2009/09/30

Il sito dell'Apollo 11 visto di nuovo (e meglio) dalla sonda LRO

di Paolo Attivissimo. L'articolo è stato aggiornato dopo la pubblicazione iniziale.

E' stata pubblicata il 29 settembre scorso una nuova immagine più dettagliata del sito di allunaggio della missione Apollo 11, scattata dalla sonda automatica Lunar Reconnaissance Orbiter l'8 agosto 2009, a un mese di tempo dalla prima ripresa della zona.

La macchia bianca etichettata Eagle Descent Stage qui sotto è lo stadio di discesa del modulo lunare, lasciato sulla Luna dagli astronauti (che ripartivano usando solo la metà superiore del veicolo). La sigla LRRR contrassegna il retroriflettore laser utilizzato per misurare la distanza Terra-Luna, mentre PSE indica il sismografo.

Il sito dell'Apollo 11 fotografato da LRO (agosto 2009)
Credit: NASA/GSFC/Arizona State University


Nell'ingrandimento qui sotto si scorgono anche la telecamera (TV Camera) che trasmise la diretta dello sbarco e la traccia (indicata dalla freccia senza testo) delle impronte lasciate da Neil Armstrong per raggiungere il bordo del cratere Little West. Per dare un'idea delle dimensioni in gioco, il cratere Little West ha un diametro di 33 metri.

Il sito dell'Apollo 11 fotografato da LRO (agosto 2009)
Credit: NASA/GSFC/Arizona State University


E' interessante confrontare quest'immagine attuale con la mappa degli spostamenti degli astronauti contenuta nella documentazione tecnica della NASA:

Apollo 11 - Traverse MapTraverse Map della missione Apollo 11. Credit: NASA.
SWC = Solar Wind Collector; ALSCC = Apollo Lunar Surface Closeup Camera.

Nella nuova immagine, secondo quanto annunciato dal sito dell'LRO, il sole è più alto di circa 28 gradi rispetto all'immagine precedente, per cui le ombre sono più corte e si notano meglio le variazioni di luminosità. L'immagine ha una risoluzione di 1,17 metri per pixel ed è scaricabile in forma grezza qui.

Essendo stata scattata prima della discesa all'orbita definitiva, avvenuta il 15 settembre scorso, l'immagine non rappresenta ancora il massimo risultato possibile per gli strumenti della sonda LRO.

2009/09/29

Ci sono immagini della stessa scena con e senza il modulo lunare, quindi hanno riciclato i fondali?

di Paolo Attivissimo, con il contributo di Bad Astronomy e Iangoddard.com

C'è chi teorizza che alcune fotografie delle missioni Apollo rivelano che le montagne lunari sullo sfondo sono in realtà fondali finti e oltretutto riciclati per più di una fotografia. Lo hanno asserito per esempio il documentario di FOX TV Conspiracy Theory: Did We Land On the Moon? (2001) e il sito Aulis.com.

Un esempio di questi "fondali finti" sarebbe costituito dalla coppia di foto mostrate qui sopra e tratte dalla missione Apollo 15. Le montagne sullo sfondo sono identiche (sono l'Hadley Delta), ma nella foto di destra non c'è il modulo lunare. Come mai?

Molto semplice: furono scattate nella stessa direzione ma da due posti molto differenti, lontani circa un chilometro e mezzo l'uno dall'altro, uno a circa 125 metri dal modulo lunare, verso nord-ovest, e l'altro a 1400 metri di distanza dal modulo, verso ovest. Ecco perché il modulo lunare non c'è nella seconda foto: è troppo lontano.

E' come fotografare il Vesuvio da due punti separati da qualche centinaio di metri: il vulcano avrà lo stesso aspetto, ma le case in primo piano saranno "scomparse". Eppure non mi risulta che il Vesuvio sia un fondale finto.

Vediamo i dati, che i lunacomplottisti evitano accuratamente di fornire. Le immagini in questione sono porzioni della foto AS15-82-11057 (a sinistra) e della foto AS15-82-11082. La documentazione della missione presso Apolloarchive.com e il resoconto delle attività indicano che la prima fotografia fu scattata dalla posizione Station 8, a circa 125 metri a nord-ovest del modulo lunare, nell'ambito di una sequenza panoramica (animata in modo straordinario da Moonpans.com), mentre la seconda fu scattata dalla posizione Station 9, situata a 1400 metri a ovest del modulo lunare e visibile nella mappa degli spostamenti degli astronauti (Traverse Map) qui sotto.


La mappa degli spostamenti degli astronauti dell'Apollo 15.
La X indica il modulo lunare. La Station 8 è troppo vicina al
modulo lunare per essere mostrata separatamente.

Inoltre è falso che i due "fondali" siano identici: lo sembrano quando vengono mostrati nelle immagini sgranate presentate dai lunacomplottisti, ma se si confrontano gli originali ci si accorge che ci sono delle differenze, dovute al cambiamento di punto di vista, come mostrato eloquentemente da quest'animazione di Hypnoide.com o dal video qui sotto.

Anzi, il confronto fra le due immagini dimostra proprio il contrario della tesi lunacomplottista, perché rivela che le montagne sono oggetti tridimensionali, tanto che la loro prospettiva cambia.



Vi sono anche altri casi di presunti "fondali riciclati", descritti per esempio presso Braeunig.us, ma tutti vengono sbufalati quando si esegue il confronto dettagliato degli originali, che rivela anzi la presenza di parallasse fra le coppie di immagini, a conferma del fatto che i "fondali" sono in realtà oggetti tridimensionali.

Occorre inoltre considerare che sulla Luna non c'è aria, quindi non esiste il graduale offuscamento atmosferico che ci indica visivamente che un oggetto è lontano, e non ci sono oggetti familiari (alberi, case) che diano il senso delle dimensioni. Infine, l'orizzonte sulla Luna è molto più vicino che sulla Terra: è a soli 2,4 chilometri dall'osservatore.

Tutto questo rende difficile rendersi conto che quelle che sembrano essere collinette vicine sono in realtà montagne alte 4500 metri (nel caso dell'Apollo 15, allunata ai piedi degli Appennini lunari), che sono situate a diversi chilometri dal punto di allunaggio e sono viste da punti diversi.

Perché le ombre degli astronauti hanno lunghezze differenti?

di Paolo Attivissimo, con il contributo di Clavius.org

I lunacomplottisti spesso fanno notare, fra le tante presunte anomalie delle foto lunari, quella della lunghezza differente delle ombre degli astronauti.

"Una spiegazione di quest'anomalia è che i due uomini sono così vicini a una grande fonte luminosa artificiale che quando uno di loro si avvicina o si allontana da questa fonte, la sua ombra varia di conseguenza."

In originale: "An explanation for this anomaly is that the two men are standing in such close proximity to a large artificial light source that as either one moves nearer to or further away from this light, the shadow of each astronaut changes accordingly."

– da Aulis.com.

Chi sostiene questa tesi parte da un presupposto sbagliato: presume che la superficie lunare sia piatta. In realtà è irregolare, con pendenze differenti, che però si notano poco perché non ci sono oggetti familiari ai quali fare riferimento: non ci sono alberi o fiori o altri oggetti di dimensione nota che permettano di valutare distanze e inclinazioni.

E' invece sufficiente un lieve pendio locale del terreno per cambiare drasticamente la lunghezza delle ombre. L'effetto si può notare costruendo un modellino e illuminandolo con una singola fonte di luce posta ad alcuni metri di distanza: in scala, questo equivale a collocare la fonte a varie decine di metri dai soggetti illuminati. Ecco l'effetto che si ottiene quando uno dei due astronauti è in un avvallamento estremamente modesto, tanto che quasi non lo si nota:


R0014208


La presenza dell'avvallamento si nota meglio se la medesima scena viene inquadrata di lato anziché dall'alto:

R0014210

Se poi entrambi gli astronauti sono su pendici opposte di una concavità anche modesta, come quella mostrata qui sotto, l'effetto di variazione della lunghezza delle ombre è ancora più vistoso:

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R0014227

Infatti se si va a verificare la fotografia presentata come prova dai lunacomplottisti, si scopre che l'astronauta di sinistra si trova proprio in una conca del terreno, che non è rilevabile da quell'immagine sgranata ma è resa chiaramente visibile dalla curvatura dell'ombra dell'asta in quest'altra fotografia della zona, la AS11-40-5905, presa da una diversa angolazione:



L'ombra dell'asta della bandiera, anziché essere dritta come indicato dalla riga gialla, è curvata verso il basso: questo indica che si trova in un avvallamento del terreno e ne segue la forma.

Foto, quanto era facile mirare a occhio?

di Paolo Attivissimo. L'articolo è stato aggiornato dopo la pubblicazione iniziale.

Spesso i dubbiosi o i semplici curiosi si chiedono come abbiano fatto gli astronauti a inquadrare bene i propri soggetti, considerato che nelle prime missioni la fotocamera usata all'esterno, durante l'escursione lunare, non aveva un mirino.

La risposta è sorprendentemente semplice: miravano alla buona, orientando la fotocamera intera in direzione del soggetto, e sperando di azzeccare l'inquadratura. Di meglio, con le ingombrantissime tute spaziali che limitavano i movimenti, non si poteva fare. Non andò sempre bene, come si può notare da questi esempi, ma fu sufficiente.

Naturalmente la NASA si rese conto in anticipo del problema e cercò di agevolare il compito degli astronauti, addestrandoli a questo tipo di fotografia cara ai fotoreporter d'azione e dotandoli di macchine fotografiche adatte allo scopo.

Le fotocamere usate durante le escursioni sul suolo lunare erano delle Hasselblad 500 EL appositamente modificate per operare nel vuoto ed erano dotate di obiettivi grandangolari, degli Zeiss Biogon f-5.6/60 mm (foto qui sopra) realizzati specificamente per la NASA e successivamente commercializzati al pubblico. La missione Apollo 11 utilizzò esclusivamente quest'obiettivo per le foto scattate all'esterno; le missioni successive adottarono anche altri obiettivi.

Il campo visivo dell'obiettivo Biogon da 60 mm era pari a 66° in diagonale e 49,2° in orizzontale e in verticale, secondo i dati del documento NASA Apollo Lunar Photography (Clavius.org calcola invece 71° in diagonale, vale a dire a 53,5° in orizzontale e in verticale). A differenza delle fotocamere tradizionali amatoriali dell'epoca, che producevano immagini rettangolari (come fanno tuttora le fotocamere digitali) e usavano pellicola da 35 mm, le Hasselblad utilizzavano pellicola da 70 mm e producevano immagini quadrate, come le fotocamere dei fotografi professionisti degli anni Sessanta.

Per capire concretamente quanto fosse facile indovinare a occhio l'inquadratura, si può fare un esperimento molto semplice: usare una fotocamera dotata di un obiettivo grandangolare equivalente a quello delle Hasselblad lunari e fotografare senza guardare nel mirino, semplicemente puntando la fotocamera in direzione del soggetto.

Facendo gli opportuni calcoli, risulta che su una fotocamera in formato 35 mm (36 x 24 mm) occorre usare un obiettivo da 24 mm circa per avere il campo visivo delle fotocamere lunari lungo il lato più corto del fotogramma. Sono poche le fotocamere amatoriali che hanno obiettivi così "larghi", e già questo indica quanto fosse agevolato intenzionalmente il lavoro fotografico degli astronauti.

Una buona approssimazione del campo visivo delle fotocamere degli astronauti lunari si può ottenere con un telefonino: le fotocamere incorporate nei cellulari, infatti, hanno di norma un campo visivo molto ampio (circa 60°), equivalente a un grandangolo da 28 mm tradizionale.

In alternativa, si può tracciare su un cartoncino un triangolo isoscele i cui lati uguali formino un angolo di 49,2°. Ponendo appena sotto il proprio occhio il vertice compreso fra i lati uguali, i due vertici opposti delimitano un campo visivo uguale a quello delle fotocamere degli astronauti lunari.

2009/09/28

Le ombre nel vuoto sono nerissime, allora perché l'astronauta in ombra è illuminato?

di Paolo Attivissimo

Foto come quella di Buzz Aldrin ai piedi del modulo lunare mostrata qui accanto (Apollo 11, foto AS11-40-5869) suscitano spesso dubbi anche in chi non è lunacomplottista duro e puro ma è semplicemente perplesso.

Nel vuoto, si dice, le ombre dovrebbero essere nerissime, perché non c'è atmosfera a diffondere la luce, e l'unica fonte di luce è il Sole. Allora come mai l'astronauta sta nell'ombra del veicolo eppure è illuminato, come da un riflettore apposito? Questo dettaglio dimostra che la foto proviene da un set cinematografico?

Certo che no. L'astronauta è illuminato dal riverbero della superficie lunare, che a sua volta è illuminata a giorno dal Sole. La scienza insegna che la presenza o assenza d'atmosfera non c'entra nulla con questo fenomeno.

Naturalmente la quantità di luce riflessa dalla superficie lunare verso un oggetto che si erge sopra di essa non è pari a quella che colpisce un oggetto esposto alla luce solare diretta: ma come ben sa qualunque fotografo, è sufficiente regolare la fotocamera in modo che raccolga più luce. Questo comporta che gli oggetti illuminati direttamente dal Sole sono sovraesposti: e in effetti nelle foto che ritraggono correttamente soggetti in ombra si nota che la superficie lunare illuminata dal Sole è sovraesposta e quindi molto chiara o addirittura bianca.

Si può osservare l'effetto del riverbero costruendo un modello fisico della scena, come mostrato qui sotto (i dettagli della costruzione sono descritti qui e qui). Durante il corso 2009 del CICAP sul cospirazionismo, il modello è stato fotografato all'aperto, di notte, lontano da qualunque altra superficie illuminata, usando un'unica fonte di luce: una modesta lampada da 35 watt, come si vede qui sotto.


R0012088.JPG

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Come si può notare, le ombre risultano molto scure, ma l'astronauta sulla scaletta, pur essendo in ombra, è visibile:

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Se poi si regola l'esposizione in modo da fotografare correttamente i soggetti in ombra, si ottiene un risultato molto simile a quello della foto dell'allunaggio: l'astronauta è ben illuminato, pur non essendoci altra luce che quella riflessa dalla superficie lunare, e la superficie stessa risulta slavata e sovraesposta.

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L'effetto è osservabile anche in queste due pose, scattate da un'angolazione differente:

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Anche questa tesi lunacomplottista è quindi frutto di semplice incompetenza in materia fotografica.

2009/09/23

Gli astronauti Apollo avrebbero potuto simulare le missioni stando in orbita terrestre?

di Paolo Attivissimo. L'articolo è stato aggiornato dopo la pubblicazione iniziale.

Alcune teorie lunacomplottiste, come per esempio quelle di Bart Sibrel, sostengono che gli astronauti delle missioni Apollo partirono realmente con i loro vettori Saturn V e rientrarono con gli ammaraggi che il mondo vide, ma in realtà non andarono sulla Luna: rimasero in orbita intorno alla Terra.

In questo modo, sostengono i lunacomplottisti, non avrebbero dovuto affrontare le fasce di Van Allen, che a loro dire sarebbero letali fasce di radiazioni, e avrebbero potuto effettuare le trasmissioni televisive in cui mostravano di essere in assenza di peso. Soltanto le riprese lunari sarebbero state falsificate.

Questa teoria avrebbe il vantaggio di ridurre notevolmente la portata della messinscena e il numero dei partecipanti alla finzione: i veicoli sarebbero stati realmente funzionanti e soltanto un ristretto numero di addetti avrebbe dovuto sapere del cambiamento di rotta. La partenza sarebbe stata reale e il rientro sarebbe stato altrettanto autentico, e gli astronauti sarebbero stati in un luogo dove nessuno avrebbe potuto incontrarli per sbaglio e avrebbero subito gli effetti fisiologici dell'assenza di peso.

Sembra facile, per come lo descrivono i lunacomplottisti. Ma questa teoria si scontra, come tutte le altre, con l'obiezione principale che si può opporre al lunacomplottismo: l'impossibilità di falsificare, con la tecnologia degli effetti speciali degli anni Sessanta, le riprese televisive e cinematografiche delle missioni. A oggi nessuno è riuscito a fornire una spiegazione plausibile di come sarebbero stati ottenuti gli effetti di gravità ridotta e di traiettoria parabolica della polvere visibili nelle riprese.

C'è poi da considerare che le trasmissioni radio e televisive degli astronauti sarebbero arrivate dall'orbita terrestre anziché dallo spazio profondo, comportando una vistosissima differenza di puntamento delle grandi antenne riceventi situate nei vari continenti (in California, in Australia e in Spagna; la foto mostra l'antenna californiana di Goldstone). Un'orbita intera intorno alla Terra al di sotto delle fasce di Van Allen dura non più di un paio d'ore, per cui le antenne avrebbero dovuto "inseguire" il veicolo degli astronauti man mano che si spostava rapidamente nel cielo, mentre durante un viaggio lunare le antenne sarebbero rimaste puntate verso la Luna, inseguendola nel suo lento spostamento in cielo nell'arco di ventiquattro ore.

In altre parole, il puntamento sbagliato delle antenne sarebbe stato visibile anche agli occhi dei profani nelle vicinanze, che si sarebbero chiesti come mai non puntavano verso la Luna. Per non parlare del fatto che i sovietici, in gara con gli Stati Uniti per raggiungere il prestigiosissimo traguardo della Luna, si sarebbero accorti della messinscena usando i loro radiotelescopi. E se ne sarebbero accorti anche i radioamatori che ascoltarono le trasmissioni radio dai veicoli Apollo puntando le antenne verso il nostro satellite (Tracking Apollo 17 from Florida).

Ma c'è un'altra obiezione che rende assurda la tesi del "parcheggio in orbita": i veicoli sarebbero stati visibili da Terra. Qualunque buon astrofilo sa che anche i piccoli satelliti per telecomunicazioni sono visibili nel cielo notturno (e guastano molte fotografie astronomiche), perché restano illuminati a giorno dal Sole mentre sorvolano le zone del pianeta dove è già calata la notte. Un veicolo grande come l'Apollo (con o senza lo stadio S-IV B) non sarebbe passato inosservato.

Per esempio, lo Shuttle, che viaggia in orbita intorno alla Terra a distanze maggiori rispetto a quelle dei veicoli Apollo, è visibile a occhio nudo con estrema facilità: è un punto luminoso che si sposta rapidamente nel cielo, documentabile con una semplice fotocamera amatoriale.

Quando poi sfiata lo scarico della toilette di bordo o l'acqua in eccesso delle celle a combustibile, si forma una scia luminosa di cristalli di ghiaccio che non passa inosservata, come si vede in questa foto scattata negli Stati Uniti il 9 settembre 2009 da Clair Perry (fonte: Space Fellowship).

L'immagine mostra la scia, di aspetto simile a una cometa, dello Shuttle mentre effettua uno scarico di liquidi prima del rientro a Terra. La linea chiara più in basso è la traccia lasciata nell'arco di alcuni secondi dalla Stazione Spaziale Internazionale.

Con un buon telescopio amatoriale, la Stazione Spaziale Internazionale e lo Shuttle sono fotografabili con questo genere di dettaglio, come ci mostra Astrofoto.it:


Il veicolo Apollo, insomma, sarebbe stato visibile a chiunque se fosse rimasto in un'orbita bassa intorno alla Terra. La teoria lunacomplottista si scontra quindi con i fatti verificabili da chiunque.

Ma c'è di più. Quello che non molti sanno è che gli astronomi e gli astrofili di tutto il mondo poterono seguire i veicoli Apollo anche quando lasciarono l'orbita terrestre e si diressero verso la Luna.


Le immagini qui sopra, per esempio, furono scattate dall'osservatorio astrofisico Smithsonian a Maui il 21 dicembre 1968, e ritraggono l'Apollo 8 (la prima missione a uscire dall'orbita terrestre e circumnavigare la Luna) durante l'accensione dei motori per lasciare l'orbita intorno al nostro pianeta e dirigersi verso il suo satellite. Il successivo scarico del carburante residuo dallo stadio S-IVB fu visibile a occhio nudo e fu documentato da vari astrofili del Regno Unito.

Anche l'incidente occorso all'Apollo 13, che comportò il rilascio di una nube di ossigeno, fu documentato visivamente da Terra. Addirittura la NASA fu costretta a fare ricorso alle osservazioni telescopiche professionali dell'osservatorio Chabot di Oakland per determinare l'esatta posizione del veicolo in modo da poter calcolare l'ultima accensione del motore del modulo lunare, usato come retrorazzo d'emergenza, per far rientrare sani e salvi gli astronauti.

Maggiori dettagli sugli avvistamenti amatoriali e professionali delle missioni Apollo, con molte fotografie, sono disponibili presso Tracking the Apollo Flights, di Bill Keel, e in questi articoli:

  • Optical Observations of Apollo 8, di Harold B. Liemon, Sky and Telescope, marzo 1969, pagg. 156-160
  • Apollo 10 Optical Tracking, in Sky and Telescope, luglio 1969, pagg. 62-63
  • Optical Observations of Apollo 12, in Sky and Telescope, febbraio 1970, pagg. 127-130
  • The Apollo 13 Accident, in Sky and Telescope, July 1970, pag. 14

Va aggiunto, giusto per scrupolo, che le posizioni e gli eventi registrati dagli astrofili coincidono esattamente con le posizioni e gli eventi descritti dalla documentazione tecnica della NASA per le singole missioni.

2009/09/21

Video: le prove migliori che le teorie di lunacomplotto sono fandonie

di Paolo Attivissimo

E' disponibile la registrazione della mia relazione sui complotti lunari alla giornata di studio della Società Astronomica Ticinese di sabato scorso. Stavolta ho scelto un approccio un po' differente dagli altri incontri sul tema: tagliare la testa al toro, senza impantanarmi nelle singole tesi dei complottisti, passando direttamente alla presentazione delle prove migliori e dimostrando oltre ogni ragionevole dubbio che ci siamo andati. Perché se le prove dimostrano inequivocabilmente che ci siamo andati, giocoforza le tesi lunacomplottiste sono sbagliate.

In sala c'era un singolo lunacomplottista soft, che ha esemplificato senza alcuna ostilità, ma con un'apprezzabilissima disponibilità al dialogo, la ragione fondamentale della diffusione e del successo delle teorie di messinscena lunare: la scarsa conoscenza dei fatti e della quantità di materiale documentale disponibile. Una volta che il dubbioso viene messo di fronte a tutti i fatti, capisce senza alcuno sforzo chi sta contando balle.

Ho usato l'occasione per collaudare alcune delle idee e delle risorse tecniche che userò nel documentario Moonscape, come per esempio i radiomicrofoni, preziosi per le interviste che faranno da contorno al documentario stesso, oltre al software di montaggio e alla filiera di produzione e messa in Rete dei video. Mi scuso se il video è un po' buio e alcuni oggetti di scena non si vedono: la prossima volta organizzerò le luci su misura per le riprese video (dal vivo si vedeva tutto bene). Buona visione.



Per chi volesse i link ai singoli video: uno, due, tre, quattro, cinque, sei, sette e otto; playlist.