filocomplottista, Steve Troy di Lunaranomalies.com.


15:00. La NASA, dice la voce narrante, rifiuta le richieste dei complottisti di vedere le pellicole originali. Certo, se le “prove” dei complottisti sono queste, li posso anche capire. Si dice anche che le pellicole originali sono inaccessibili, ma è una fandonia, dato che sono state sottoposte a scansione da parte della Arizona State University per pubblicarle su Internet.


15:50. Altra “prova”: le illustrazioni NASA hanno le stelle, le foto no. Nessuno che si chieda perché gli autori della presunta messinscena sarebbero così cretini da dimenticarsi le stelle nelle foto dopo averle messe nelle illustrazioni. Il concetto che un’illustrazione possa concedersi una licenza artistica per abbellire un cielo altrimenti nero evidentemente è troppo complesso da capire. Per fortuna questa bufala, almeno, viene sbufalata brevemente da Michael Light.


16:20. Si dice che è strano che dalla Luna non sia stata scattata nessuna foto delle stelle. Non è strano: è falso. Apollo 12 fotografò Venere e Apollo 16 addirittura portò un telescopio per fotografare le stelle dalla Luna, come mostrato qui.


17:40. Si parla delle pellicole e del calore che avrebbe impedito le foto: “non esiste celluloide in grado di resistere a sbalzi del genere”. Anche questa è una vecchia storia. Le pellicole lunari stavano nel vuoto, che è un pessimo conduttore di calore; mica per nulla si usa il vuoto nei thermos. La fotocamera che li conteneva era riflettente, respingeva gran parte del calore del sole e c’era poco contatto fra fotocamera e pellicola. Oltretutto la pellicola era del tipo Estar usato per le riprese aeree dei ricognitori d’alta quota, capace di resistere a grandi escursioni termiche. Tutti dati facilmente accessibili a chiunque si prenda la briga di cercarli. E parlare di celluloide è una castroneria colossale: la celluloide non si usa nelle pellicole fotografiche dagli anni Cinquanta del secolo scorso.


18:10. Gli sbalzi termici ai quali era soggetto il Modulo Lunare sarebbero un altro mistero. Ma anche no: proprio per evitarli, il guscio metallico del veicolo era rivestito da una coperta termica (quella che spesso viene chiamata “stagnola” dai complottisti). Parla Marcello Coradini (coordinatore missioni nel sistema solare - ESA) e spiega come si fa la protezione termica sulla Luna e nello spazio: sandwich di neoprene, mylar e altro materiale per rivestire capsule, strumenti e tute. Nessun problema e nessun mistero.


19:30. Le impronte degli astronauti vicino al Modulo Lunare sono una “prova” di messinscena: non dovrebbero esserci, dice Ralph René, perché il veicolo dovrebbe aver spazzato via tutta la polvere col motore d’allunaggio: “i cameramen hanno dimenticato di pulire le impronte dei piedi” (ma secondo i complottisti alla NASA sono tutti cretini?).

Perla di traduzione: “il propulsore del freno”. Avete mai visto un freno dotato di propulsore? Semmai sarebbe il propulsore di frenata.

Philip Plait spiega invece come mai è rimasta polvere sotto il veicolo: mica atterra in verticale, come pensano i complottisti, ma scende in diagonale e spegne il motore prima di toccare il suolo. René dice che il veicolo non poteva sopravvivere alla caduta da tre metri d’altezza, ma alla NASA non erano stupidi e quindi avevano dotato il Modulo lunare di ammortizzatori proprio per attutire la caduta, che è comunque a 1/6 della gravità e dell’accelerazione terrestre. La polvere c’è perché deve esserci.

Geise dice che i propulsori avrebber dovuto formare “un buco al suolo”. Nella roccia basaltica? Plait spiega che la spinta era ridotta perché il veicolo, a fine discesa, era molto leggero, specialmente nella gravità lunare.


21:15. Si cita il famoso incidente del simulatore LLTV che coinvolse Neil Armstrong, ma si dimentica di dire che il simulatore non era un prototipo del modulo lunare. Si dice che il modulo non sarebbe mai stato collaudato nello spazio, ma è una balla, e Coradini lo spiega sommariamente. Il Modulo Lunare fu infatti portato in orbita per collaudi (Apollo 9, Apollo 10), scendendo fino a 14 chilometri dalla superficie lunare. L’unica fase che non fu ovviamente possibile collaudare prima fu l’allunaggio.


24:40. Il documentario parla di “raggi radioattivi” ed “emissioni radioattive” dal Sole, che avrebbero fritto gli astronauti lunari. Probabilmente una traduzione letterale di “radioactive rays”, ma mi suona dannatamente impropria. Anzi, mi sa tanto di Goldrake: “Raggi radioattivi! Alabarda spaziale!!”. Non sarebbe più giusto parlare di radiazioni?

Si parla delle fasce di Van Allen, che sono pericolose per le loro radiazioni. Si dice che solo i moduli lunari hanno attraversato queste fasce, ma è una fandonia: lo hanno fatto anche i moduli di comando, maggiormente schermati dei moduli lunari. Lo hanno fatto le sonde sovietiche che hanno portato intorno alla Luna degli animali (Zond 5). René strilla che nessuno ha mai superato le fasce di Van Allen e sfida la NASA a dimostrargli il contrario.

Complimenti al traduttore, fra l’altro, anche per la “cintura di Van Allen” (traduzione letterale di “Van Allen belt”). In italiano si chiama fascia.

Risponde Plait: i veicoli erano schermati proprio per questo. Chiede almeno una fonte bibliografica che dimostri le affermazioni dei complottisti, secondo le quali gli astronauti non avrebbero dovuto sopravvivere al passaggio nelle fasce di Van Allen e avrebbero avuto bisogno di una schermatura enorme.


26:50. Rischio radiazioni sulla Luna: le tute spaziali vengono descritte come se fossero degli abitini leggeri, quando invece erano doppie (una pressurizzata interna e una esterna proprio contro le radiazioni e i micrometeoroidi. Coradini spiega che il rischio era prevedibile e arginabile.


27:40. Minoli parla di von Braun. La voce narrante dice che le ricerche “hanno fatto scoprire” una foto di von Braun con Walt Disney. Questa scoperta viene presentata come se fosse un indizio di una collaborazione per il falso, ma la foto è in realtà famosissima e la collaborazione con Disney per divulgare l’esplorazione spaziale non era certo un segreto (ci sono documentari pubblici della Disney condotti da von Braun, e il documentario.


30:00. Le “immagini di grande significato simbolico” del cinema di fantascienza sono “stranamente” simili a quelle degli sbarchi, e questo è un altro motivo di sospetto. Accidenti, che prove possenti. Non è che per caso le immagini simboliche del cinema erano una logica previsione di quello che sarebbe stato fatto/visto negli sbarchi reali?


31:50. Viene citato l'incidente del 1967 (Apollo 1, tre astronauti morti sulla rampa di lancio durante un'esercitazione, foto qui sotto), che sarebbe la ragione per cui si sono fatte le missioni finte. Perché è ovvio: quando una cosa non funziona, non la si riprogetta da cima a fondo e si fa in modo che funzioni. No, si affitta di corsa un set di Hollywood per fare una grande finta e si spera che non se ne accorga nessuno e nessuno spifferi.

Tutto quello che resta dell’interno della capsula dell’Apollo 1
che conteneva i tre astronauti Gus Grissom, Edward White e Roger Chaffee.



33:10. Il programma dice che le foto Apollo 11 fanno pensare a un teatro di posa, mancano di profondità. Sono “troppo simili” a quelle fatte durante le simulazioni. Non è che magari è così perché le simulazioni erano fatte bene, visto che c'era in gioco il successo della missione?


33:30. La foto di Aldrin che scende e sarebbe troppo illuminato. Ma guardate il suolo sullo sfondo: è bianco da tanto che è stato sovraesposto per riuscire a esporre correttamente Aldrin. Il suolo lunare è grigio scurissimo.



34:30. I dipinti degli artisti non corrispondono alle immagini della Luna! Ecco la prova schiacciante. Ma allora perché gli scenografi della Nasa, quelli che avrebbero girato in studio le avventure lunari, non hanno fatto la Luna finta uguale ai dipinti degli artisti, per non allarmare nessuno?


36:50. Non c'è il getto infuocato del motore, previsto da Von Braun sotto il modulo lunare. Ma perché dovrebbe esserci? È un gas che si espande nel vuoto. Viene proposto un confronto con le scie dei motori di manovra dello Shuttle, citate da Gernot Geise. Coradini spiega che non si formano fiamme nel vuoto (e le scie dello Shuttle sono illuminate dal sole in controluce, solo questo le rende visibili).


37:50. Rocce lunari. Geise dice che sono state raccolte da sonde automatiche. Non presenta prove, ma dice che le rocce dei musei sono false. Non ha prove. Ci dobbiamo fidare di lui, ovviamente, ma non dei geologi che le hanno studiate per cinquant’anni.


38:40. Phil Plait viene di nuovo tradotto alterando “250.000 persone” in “250 persone”.


39:10. Minoli insinua che affidare a Bob Gilruth la gestione delle missioni, anziché a von Braun, è prova di un mistero. Dice anche che sul sito della NASA ci sono pochissime foto di Gilruth e nessuna lo ritrae insieme a von Braun. Due panzane clamorose: foto di loro due insieme sono qui, qui, qui, qui e qui.

Gilruth e von Braun sono agli angoli opposti del tavolo, 26 maggio 1958 (didascalia). Da NASA.gov.


40:20. René dice che non c'era nessuna corsa alla Luna. Ma le missioni N-1 sovietiche allora non esistono, i tentativi sovietici di arrivare sulla Luna sono falsi anche quelli?


42:20. Una frase di von Braun ad Armstrong in cui diceva che secondo le statistiche l’astronauta sarebbe dovuto morire nello spazio viene presentata come “prova” del falso sbarco. Qui si sta veramente raschiando il fondo del barile.


42:50. Si dice che il telescopio del monte Paranal, in Cile, dovrebbe poter vedere i resti delle missioni sulla Luna. Ma è dal 2009 che abbiamo le foto che documentano la presenza dei veicoli Apollo sulla Luna, grazie alla sonda Lunar Reconnaissance Orbiter. In tutti questi anni la Rai non ha aggiornato o rettificato questa sottospecie di documentario.


Il documentario finisce e Minoli intervista l’astronauta italiano Roberto Vittori, che spiega che ha studiato sotto la direzione dell’astronauta lunare John Young. Già questo semplice fatto dovrebbe far cestinare tutti i complottismi lunari: insinuare che gli astronauti non sono andati sulla Luna significa dare del contaballe a John Young e quindi del cretino a Vittori (perché non si sarebbe accorto che Young è un impostore e gli ha mentito quando gli ha insegnato l’astronautica). Ma a Minoli, a quanto pare, la coerenza non interessa.

2016/08/14

La primissima immagine di un Modulo Lunare scattata dallo spazio: Apollo 15, 1971

di Paolo Attivissimo. Questo articolo è disponibile anche in inglese e vi arriva grazie alle donazioni per il libro “Luna? Sì, ci siamo andati!". Credit per tutte le immagini: NASA/LROC/Arizona State University.

La sonda Lunar Reconnaissance Orbiter è nota per le sue fotografie dei siti di allunaggio Apollo, che nel 2009 hanno finalmente fatto intravedere i veicoli e le attrezzature lasciate sulla Luna (link) e nel 2012 ne hanno offerto una visione ancora più chiara, come questa, riferita al sito di allunaggio di Apollo 15, che mostra lo stadio di discesa (descent stage) del Modulo Lunare della missione, che come tutti gli stadi di discesa dei LM usati per gli allunaggi fu lasciato sulla superficie della Luna. L’immagine mostra anche il veicolo elettrico (LRV) usato dagli astronauti Dave Scott e Jim Irwin per esplorare la zona, gli esperimenti da loro collocati sulla Luna (ALSEP) e i segni delle loro impronte.



Tuttavia non è stata la sonda LRO a fornire la prima documentazione fotografica dei veicoli Apollo visti dall’orbita lunare. Esistono infatti foto del sito di allunaggio di Apollo 15, scattate dallo spazio, che mostrano il Modulo Lunare mentre gli astronauti erano ancora sulla Luna.

Il Modulo di Servizio di Apollo 15, che rimase in orbita intorno alla Luna, pilotato dall’astronauta Al Worden, mentre Scott e Irwin esploravano la superficie lunare, era infatti dotato di una fotocamera ad altissima risoluzione, la Panoramic Camera, che scattò centinaia di foto dall’orbita lunare (maggiori dettagli sono qui e qui). Ciascuna delle immagini lunghe e sottili riprese da questa fotocamera su pellicola aveva una risoluzione tale da mostrare dettagli di 1-2 metri di grandezza su un’area di 320 x 20 km. Queste fotografie sono state sottoposte a scansione e sono disponibili su Internet presso l’Apollo Image Archive della Arizona State University.

Le scansioni risultanti sono immense: le loro versioni in formato PNG Large misurano 60.000 x 6.500 pixel. Ma ci sono versioni a risoluzione anche maggiore: le scansioni grezze in formato TIFF, che misurano 320.000 x 25.000 pixel. Sono così grandi che la Arizona State University ha diviso ciascuna immagine della Panoramic Camera image in otto parti che misurano ciascuna circa 40.000 x 25.000 pixel.

La foto AS15-P-9377 è una delle migliori immagini della Rima Hadley, il sito di allunaggio di Apollo 15, scattate da questa Panoramic Camera. Ecco la versione intera della foto, ridimensionata a 1024 x 109 pixel: la Rima Hadley è proprio al centro di questa lunga striscia di pellicola.




La zoomata massima possibile presso il sito della Arizona State University fornisce soltanto un’ombra a malapena visibile del Modulo Lunare. Per vederla dovrete probabilmente cliccare sull’immagine qui sotto per ingrandirla: l’ombra è accanto alla punta della freccia.




È interessante notare, tuttavia, che la zoomata massima fornita dal sito della ASU non corrisponde alla piena risoluzione della scansione. Per avere questa piena risoluzione è necessario scaricare la scansione grezza in formato TIFF. La Tile 4 (2 GB) di questa scansione grezza della foto 9377 ha questo aspetto (ridimensionata e con l’aggiunta di un riquadro che evidenzia la zona di allunaggio):




Con questa immagine si può zoomare sulla zona di allunaggio e ottenere questo dettaglio (ricampionato ed evidenziato):




Ruotando questa immagine in modo da mettere il nord in alto, aumentandone il contrasto e stringendo ulteriormente l’inquadratura si ottiene questa foto: il Modulo Lunare al completo (sia lo stadio di discesa, sia quello di risalita). Notate l’ombra triangolare. Questa è la primissima immagine orbitale di un Modulo Lunare Apollo, e fu scattata mentre gli astronauti erano ancora sulla Luna.




Grazie ai dati dell’ASU sappiamo esattamente quando fu scattata questa foto storica: il 31 luglio, durante la sedicesima orbita del Modulo di Comando e Servizio Endeavour. In altre parole, fu scattata circa un’ora dopo la Stand-Up EVA di Dave Scott’s, per cui Scott e Irwin erano all’interno del Modulo Lunare nel momento in cui Al Worden riprese questa immagine da una quota di 101,22 km.

Vorrei sottolineare che non sto rivendicando una scoperta: sto semplicemente documentando il metodo da usare per accedere a queste immagini. L’Apollo Lunar Surface Journal già offre questa fotografia nella sua Apollo 15 Map and Image Library, che nota inoltre che Apollo 15 scattò anche altre immagini del sito di allunaggio, che mostrano il LM dall’orbita durante orbite successive a questa, quando Scott e Irwin erano ancora sulla Luna (foto 9430, orbita 27 e foto 9798, orbita 38) e dopo la loro partenza (foto 9809 e 9814, orbita 50). La fotografia mostrata qui è la prima in assoluto.

The very first image of a Lunar Module on the Moon taken from space: Apollo 15, 1971

by Paolo Attivissimo. An Italian version of this article is available. Credit for all images: NASA/LROC/Arizona State University.

The Lunar Reconnaissance Orbiter probe is well-known for its photographs of the Apollo landing sites, which in 2009 finally showed the first glimpses of the hardware left on the Moon (link) and in 2012 offered even clearer views, such as the following picture of the Apollo 15 landing site, showing the descent stage of that mission’s Lunar Module, which like all LM descent stages used for Moon landings was left on the lunar surface. The image also shows the electric vehicle (LRV) used by astronauts Dave Scott and Jim Irwin to explore the area, the experiments they set up on the Moon (ALSEP) and the trails of footsteps they left.



However, LRO did not provide the very first visual documentation of Apollo hardware on the Moon from lunar orbit: there are photographs of the Apollo 15 landing site taken from space while the astronauts were still on the Moon.

The Apollo 15 Service Module, which remained in orbit around the Moon under the control of Command Module Pilot Al Worden while Scott and Irwin explored the lunar surface, was in fact equipped with a high-resolution Panoramic Camera, which took hundreds of photographs from lunar orbit (details are here and here). Each of the long, narrow images taken by this film camera resolved surface details of 1-2 meters over an area of 320 x 20 km. These photographs have been scanned and made available online at the Apollo Image Archive of the Arizona State University.

These Panoramic Camera image scans are truly huge: the PNG Large versions measure 60,000 x 6,500 pixels. However, there are even higher-resolution versions, the raw TIFF scans, spanning a whopping 320,000 x 25,000 pixels. They are so large that the ASU has split each Panoramic Camera image into eight tiles measuring approximately 40,000 x 25,000 pixels.

AS15-P-9377 is one of the best Panoramic Camera images of the Hadley Rille landing site of Apollo 15. This is the full-width version, resized to 1024 x 109 pixels (the Hadley Rille is right in the center of this long film strip):




Maximum zoom-in on the Arizona State University website yields only barely visible shadow of the LM. You’ll probably have to click on the picture below to see it next to the tip of the arrow.




Interestingly, it turns out that ASU's maximum zoom does not provide the full resolution of the scan. For that you need to download the TIFF raw scan. Tile 4 (2 GB) of this raw scan looks like this (resized and annotated; the box indicates the landing site area):




You can now zoom in on the landing site and get this (resampled and annotated):




Rotating this image so that north is up, increasing its contrast and cropping it yields this: the complete Lunar Module (both the ascent stage and the descent stages): notice the tapering shadow. This is the very first orbital image of an Apollo LM, and it was taken while its astronauts were still on the Moon.




Thanks to the ASU data we know exactly when it was taken: on July 31st, 1971, during the sixteenth lunar orbit of the Commmand and Service Module Endeavour. In other words, about an hour after Dave Scott’s Stand-Up EVA, so Scott and Irwin were inside the LM when this photo was taken by Al Worden from an altitude of 101.22 km.

I’d like to clarify that I’m not claiming this to be my discovery: I’m merely documenting the method you can use to access these images. The Apollo Lunar Surface Journal already has this image in its Apollo 15 Map and Image Library. The ALSJ library, additionally, notes that Apollo 15 also took other pictures of the landing site showing the LM from orbit during later orbits while Scott and Irwin were still on the Moon (frame 9430, orbit 27 and frame 9798, orbit 38) and after they departed (frames 9809 and 9814, orbit 50). The photograph shown here is the very first one.

2016/06/02

Gene Cernan (Apollo 17) rivisita l’antenna australiana che ricevette i suoi segnali dalla Luna

di Paolo Attivissimo. Questo articolo vi arriva grazie alle donazioni per il libro “Luna? Sì, ci siamo andati!".


Poco fa è stata pubblicata su Twitter questa foto che mostra l’astronauta Gene Cernan davanti all’antenna situata a Canberra, in Australia, che ricevette i segnali televisivi trasmessi dalla Luna durante la missione Apollo 17 nel 1972, quando Cernan e Harrison Schmitt trascorsero tre giorni sul suolo lunare. Cernan è in Australia in questi giorni per promuovere un documentario, The Last Man on the Moon, che racconta la sua storia.

Purtroppo chi crede alle tesi di complotto lunare spesso non sa che gli sbarchi lunari non furono un’impresa americana consegnata al mondo a scatola chiusa. Non sa che i segnali radio e TV dalla Luna furono ricevuti non solo negli Stati Uniti, ma anche in altri paesi, come appunto l’Australia (e la Spagna), da tecnici locali. E non sapendo queste cose non hanno idea di quanto sarebbe stato assurdamente complicato fingere una missione lunare e di quanto è ridicola l'idea che tutti questi partecipanti all’impresa siano rimasti perfettamente omertosi per ormai quasi cinquant’anni.

2016/05/15

Davvero un astronauta della Stazione Spaziale Internazionale dice che non siamo mai andati sulla Luna? No.

di Paolo Attivissimo. Questo articolo vi arriva grazie alle donazioni per il libro “Luna? Sì, ci siamo andati!".

Mi è stato segnalato questo video nel quale la traduzione di quello che dice un astronauta durante un’intervista in collegamento dalla Stazione Spaziale Internazionale (ISS) viene presentata come “LA CONFERMA DEFINITIVA.. DA PARTE DELL'UFFICIALE DELLA ISS” della tesi che non siamo mai andati sulla Luna.


IN BREVE: L’astronauta dice che adesso (“right now”) non abbiamo un veicolo in grado di andare sulla Luna. Non dice non l’abbiamo mai avuto. Per interpretare le sue parole come dichiarazione che non siamo mai andati sulla Luna bisogna essere asini in inglese oppure in malafede.


IN DETTAGLIO: L’astronauta è lo statunitense Terry Virts. Accanto a Virts c’è l’italiana Samantha Cristoforetti. I sottotitoli dicono che le dichiarazioni risalgono a marzo 2015 e attribuiscono il video al sito Luogocomune.net.

Questa è la trascrizione fedele delle parole di Virts, fatta da un madrelingua inglese (io): “Well, that’s a great question. The plan that NASA has is to build a rocket called SLS, which is a heavy lift rocket. It’s something that is much bigger than what we have today, and it will be able to launch the Orion capsule with humans on board as well as landers or other components to destinations beyond Earth orbit. Right now we only can fly in Earth orbit. That’s the farthest that we can go, and this new system that we’re building is gonna allow us to go beyond and hopefully take humans into the Solar System to explore. So the Moon, Mars, asteroids... there’s a lot of destinations that we could go to and we’re building these building-block components in order to allow us to do that eventually”.

I sottotitoli gli attribuiscono queste parole: “Ottima domanda! La NASA sta progettando di costruire un razzo chiamato SLS, un razzo per carichi pesanti che è molto più grande di quelli che abbiamo oggi. Sarà in grado di lanciare la capsula Orion con uomini a bordo oltre che a veicoli per atterrare [sui pianeti], ed altri strumenti verso destinazioni al di là dell’orbita terrestre. Attualmente siamo in grado di volare solo nell’orbita terrestre, più lontano di così non possiamo andare. Il nuovo sistema che stiamo costruendo ci permetterà di andare oltre e speriamo che possa portare degli uomini ad esplorare il sistema solare. La luna, marte [sic], gli asteroidi, ci sono molte destinazioni che potremmo raggiungere e stiamo costruendo i vari pezzi che ci permetteranno un giorno di farlo”.

Virts specifica molto chiaramente che in questo momento (“right now”) non disponiamo di veicoli in grado di volare oltre l’orbita terrestre. I sottotitoli concordano: Attualmente siamo in grado di volare solo nell’orbita terrestre”. Questo non vuol dire che non li abbiamo mai avuti: anzi, la precisazione “right now” (“attualmente”) crea una distinzione rispetto ad altri momenti (il passato). In altre parole, indica che Virts ci tiene a ricordare che prima li avevamo.

Lungi dall’essere la “conferma definitiva” delle tesi di cospirazione, questo video conferma che i lunacomplottisti sono disposti a travisare e distorcere grossolanamente qualunque dichiarazione pur di adattarla ai loro preconcetti.

2016/04/17

Complotti spaziali sovietici: l’“anomalia del 5 aprile”

di Paolo Attivissimo. Questo articolo vi arriva grazie alle donazioni per il libro “Luna? Sì, ci siamo andati!". ed è tratto dal mio Almanacco dello Spazio. Se vi piace, potete incoraggiarmi a scrivere ancora.

Aprile 1975: l’agenzia sovietica TASS fa pubblicare in seconda pagina dai giornali nazionali un laconico annuncio intitolato in modo molto blando “Comunicato dal centro di controllo del volo”. Il comunicato informa che “durante il percorso del terzo stadio del razzo i parametri della traiettoria hanno deviato da quelli prestabiliti e un meccanismo automatico ha fatto interrompere il volo, distaccando la cabina spaziale in modo che scendesse a terra. L'atterraggio morbido è avvenuto a sud-ovest di Gorno-Altaisk (Siberia occidentale). I servizi di ricerca e soccorso hanno ricondotto al cosmodromo i due cosmonauti, che stanno bene”. Ma la realtà è assai diversa. Per la prima volta, infatti, un volo spaziale con equipaggio è stato costretto a un drammatico rientro d'emergenza dopo il decollo.

Il 5 aprile è stata lanciata una Soyuz per portare alla stazione spaziale sovietica Salyut-4 Vasili Lazarev, comandante della missione e maggiore dell’aviazione sovietica, e Oleg Makarov, ingegnere di volo civile, per restarvi 60 giorni. Ma quattro minuti e 48 secondi dopo il decollo, alla quota di 145 km, la separazione del terzo stadio dal secondo non è avvenuta correttamente: si sono aperti solo tre dei sei agganci che tengono uniti i due stadi. Il motore del terzo stadio si è acceso mentre il secondo era ancora agganciato.

La spinta del motore del terzo stadio è poi riuscita a spezzare gli agganci rimasti, sganciando il secondo stadio, ma la sollecitazione inattesa ha fatto deviare il veicolo dalla traiettoria prevista. Sette secondi dopo la mancata separazione, il sistema di guida della Soyuz ha rilevato l'anomalia e ha attivato un programma di abort (interruzione d'emergenza). A questo punto del volo il razzo d'emergenza collocato sopra il veicolo era già stato sganciato e quindi è stato necessario ricorrere al motore principale della Soyuz stessa, separando il veicolo dal terzo stadio e poi separando il modulo orbitale e quello di servizio dalla capsula di rientro. Al momento di queste separazioni il veicolo era già puntato verso la Terra e questo ha accelerato fortemente la sua discesa: invece della decelerazione di 15 g prevista per questa situazione, già estremamente violenta, gli astronauti hanno subìto fino a 21,3 g.

Nonostante il sovraccarico, i paracadute della capsula si sono aperti correttamente e hanno rallentato la caduta del veicolo, che è tornato a terra dopo soltanto 21 minuti di volo. Ma i guai dei cosmonauti non sono finiti: la capsula è caduta su un pendio innevato e ha iniziato a rotolare verso uno strapiombo alto 150 metri. Per fortuna i paracadute si sono impigliati nella vegetazione e la Soyuz si è fermata.

L'equipaggio si è trovato immerso nella neve alta fino al petto e a −7 °C, per cui ha indossato l'abbigliamento termico d'emergenza. Inizialmente Makarov e Lazarev hanno temuto di essere finiti in territorio cinese, in un momento in cui i rapporti fra Unione Sovietica e Cina sono molto ostili, e quindi si sono affrettati a distruggere i documenti riguardanti un esperimento militare che si sarebbe dovuto svolgere durante la missione. In realtà l'atterraggio è avvenuto a sud-ovest di Gorno-Altaisk, circa 830 km a nord del confine con la Cina e a circa 1500 km dalla base di lancio. Il contatto radio con un elicottero di soccorso ha poi confermato ai cosmonauti che la Soyuz era caduta in territorio sovietico, ma il luogo di atterraggio era talmente impervio che l'equipaggio non è stato recuperato fino all'indomani.

Contrariamente a quanto dichiarato dalle autorità sovietiche Lazarev ha subìto traumi a causa dell'elevata decelerazione. Makarov, invece, è in buone condizioni e tornerà a volare con le Soyuz 26, 27 e T-3.

La censura sovietica nasconderà la serietà dell'incidente all'opinione pubblica nazionale fino al 1983. Gli Stati Uniti, invece, vengono avvisati sommariamente il 7 aprile 1975, dopo il recupero dell'equipaggio, ma chiedono maggiori chiarimenti, perché sono in corso i preparativi per la storica missione spaziale congiunta fra russi e americani, l'Apollo-Soyuz Test Project, che dovrà decollare tre mesi dopo. Nel rapporto sovietico l'emergenza viene definita semplicemente “anomalia del 5 aprile” e il grave malfunzionamento viene attribuito all'uso di una vecchia variante del vettore Soyuz che non verrà mai più utilizzata.


Fonti: SSAJames Oberg; TASS/La Stampa, 8 aprile 1975, tramite @giaroun.

2016/04/12

Tom Stafford (Gemini 6, Gemini 9, Apollo 10, Apollo-Soyuz) a Pontefract, aprile 2016: cento minuti di storia vivente

di Paolo Attivissimo


Il generale Thomas Patten Stafford, 86 anni, si racconta a Pontefract grazie a Space Lectures.

2016/02/28

50 anni fa la NASA perdeva due astronauti: Charles Bassett ed Elliott See

di Paolo Attivissimo



È il 28 febbraio 1966. La NASA, con il programma Gemini, sta imparando tutto quello che serve sapere per poter mandare degli astronauti sulla Luna: come camminare e lavorare in assenza di peso, come effettuare rendez-vous e attracchi fra due veicoli spaziali. Molti membri degli equipaggi delle missioni Gemini viaggeranno poi fino alla Luna: Neil Armstrong, Buzz Aldrin, Tom Stafford, John Young e Gene Cernan, per citarne alcuni.

Ma l’equipaggio della Gemini IX, costituito da Elliot See e Charles Bassett II, non avrà questa possibilità. See, 38 anni, e Bassett, 34 anni, partono intorno alle sette di mattina dalla base di Ellington, diretti allo stabilimento della McDonnell a St. Louis, a bordo di un addestratore T-38, accompagnati dall’equipaggio di riserva, Tom Stafford e Gene Cernan, su un altro T-38. Devono trascorrere a St. Louis una decina di giorni per ispezionare la loro capsula Gemini ed addestrarsi nel simulatore.

Alla partenza il tempo è ottimo, ma a St. Louis piove; le nuvole sono basse (a 600 metri di quota) e la visibilità è scarsa. All’arrivo sopra la base aerea di Lambert Field, poco prima delle nove, i due jet si trovano troppo vicini alla fine della pista d’atterraggio e così See vira a sinistra, stando sotto le nuvole, mentre Stafford si arrampica e rientra nelle nubi per tentare un altro avvicinamento, cosa che gli riesce senza problemi.

Ma la virata di See porta il suo T-38 vicino all’Edificio 101 della McDonnell, dove i tecnici stanno lavorando proprio alla capsula Gemini che dovrà portare See e Bassett nello spazio. Rendendosi forse conto di star perdendo quota troppo rapidamente, See accende i postbruciatori e tenta di virare bruscamente a destra, ma è troppo tardi: l’aereo colpisce il tetto dell’edificio con un’ala e si schianta, incendiandosi e uccidendo Bassett e See. Frammenti del loro aereo colpiscono la capsula Gemini. See viene sbalzato fuori dall'aereo; il suo cadavere viene ritrovato in un parcheggio adiacente. La testa di Bassett viene trovata incastrata fra le travi del tetto dell’Edificio 101. Se l’aereo fosse stato leggermente più basso, avrebbe distrutto la capsula e soprattutto ucciso decine di specialisti che vi lavoravano, mettendo in crisi l’intero progetto di arrivare alla Luna.

Non è il primo incidente che tronca la vita di un astronauta: era già successo con Theodore Freeman nel 1964. Ma è la la prima volta che la NASA si trova costretta a rimpiazzare l’equipaggio primario di una missione con quello di riserva. Stafford e Cernan voleranno nello spazio con la Gemini IX e diventeranno i primi ad effettuare con successo tre rendez-vous; in seguito voleranno insieme fino alla Luna con Apollo 10.

L’incidente aereo innesca un effetto domino che cambia il corso della storia: senza la morte di Bassett e See, per esempio, Buzz Aldrin non sarebbe stato scelto come membro di riserva per Gemini IX e non avrebbe volato con la Gemini XII a novembre del 1966; probabilmente non sarebbe stato il pilota del modulo lunare di Apollo 11 e quindi non sarebbe stato il secondo uomo a camminare sulla Luna. Inoltre Gene Cernan probabilmente non sarebbe stato l’ultimo uomo sulla Luna. Aldrin, amico e vicino di casa di Bassett, non dimenticherà mai che la sua presenza nei libri di storia è frutto di questa tragedia.

See e Bassett verranno sepolti al Cimitero Nazionale di Arlington, uno vicino all’altro. I loro nomi non sono noti ai più, forse perché sono morti prima di andare nello spazio, ma sono incisi nello Space Mirror Memorial al Centro Spaziale Kennedy, insieme a tutti gli altri astronauti deceduti nello svolgimento del proprio compito, e sono stati portati sulla Luna dagli astronauti di Apollo 15 nella targa che accompagna la statuetta Fallen Astronaut collocata nei pressi della Hadley Rille.



Per aspera ad astra.


Fonti: NASA, AmericaSpace.

2016/01/25

Nuovo film “complottista” in arrivo: Operation Avalanche

di Paolo Attivissimo

Ha debuttato al Sundance Film Festival a Park City, nello Utah, il film Operation Avalanche, del canadese trentunenne Matt Johnson, che si preannuncia di grande interesse per chi segue le vicende del lunacomplottismo perché è in gran parte incentrato sulla falsificazione degli sbarchi lunari.

Secondo gli articoli pubblicati da TheStar e da The Guardian, Johnson e la sua troupe hanno “invaso sfacciatamente” le strutture della NASA, hanno fatto un “uso temerario delle riprese d’archivio delle missioni Apollo” e hanno costruito una suggestione “sorprendentemente convincente” dell’ipotesi di falsificazione.

La storia è ambientata alla fine degli anni Sessanta ed è un documentario all’interno di un documentario, con connotazioni al tempo stesso da thriller e da commedia miste a riprese artificialmente invecchiate ricorrendo alla desaturazione dei colori e all’introduzione della grana della pellicola in bianco e nero. I protagonisti sono lo stesso Johnson e Owen Williams, che interpretano il ruolo di due giovani agenti della CIA che fingono di essere cineasti e di star girando un documentario sui preparativi della NASA per il primo sbarco sulla Luna, quello di Apollo 11 a luglio del 1969.

In realtà i due stanno cercando di identificare una talpa sovietica all’interno della NASA, ma finiscono per scoprire che la NASA non è affatto pronta a far atterrare un uomo sulla Luna (il Modulo Lunare non funziona e non sarà pronto in tempo per mantenere la promessa di Kennedy di allunare entro la fine del decennio) e quindi vengono coinvolti in una cospirazione per falsificare lo sbarco per il pubblico televisivo.

C’è anche un cameo artificiale di Stanley Kubrick, il regista che secondo alcuni complottisti avrebbe creato le riprese dello sbarco sulla Luna e che in Operation Avalanche finisce per dare una mano importante alla messinscena senza rendersene conto. Inoltre, secondo le recensioni, ci sarebbe anche una visita (non si sa se reale o simulata) sul set di 2001 Odissea nello spazio, capolavoro dello stesso Kubrick.

Matt Johnson e il co-sceneggiatore Josh Boles dichiarano di non credere alle tesi di complotto intorno ad Apollo 11 ma di averle studiate. Johnson dice che non crede che questo film farà pensare alla gente che la NASA non è stata sulla Luna: semmai, dice, “farà discutere di queste specifiche questioni.” Staremo a vedere.

2016/01/23

Il complotto sovietico scherzoso di Zond 5

di Paolo Attivissimo

Non tutte le cospirazioni hanno intenti ostili: è il caso, per esempio, della burla organizzata in gran segreto dai russi ai danni degli americani nel 1968.

La sonda Zond 5, lanciata dall’Unione Sovietica il 14 settembre 1968, è diretta verso la Luna. Formalmente si tratta di una sonda spaziale, ma è a tutti gli effetti un veicolo Soyuz, di quelli normalmente usati dai sovietici per portare un equipaggio, modificato per il volo teleguidato. Per questo volo sperimentale intorno alla Luna l’equipaggio è sostituito da alcuni animali (tartarughe, mosche, vermi e altro) e da un manichino contenente sensori per le radiazioni. Di fatto è una prova generale di un volo circumlunare con equipaggio. Gli americani sono al corrente delle dimensioni della “sonda” e sanno che potrebbe contenere un equipaggio, che diventerebbe il primo della storia a volare intorno alla Luna (la prima missione americana circumlunare, Apollo 8, deve ancora avvenire e avrà luogo a dicembre del 1968), ma i sovietici mantengono il tradizionale segreto sui dettagli della missione.

Durante questo volo viene perpetrato uno scherzo agli americani: prima del lancio, ai tecnici che stavano preparando la Zond 5 è stato chiesto di collegare con un cavo il ricevitore radio del veicolo al suo trasmettitore. Quando la sonda sta volando intorno alla Luna, il 18 settembre 1968, raggiungendo una distanza minima di 1950 chilometri, il cosmonauta Pavel Popovich trasmette da Terra verso la Zond 5 un annuncio a voce: “Il volo procede regolarmente; ci stiamo avvicinando alla superficie.”

Grazie al collegamento fra ricevitore e trasmettitore, le sue parole vengono ritrasmesse verso Terra dalla Zond 5 e vengono quindi ricevute anche dagli impianti di radioascolto spaziale americani oltre che da quelli russi, creando l’illusione che Popovich sia a bordo del veicolo spaziale sovietico. Le parole di Popovich creano stupore fino ai più alti livelli governativi statunitensi: l’astronauta Frank Borman, consulente spaziale del presidente americano Nixon, riceve una telefonata dal presidente, che chiede come mai un sovietico sta trasmettendo dalla Luna.

Circa un mese dopo, Borman si reca in visita in Unione Sovietica ed è proprio Popovich ad accoglierlo in aeroporto. Nel frattempo gli americani hanno capito che il messaggio dalla Luna era una finzione: Borman, appena sceso dall’aereo, gli mostra scherzosamente il pugno e dice a Popovich “Ehi, tu, burlone spaziale!”.


Fonti: NASA; The First Soviet Cosmonaut Team, di Colin Burgess e Rex Hall (2009), pag. 318, che cita Voice of Russia, “Space exploration is a lifelong job” (2007).

2016/01/18

Complotti sovietici: il disastro sfiorato e taciuto della Soyuz 5 (1969)

di Paolo Attivissimo. L’articolo è stato aggiornato dopo la pubblicazione iniziale. Ultimo aggiornamento: 2016/01/23.

Si parla tanto di fantasiosi e improbabili complotti statunitensi per simulare lo sbarco sulla Luna, ma ci si dimentica spesso dei veri complotti: quelli per insabbiare i fallimenti e i dettagli imbarazzanti delle missioni spaziali, specialmente (ma non solo) da parte russa. Questa è la storia di uno di questi complotti reali, tratta dal mio e-book Almanacco dello Spazio.

Il 16 gennaio 1969, con la gara sovietica e americana per raggiungere la Luna nel massimo fermento, l’Unione Sovietica mette a segno una missione congiunta spettacolare. Nei giorni precedenti ha lanciato in orbita intorno alla Terra due veicoli con equipaggio, la Soyuz 4 (con a bordo un solo cosmonauta, Vladimir Shatalov) e la Soyuz 5 (che trasporta Boris Volynov, Aleksei Yeliseyev e Yevgeny Khrunov), e ora la Soyuz 4 attracca alla Soyuz 5 con una manovra inizialmente automatica e successivamente manuale.

Credit: Gianluca Atti
I due veicoli spaziali vengono interconnessi con alimentazione, comunicazioni e comandi e formano per quattro ore e mezza quello che la stampa sovietica definisce un po’ iperbolicamente “la prima stazione cosmica sperimentale al mondo”. Come vedete dall’immagine qui accanto, anche la stampa italiana (perlomeno quella comunista) non si discosta molto da questa descrizione epica, anche perché non ci sono altre fonti d’informazione a parte quelle sovietiche, controllatissime e censuratissime.

Retorica a parte, è comunque il primo attracco fra due veicoli spaziali entrambi dotati di equipaggio nella storia dell’astronautica. C’erano stati attracchi precedenti, ma soltanto fra veicoli senza equipaggio oppure fra uno con equipaggio e uno senza.

Dopo l’attracco, due dei cosmonauti della Soyuz 5, Yevgeny Khrunov e Alexei Yeliseyev, si trasferiscono alla Soyuz 4 effettuando una passeggiata spaziale, che viene registrata dalle telecamere di bordo: è il primo trasferimento extraveicolare di un equipaggio da un veicolo spaziale a un altro. Un altro primato, insomma, conquistato dai russi. Queste manovre servono a collaudare le tecniche di attracco e trasbordo che verranno usate per lo sbarco sulla Luna che i sovietici, in gran segreto, stanno tentando di realizzare.

La Soyuz 4 rientra a terra senza problemi il 17 gennaio con Shatalov, Khrunov e Yeliseyev (immagine qui accanto, tratta da Spacefacts). La Soyuz 5 resta in orbita fino al giorno successivo, pilotata dal trentaquattrenne Boris Volynov.

Fin qui tutto bene, insomma. Ma al momento del rientro della Soyuz 5 succede di tutto.

Il modulo di servizio, che sta sul retro del veicolo di Volynov, non si sgancia correttamente dalla capsula di rientro dopo l’inizio della manovra di discesa. Rimane attaccato alla capsula, e siccome è la parte del veicolo che offre la maggiore resistenza aerodinamica si dispone spontaneamente dietro, mettendo la capsula e Boris Volynov davanti. Il problema è che questo assetto è il contrario di quello necessario per sopravvivere al rientro, perché la Soyuz a questo punto ha lo scudo termico dietro anziché davanti.

Il calore intensissimo del rientro agisce quindi sulla parte meno protetta della capsula: Volynov, invece di essere schiacciato contro il proprio sedile dalla decelerazione, viene spinto in senso contrario, contro le cinture di sicurezza che lo trattengono, e assiste impotente alla progressiva combustione delle guarnizioni del portello, che riempiono di fumo la capsula. Il cosmonauta, oltretutto, non ha una tuta pressurizzata che lo protegga.

I tecnici al Controllo Missione sovietico, informati via radio da Volynov della situazione, hanno già capito che non c’è nulla da fare e uno di loro si toglie il cappello, vi mette dentro tre rubli e lo passa agli altri per iniziare la colletta per l’imminente vedova.

Fortunatamente il calore esterno fonde i collegamenti fra il modulo di servizio e la capsula di rientro poco prima che ceda il portello e quindi il modulo di servizio si sgancia violentemente, permettendo alla capsula di riprendere il proprio assetto normale: il suo scudo termico, finalmente in posizione corretta, assorbe il calore prodotto dall’attraversamento dell’atmosfera e la capsula decelera, ma lo fa brutalmente, sottoponendo Volynov a ben 9 g, perché i razzi di manovra, che normalmente dovrebbero ridurre la decelerazione imponendo un assetto che genera portanza e quindi produce una planata, non funzionano: il loro propellente è stato esaurito dal computer di bordo nel vano tentativo di orientare correttamente la capsula mentre era ancora vincolata al modulo di servizio.

Boris Volynov
Non è finita: i cavi del paracadute della capsula si ingarbugliano parzialmente e i razzi che servono per la frenata finale sono danneggiati dal rientro e non funzionano, per cui l’impatto con il suolo è durissimo, anche se la neve lo smorza lievemente: Volynov viene sbalzato dal proprio sedile e si spezza alcuni denti. Oltretutto la capsula è atterrata nei monti Urali, a centinaia di chilometri dal punto previsto in Kazakistan, per cui i soccorsi non possono arrivare prontamente. Fuori la temperatura è −38°C e nella capsula non c’è riscaldamento, ma Volynov viene raggiunto dai soccorritori circa un’ora dopo il suo fortunoso atterraggio. Il disastro sfiorato verrà tenuto segreto dalle autorità sovietiche fino al 1997.

Le peripezie di Volynov non sono ancora finite: pochi giorni dopo, il 22 gennaio, sarà coinvolto in un attentato al premier sovietico Brezhnev. Ma questa è un’altra storia, che trovate nell’Almanacco dello Spazio.


Fonti: Soyuz 5's Flaming Return di James Oberg (2002) con aggiornamento correttivo di Oberg (2008); Astronautix; Sven Grahn; Soyuz: A Universal Spacecraft, Rex Hall e David Shayler, p. 155-156; Rockets and People, Volume 4, Boris Chertok, p. 187; Spacefacts; Disasters and Accidents in Manned Spaceflights, David Shayler, p. 357-358; Il mistero dei cosmonauti perduti, Luca Boschini, pag. 160; The First Soviet Cosmonaut Team, Colin Burgess e Rex Hall (2009), pag. 287-290. Altre fonti sono riportate nell’aggiornamento qui sotto.


2016/01/23


Dopo la pubblicazione iniziale del mio articolo sul Disinformatico i lettori hanno segnalato versioni contrastanti delle azioni di Volynov dopo l’atterraggio. In particolare sono emersi forti dubbi sulla versione che avevo descritto inizialmente basandomi sulle fonti solitamente autorevoli: secondo questa versione, Volynov si sarebbe allontanato dalla capsula e avrebbe camminato per vari chilometri, nel gelo e con la bocca sanguinante per i denti rotti, fino a trovare rifugio in casa di un contadino e i soccorritori sarebbero arrivati varie ore dopo e avrebbero trovato la capsula vuota, riuscendo poi a rintracciare Volynov seguendo le sue impronte e le macchie di sangue nella neve. Ma sono emerse interviste nelle quali Volynov smentisce questa versione. Di conseguenza cui ho ampliato la mia ricerca: ne riassumo qui i risultati citando le varie fonti che ho utilizzato e ringraziando in particolare Giovanni Pracanica per il suo contributo alla ricerca.

James Oberg, Soyuz 5's Flaming Return (2002): “Ground searchers didn't know that he was alive, but radar had indicated that the capsule was far off course. Many hours later, helicopters spotted the downed spacecraft and landed nearby. The rescuers were unsure whether they were on a rescue mission or would recover a body. At the landing site, they found the capsule's hatch open -- no one inside, and no trace of the cosmonaut. Volynov had quickly realized out that he would die in the mid-winter cold if he stayed where he was, so he set out on foot towards a distant vertical line of smoke in the sky. He had landed just before noon, and the weather was clear. Only a few kilometers away, he found the hut of peasants who took him in and kept him warm until searchers, following his footprints and the bloody spots where he had spit in the snow, found him.”

Sempre Oberg, nel libro Star-Crossed Orbits (2002), pagina 190: “The impact force tore him from his seat and threw him across the cabin, knocking out several of his upper front teeth. He tasted blood filling his mouth... Many hours later, helicopters spotted the capsule’s parachute and landed nearby... They found the capsule’s hatch open, nobody inside, and no trace of the cosmonaut. Volynov had quickly figured out that he would die in the midwinter cold if he stayed where he was, so he set out on foot toward a distant vertical line of smoke in the sky. It was just before noon when he landed, and the weather was clear. He found the hut of some peasants only a few kilometers away, and they took him in and kept him warm until searchers followed his footprints – and the bloody spots where he had been spitting – in the snow”.

La stessa versione è stata pubblicata da Oberg nel 1999 sul suo sito e in una rivista di settore, Launchspace, nell’articolo Secrets of Soyuz (PDF). Oberg ne parla anche in questo articolo su NasaSpaceflight del 2008.

Tuttavia Oberg stesso, in una nota non datata ma risalente almeno al 4 luglio 2008 (data in cui è stata vista per la prima e unica volta da Archive.org), ha smentito questa sua versione: “In October 2005 I met with Volynov for more than an hour at the cosmonaut training center outside of Moscow. He showed a recent made-for-Moscow TV movie reenactment of his adventure, and narrated and discussed it, remarking on where it was accurate and where it had been over-dramatised. [...] Volynov did say that my version of his post-landing survival was not correct. Long ago, while in the US Air Force, I had learned of an embassy gossip account of a mid-winter off-course landing of a cosmonaut who had had to hike a few miles to a nearby settlement to survive. At the time, I knew of no solo winter off-course Soviet manned spaceflight landing, and filed it away as ‘garble’ or even ‘tall-tale’. Later, when I learned that Soyuz-5 had in fact performed just such a feat, and added odin and odin together to get dva, and postulated that the story was about Volynov. But he told me it wasn’t – and gave me another even more miraculous account of how he had avoided freezing to death within hours back in January 1969.” Nella stessa nota promette una nuova pubblicazione sull’episodio (“That story will be in my new published account”), ma non ne ho trovato traccia.

Astronautix: “The damage to the capsule resulted in a failure of the soft-landing rockets. The landing was harder than usual and Volynov broke his teeth. The capsule was recovered 2 km SW of Kustani, far short of its aim point, on January 18, 1969 at 07:58 GMT.”

Sven Grahn si limita a linkare l’articolo di Oberg.

Rockets and People di Boris Chertok: non parla di della fase post-atterraggio.

Spacefacts: “On page 274 of the book IN THE SHADOW OF THE MOON, Boris Volynov is quoted as saying he stayed inside the capsule after landing with a broken jaw. It was extremly cold and he only had a thin tracksuit on. There were no buildings for 60 kilometers around him so he waited one hour. Parachutists were the first to arrive.”

Il libro Soyuz: A Universal Spacecraft dice: “Volynov… knew that he would die if he stayed inside the capsule…. he spotted a vertical line of smoke in the distance; and after walking several kilometers he found a peasant hut, where the occupants welcomed him and kept him warm until the rescue team arrived… At the landing site, search teams located the DM and, to their surprise, found it empty; but they finally found Volynov by tracking the trail of blood in the snow where he had spat.” La nota a pié pagina cita l’articolo di Oberg.

Il libro Disasters and Accidents in Manned Spaceflights di David J. Shayler riporta: “...the parachutes deployed on [sic] partially... A failure in the soft-landing rockets in the base of the DM caused a harder than normal landing, almost wrecking the capsule. When the search crews found Soyuz 5 it was empty. Volynov was found, with several broken teeth, in a nearby peasant hut trying to keep warm while awaiting his rescuers”.

Il libro Il mistero dei cosmonauti perduti di Luca Boschini (2013) dice, a pagina 161, che “La leggenda vuole che a questo punto il cosmonauta fosse uscito dalla capsula, indossando la sola divisa da pilota, e avesse camminato nella neve per chilometri fino a raggiungere un’abitazione, dove sarebbe stato soccorso e medicato. In realtà, lo stesso Volynov in un’intervista nel 2001 con lo scrittore Bert Vis ammise che fuori dalla capsula tutto intorno non si vedeva che una distesa innevata e coi vestiti leggeri che aveva indosso non sarebbe sopravvissuto più di qualche minuto: perciò aveva deciso di starsene chiuso nella capsula e sperare nei soccorsi, che fortunatamente lo ritrovarono in meno di un’ora.”

L’intervista a Bert Vis citata da Boschini è citata anche nel libro The First Soviet Cosmonaut Team, di Colin Burgess e Rex Hall (2009), a pag. 290: “The unexpectedly heavy impact propelled Volynov forward against his harness with such force that it gave way, resulting in him smashing his jaw and shoulders against the instrument panel, snapping off several upper teeth at the roots. Soyuz 5's re-entry problems had caused the cosmonaut to land some 400 miles o€ff course, and as he sat in excruciating pain trying to assess the damage to his face he could hear the hot exterior of his charred spacecraft popping and hissing in the freezing cold outside. Bruised and bloody, Volynov knew he needed some urgent medical attention, but he was also aware of the fact that he was only wearing a thin woollen tracksuit and it was somewhere around -38°C outside. There were later misleading (and often repeated) reports that as he sat there he saw some smoke from a nearby farmhouse chimney and made his way across to seek shelter and assistance. However, Volynov emphatically denied this in an interview with Bert Vis in London in May 2001, saying it was completely deserted and freezing cold where he landed, emphasizing that to have left the spacecraft would have been suicidal. “There was nobody to help. It was two hundred kilometres from Kustanay [Kazakhstan] ... no settlements at all... no farm... maybe sixty or eighty kilometres there was nothing. I couldn't go anywhere as it was minus 38 degrees and I was wearing that suit. I waited inside the capsule'' [2]. It took almost an hour for a rescue aircraft to locate and reach the Soyuz 5 spacecraft, although Volynov could see the aircraft in the distance through his window, doing searching sweeps of the area. They finally spotted his parachute and flew low over the downed spacecraft. Four recovery parachutists then leapt out in order to check on his condition and off€er initial assistance. Radio links were quickly established and, soon after, the helicopters arrived.” Il numero “[2]” è appunto un riferimento all’intervista di Vis a Volynov.

In questo video Volynov stesso racconta la propria esperienza (da 13:30 circa) confermando i 9 g di decelerazione e i -38°C all’atterraggio, dicendo che la città più vicina era a 200 chilometri e che indossava soltanto una tuta di volo di lana. Non parla di essere uscito dalla capsula e di essersi incamminato, ma dice di essere stato soccorso dopo qualche tempo e di essere stato ritrovato dalla squadra di soccorso.

In questo video, a circa 28 minuti dall’inizio, Volynov racconta in russo la fase dopo l’atterraggio. Il video, in una ricostruzione, mostra che viene soccorso vicino alla capsula, senza menzionare alcun percorso a piedi. Il video, stando alla descrizione su Youtube tradotta da Google Translate, s’intitola Волынов. Падение из космоса (“Volynov. Caduta dallo spazio”) è della casa di produzione Ostankino, risale al 2008, fa parte della serie Тайны века (“Segreti del secolo”) ed è diretto da Alexander Gureshidze.

In questa intervista in russo, datata 2010, Volynov rievoca la propria disavventura, confermando i danni ai denti ma senza accennare ad alcuna uscita dalla capsula per raggiungere abitazioni.

La serie di documentari Secret Space Escapes ha in programma una puntata dedicata all’incidente di Volynov; aggiornerò ulteriormente questo articolo non appena l’avrò vista.

2016/01/12

Buon compleanno, Progettista Capo!

di Paolo Attivissimo

Korolev a 32 anni.
È il 12 gennaio 1907 (30 dicembre 1906 nel calendario giuliano): nasce a Zhitomir, in quella che oggi è Ucraina ma allora era un governatorato dell’Impero Russo, Sergei Pavlovich Korolev (Серге́й Па́влович Королёв; pronuncia). Diventerà il principale artefice del programma spaziale sovietico, portandolo a una serie ineguagliata di primati, ma non potrà mai vantarsene pubblicamente.

Da giovane studia aeronautica a Mosca sotto la guida di Andrei Tupolev, si qualifica come pilota e lancia, nel 1933, il primo razzo a propellente liquido in Unione Sovietica. Ma durante una delle tante purghe ordinate da Stalin viene arrestato e condannato ingiustamente a dieci anni di lavori forzati nel gulag di Kolyma, dove perde tutti i denti e si frattura la mandibola.

Viene trasferito in un carcere a Mosca dopo cinque mesi di gulag e passa cinque anni a lavorare a progetti di aerei e razzi insieme ad altri ingegneri incarcerati. Nel 1945, però, viene nominato colonnello dell’Armata Rossa e viene spedito in Germania: una svolta repentina dovuta al fatto che servono le sue competenze per decifrare i razzi V2 tedeschi che l’esercito russo è riuscito a catturare (il loro progettista, Wernher Von Braun, si è arreso agli americani, che se lo tengono stretto).

Korolev impara in fretta: è suo il primo missile balistico intercontinentale al mondo, l’R-7; sono opera sua il primo satellite artificiale (lo Sputnik 1), il primo cane nello spazio, il primo uomo nello spazio, il primo equipaggio multiplo, la prima donna nello spazio, la prima passeggiata spaziale, il primo satellite spia sovietico, le prime sonde lunari e interplanetarie e il gigantesco razzo N-1 concepito per portare un russo sulla Luna. Tutto progettato e costruito con risorse tecniche ed economiche ridotte all’osso, in un regime di segretezza e paranoia politica senza pari.

Il suo nome resterà un segreto di stato fino alla sua morte nel 1966, a 59 anni, dovuta alle inattese complicazioni di un intervento chirurgico di routine; prima di allora verrà sempre citato ufficialmente soltanto come il Progettista Capo. La più grande testimonianza del suo talento è il fatto che ancora oggi gli astronauti e cosmonauti di tutto il mondo – compresa la nostra Samantha Cristoforetti e, prossimamente, Paolo Nespoli – vanno nello spazio usando un razzo che è un’evoluzione dell’R-7 di Korolev di quasi sessant’anni fa.


Tratto dall’Almanacco dello Spazio.

2016/01/03

Quant’è grande il carattere del celebre titolo “LUNA” del Messaggero?

di Paolo Attivissimo

La prima pagina mostrata qui accanto è molto famosa: è quella del Messaggero del 21 luglio 1969, giorno dello sbarco sulla Luna di Neil Armstrong e Buzz Aldrin. Molti la conoscono perché contiene un falso storico (la foto del “primo passo” lunare, che in realtà è un’impronta di un normale stivale terrestre, completamente diversa da quella lasciata dagli scarponi usati sulla Luna dagli astronauti), ma ha anche un’altra particolarità: l’enorme dimensione dei caratteri della parola “LUNA”.

Dovrebbe essere un record mondiale, e oltretutto un record quasi impossibile da battere, visto che è difficile che ci siano altri eventi storici meritevoli di titoli così grandi e al tempo stesso riassumibili in quattro lettere o meno.

Eppure quando si cercano online informazioni su quale sia stato il più grande corpo tipografico mai usato in una prima pagina di giornale non compare questa prima pagina del Messaggero ma di solito viene citata invece quella del New York Times dedicata allo stesso evento. Il 21 luglio 1969 il NYT titolò infatti “MEN WALK ON MOON”, come potete vedere per esempio qui o qui oppure qui accanto, usando un carattere alto 96 punti.

Il carattere del Messaggero è decisamente più grande, ma di quanto, in termini tipografici? Non ho a disposizione una copia del Times per misurarne direttamente le dimensioni, ma un lettore collezionista di documenti dedicati allo spazio, Gianluca Atti, mi ha gentilmente misurato la propria copia del Messaggero e ha ottenuto un dato preciso: le lettere della parola “LUNA” sono alte 26,5 centimetri, come si può vedere nella fotografia seguente.

Definire il corpo tipografico equivalente, però, non è facile, perché non esiste una definizione unica di questa unità di misura: Wikipedia ne delinea bene la storia e le variazioni.

Se si considera che la pagina del Times risale al 1969 e fu stampata negli Stati Uniti, quando era in uso il punto tipografico Johnson, pari a circa 0,35146 mm, allora un corpo 96 equivale a 33,74 mm. Se il punto tipografico di riferimento è invece il moderno PostScript, la differenza è minima, dato che questo punto è pari a circa 0,3527 mm.

Con queste premesse, il titolo del Messaggero sarebbe in corpo Johnson 754 o in corpo PostScript 751. Di certo è quasi otto volte più grande di quello, citatissimo, del Times.

È importante tutto questo? Assolutamente no, anche se sarebbe bello vedere riconosciuto il primato del giornale italiano: semplicemente oggi mi hanno rivolto via Twitter una domanda sulle dimensioni del titolo del Messaggero e il nerd che c’è in me non ha saputo resistere, per cui ho riassunto qui i risultati della mia ricerca.