2014/01/28

27 gennaio 1967: la tragedia di Apollo 1

di Paolo Attivissimo. L’articolo è stato aggiornato dopo la pubblicazione iniziale. Ultimo aggiornamento: 2017/01/27 19:00.

È il 27 gennaio 1967. Gus Grissom, Ed White e Roger Chaffee, i tre astronauti assegnati alla missione Apollo 204 (successivamente rinominata Apollo 1), primo volo orbitale con equipaggio del veicolo Apollo che dovrebbe portare l’America sulla Luna, muoiono nell’incendio della capsula nella quale sono sigillati da un triplice portello, durante una prova tecnica a terra, sulla rampa 34 del centro di lancio di Cape Kennedy. Sono le 18:31 ora locale; in Italia sono le 00:31 del 28 gennaio.

Ed White, Gus Grissom e Roger Chaffee.


L’incendio, violentissimo, è innescato da una scintilla prodotta nei cavi elettrici a contatto con i materiali infiammabili della capsula Apollo, che ardono nell’atmosfera di ossigeno puro a 1,13 atmosfere: una pressione superiore a quella atmosferica normale al livello del mare, necessaria per le esigenze della prova in corso. I soccorritori impiegano cinque interminabili minuti a farsi largo tra le fiamme e il fumo e ad aprire i complicatissimi portelli d’accesso, ma è troppo tardi: gli astronauti muoiono per asfissia in meno di un minuto.

L’interno carbonizzato della capsula Apollo nella quale perirono Grissom, White e Chaffee.

È il primo incidente mortale direttamente causato dal programma spaziale statunitense: altri astronauti sono periti prima di Grissom, White e Chaffee, ma in incidenti aerei. L’incendio sarebbe stato perfettamente evitabile se solo fossero state rispettate le buone norme di sicurezza e di progettazione, messe in disparte dalla “go fever”, la febbre di andare verso la Luna a qualunque costo. Lo shock per chi lavora alla NASA è talmente potente che per decenni questo disastro sarà ricordato chiamandolo semplicemente e sommessamente The Fire (“l’Incendio”). Tutti sanno cosa s’intende.

Credit: Gianluca Atti.
La tragedia avrà un enorme impatto sull’opinione pubblica mondiale e imporrà un drastico riesame delle procedure NASA e di tutti i materiali usati per la capsula Apollo, che probabilmente contribuirà ad evitare disastri durante i voli spaziali veri e propri. Il rapporto della NASA sul disastro (Report of Apollo 204 Review Board – Findings, Determinations and Recommendations) descriverà senza mezzi termini “carenze di progettazione, fabbricazione, installazione, rilavorazione e controllo qualità... assenza di soluzioni progettuali di protezione antincendio... installazione di componenti non certificati”.

Nel corso di 21 mesi (tanti ne trascorreranno prima del primo volo con equipaggio, Apollo 7), tutti i materiali infiammabili verranno rimpiazzati adottando alternative autoestinguenti, le tute in nylon verranno sostituite con modelli in materiale non infiammabile e resistente alle alte temperature e il portello verrà riprogettato per aprirsi verso l’esterno in meno di dieci secondi. Per le missioni successive verrà usata una miscela di ossigeno e azoto (60/40%) al decollo, sostituita per il resto del volo con ossigeno puro a pressione ridotta (0,33 atm).

Questo incidente resterà nella memoria collettiva di tutti coloro che lavoreranno alla NASA semplicemente come The Fire (l’incendio). Grissom e White erano veterani dello spazio ed eroi nazionali: Grissom, 40 anni, era stato il secondo americano a volare nello spazio, con una capsula monoposto missione Mercury, ed aveva effettuato con John Young il volo inaugurale delle capsule Gemini (con la missione Gemini 3); Ed White, 36 anni, aveva compiuto la prima “passeggiata spaziale” statunitense e la seconda al mondo durante la missione Gemini 4). Roger Chaffee, 31 anni, non aveva ancora volato nello spazio ed era considerato uno dei massimi esperti nei sistemi di comunicazione e manovra del programma Apollo.

Gus Grissom e Roger Chaffee sono sepolti ad Arlington; la tomba di Ed White è a West Point.



Vicino alla Rampa 34 c’è un ricordo poco conosciuto dei tre astronauti: tre panchine con i loro nomi.



Una replica della capsula verrà esposta al Tellus Science Museum di Cartersville, in Georgia; il veicolo originale, dopo le perizie, verrà custodito per decenni dalla NASA al Langley Research Center, in Virginia, in un contenitore ermetico all’interno di un capannone fatiscente. Il 17 febbraio 2007 verrà traslocato in una struttura climatizzata adiacente.

Il capannone che ha custodito Apollo 1 per quarant’anni. Credit: J.L. Pickering, Mark Gray.

Dal 27 gennaio 2017, in occasione del cinquantenario del disastro, i portelli originali della capsula sono stati esposti al pubblico per la prima volta presso il Kennedy Space Center in un grande allestimento commemorativo intitolato Ad Astra per Aspera.

A sinistra, il triplice portello originale di Apollo 1; a destra, il portello semplificato usato per le missioni lunari.
Credit: CollectSpace.

Nei decenni successivi alla tragedia, Scott Grissom, figlio di Gus Grissom, ha sostenuto che l’incidente fu causato intenzionalmente per zittire gli astronauti prima che denunciassero la pericolosità e l’inadeguatezza della capsula Apollo, ma l’idea di insabbiare i difetti della capsula spaziale facendo morire gli astronauti in un rogo che rivela i difetti della capsula stessa non sembra particolarmente logica.

C’è molto materiale d’archivio di questo disastro che raramente viene pubblicato, e che scelgo di non includere qui, perché troppo straziante: ho visto le foto di quello che resta dei corpi degli astronauti, fusi insieme alle loro tute e trovati in posizioni che dimostrano che ciascuno stava diligentemente, fino all’ultimo, seguendo le rispettive procedure d’emergenza; ho le registrazioni delle loro voci che avvisano del divampare delle fiamme, ma confesso che non ho il coraggio di ascoltarle.

L’incendio di Apollo 1 resterà per sempre un drammatico promemoria del fatto che volare nello spazio a bordo di un missile stracarico di propellente altamente infiammabile era, ed è tuttora, straordinariamente pericoloso e richiede un’attenzione suprema ai dettagli e alla valutazione dei rischi. Lo spazio è un maestro severo e inesorabile: per questo fa emergere il meglio dell’umanità.

Foto NASA S67-19771.

Segnalo questi video di tributo a White, Grissom e Chaffee, realizzati da Mark Gray di Spacecraft Films.


Fonti: Klabs.org; NASA; SSA; SSA; CollectSpaceScientific AmericanCollectSpace; Roger Launius, 2014; About.comCollectSpaceCollectSpaceApolloarchive.

2014/01/17

Il Centro Dryden diventa il Centro Neil Armstrong

di Paolo Attivissimo

Il Presidente Obama ha firmato l'atto HR667, rendendolo esecutivo e ribattezzando così lo storico Hugh L. Dryden Flight Research Center californiano, che prenderà il nome di Neil A. Armstrong Flight Research Center. Ne ha dato annuncio formale poco fa il Centro Dryden (ora Armstrong) stesso.

Tuttavia il nome di Hugh Dryden, pioniere dell'aeronautica (fra i tanti meriti, la supervisione dello sviluppo dell'aereo-razzo ipersonico X-15, sul quale volò anche Neil Armstrong), non scompare del tutto dal centro di ricerca aeronautica: il suo Western Aeronautical Test Range è stato ribattezzato Hugh L. Dryden Aeronautical Test Range.

Il video qui sotto riassume e illustrea i sette anni trascorsi da Armstrong come pilota collaudatore presso il centro che ora porta il suo nome. Come si può vedere, l'elenco di aerei sperimentali pilotati da colui che sarebbe poi diventato il primo uomo a camminare sulla Luna è davvero notevole.

2014/01/02

Smontiamo il mito che Neil Armstrong non voleva andare in TV: eccolo con Bob Hope nel 1983 e nel 1969

di Paolo Attivissimo. Questo articolo vi arriva grazie alla donazione per il libro “Luna? Sì, ci siamo andati!" di sigherra* ed è stato corretto dopo la pubblicazione iniziale.

Grazie all'aiuto dei veterani delle missioni Apollo ho scovato questo spezzone di una trasmissione televisiva datata presumibilmente 1983 e realizzata quindi per il venticinquesimo anniversario della fondazione della NASA: mostra Neil Armstrong in studio che chiacchiera e scherza con il celeberrimo comico televisivo Bob Hope e include filmati del tour di Armstrong in Vietnam nel 1969. Il suo sorriso, la sua disponibilità e la serenità del suo atteggiamento smontano completamente il mito secondo il quale Neil Armstrong sarebbe stato schivo e rifiutasse ogni partecipazione televisiva (secondo alcuni lunacomplottisti, perché si vergognava di aver partecipato alla messinscena del finto sbarco).

In realtà Armstrong era semplicemente attento a scegliere le proprie partecipazioni ed era sempre disponibile per qualunque evento ritenesse meritevole. Per esempio, partecipava sempre agli eventi organizzati dalla NASA per gli anniversari delle missioni. Inoltre Bob Hope era non solo un mito della televisione statunitense, ma anche un amico personale di Armstrong, che aveva appunto svolto con lui un tour delle basi militari americane in Vietnam a dicembre del 1969, poco dopo lo sbarco sulla Luna di Apollo 11. Buona visione.


Ed ecco alcun fotogrammi:


È interessante notare, a circa 4:10 minuti dall'inizio, che Neil Armstrong spiega quando formulò la propria storica frase “Un piccolo passo per un uomo, un grande passo per l'umanità”: dice che le parole gli vennero in mente soltanto dopo che lui e Aldrin erano atterrati sulla Luna.

2013/12/31

La sonda cinese Chang'e 3 fotografata sulla Luna dal Lunar Reconnaissance Orbiter

di Paolo Attivissimo. Questo articolo vi arriva grazie alla donazione per il libro “Luna? Sì, ci siamo andati!" di paolo.pizz*.

Il 25 dicembre scorso la sonda statunitense LRO, orbitante intorno alla Luna dal 2009, ha sorvolato la zona di atterraggio della sonda cinese Chang'e 3 e l'ha fotografata da una quota di circa 150 chilometri. Quella che vedete qui sotto è la più nitida della serie di fotografie acquisite da LRO. La freccia più grande indica Chang'e 3; quella più piccola indica il suo piccolo rover Yutu. La risoluzione è circa 1,5 metri per pixel.

Credit: NASA / GSFC / ASU

La GIF animata qui sotto confronta un'immagine della stessa zona, scattata prima della discesa di Chang'e 3 (precisamente il 30 giugno 2013) in condizioni di luce quasi identiche, con quella scattata dopo l'atterraggio.

Credit: NASA / GSFC / ASU

Queste immagini possono essere usate per avere una comprensione più chiara dell'ambiente intorno a Chang'e 3 e Yutu: le linee rosse nell'immagine composita qui sotto indicano il campo visivo inquadrato nella porzione superiore panoramica e quelle gialle indicano due crateri.

Credit: CNSA / Di Lorenzo / Kremer
Per finire, alcune belle foto di Yutu scattate dal livello del suolo lunare tramite il veicolo principale Chang'e 3:

Credit: CNSA

Credit: CNSA

Credit: CNSA

Maggiori informazioni sono presso Planetary.org e LROC.

2013/10/15

Ecco il libro sui cosmonauti perduti

di Paolo Attivissimo

È stata lunga (in parte anche per colpa mia), ma alla fine ce l'abbiamo fatta: il libro di Luca Boschini che finalmente chiarisce le teorie e le dicerie sui presunti “cosmonauti perduti” (comprese quelle dei fratelli Judica-Cordiglia) è ora disponibile sia in forma cartacea, sia come e-book.

S'intitola Il mistero dei cosmonauti perduti – Leggende, bugie e segreti della cosmonautica sovietica e lo trovate da ordinare via Internet qui su Cicap.org rispettivamente a 14,90€ e 4,99€.

Quella che vedete qui accanto è la copertina finale, scelta fra tutte quelle pervenute a Luca e realizzate per passione dai lettori del Disinformatico, come raccontato qui. Le altre copertine proposte (quelle i cui autori hanno dato il permesso) sono pubblicate qui.

Buona lettura!

2013/10/06

Bisbigliare nell'orecchio della Storia: incontro con Buzz Aldrin, astronauta lunare

di Paolo Attivissimo. Questo articolo vi arriva grazie alla donazione per il libro “Luna? Sì, ci siamo andati!" di giuseppe.ac* e c.agost* ed è stato scritto a gennaio 2012 per la rivista Alpha Quadrant dell'associazione culturale Deep Space One. Compare qui con il permesso dell'associazione e in forma aggiornata.

Photo credit: Andrea Tedeschi
Luglio 2010. L'uomo accanto a me, sul palco della multisala di Avezzano allestito per la manifestazione Il Cielo di Argoli, ha un luccichio birichino negli occhi nonostante gli ottant'anni compiuti da poco. Gli stanno mostrando una foto di un caccia russo d'epoca, un MiG-15 biposto, e gli stanno offrendo di provarlo. In volo. Il luccichio è ben motivato, tanto quanto l'offerta: lui, quei MiG-15, li abbatteva durante la Guerra di Corea, nei primi anni Cinquanta del secolo scorso, quando era pilota militare dell'aviazione statunitense. Trovarsi nei panni dell'ex nemico, indossare le sue ali d'argento, sarebbe un'esperienza straordinaria.

Ma il bagliore dell'entusiasmo dura un istante, perché si rende conto che quel caccia ha sulle spalle cinquant'anni di manutenzione improvvisata e rischia di essere un trabiccolo letale. L'espressione successiva che gli compare fugace sul volto è la consapevolezza agrodolce che quand'anche l'aereo russo lo riportasse a terra intero, sua moglie Lois non gli perdonerebbe una pazzia del genere. Oltretutto lui, di trabiccoli letali, se ne intende. È Buzz Aldrin: l'uomo che insieme a Neil Armstrong toccò per primo il suolo lunare in una notte indimenticabile del luglio del 1969, sbarcando con un veicolo così fragile che le pareti della cabina si potevano bucare con una matita e così risicato nelle prestazioni da dover rinunciare persino ai sedili. È uno dei dodici uomini che hanno camminato sulla Luna.

Aldrin se ne intende anche, purtroppo, di manutenzione improvvisata: sopravvissuto all'impresa lunare, è stato perseguitato dai demoni gemelli della depressione e dell'alcolismo, dai quali si è liberato con fatica e al prezzo della carriera militare e di due matrimoni e dopo aver sfasciato, ubriaco, le auto che si era ridotto a vendere per campare perché non aveva più un soldo. Solo la volontà di ferro della moglie Lois, sposata nel 1988 e sempre accanto a lui (anche qui ad Avezzano), lo ha rimesso in sesto. 

Se Armstrong è passato alla storia per il suo sangue freddo e la sua serenità olimpica, Aldrin è la sua controparte sanguigna ed emotiva. Provocato da un complottista che lo accusava di aver simulato lo sbarco sulla Luna, Neil Armstrong chiamò la polizia. Aldrin, invece, rispose con un memorabile cazzotto. E fu Aldrin a descrivere la Luna, mentre camminava nel suo Mare della Tranquillità, come una “desolazione magnifica”: uno dei rari slanci poetici di un gruppo di uomini scelti per la loro disciplina mentale più che per il loro afflato romantico e troppo presi dalle complessità tecniche delle missioni per potersi soffermare a contemplarne le implicazioni filosofiche.

Riconosco quel fugace luccichio negli occhi di Aldrin: è quello tipico del geek, che va in salivazione pavloviana quando contempla un gadget o un'idea tecnologica accattivante e innovativa. E Aldrin è un übergeek: i suoi colleghi lo avevano soprannominato Dottor Rendez-vous, perché non faceva che parlare di rendez-vous orbitali. Ogni volta che gli organizzavano un incontro con una ragazza, lui portava immancabilmente la conversazione sulle tecniche di attracco spaziale fra due veicoli. Non era una tecnica d'abbordaggio tramite metafora freudiana: la sua tesi di laurea in astronautica al Massachusetts Institute of Technology era infatti intitolata Tecniche di guida a vista per il rendez-vous orbitale umano. Roba tosta, per il 1963, visto che l'era spaziale era iniziata solo sei anni prima. Ironicamente, la dedica della tesi era rivolta “agli equipaggi dei programmi spaziali attuali e futuri di questo paese. Se solo potessi unirmi a loro nelle loro imprese emozionanti!” Non era preveggenza: Aldrin aveva scelto appositamente quest'argomento di tesi e aveva già fatto richiesta di diventare astronauta, ma era stato respinto perché non era pilota collaudatore. La NASA eliminò questo requisito e lo selezionò come astronauta a ottobre dello stesso anno.

L'ossessione di Aldrin per i rendez-vous gli fu assai preziosa nel suo primo volo spaziale, assai meno celebre di quello lunare dell'Apollo 11: quello a bordo della Gemini XII, nel 1966, insieme a Jim Lovell (futuro protagonista della sfortunata missione Apollo 13). Un guasto al radar di guida del veicolo automatico Agena al quale dovevano attraccare mentre orbitavano intorno alla Terra rischiava di compromettere la missione, che aveva fra i propri obiettivi primari quello dimostrare la capacità di rendez-vous, indispensabile per le future missioni verso la Luna. Aldrin risolse il problema calcolando a mente le coordinate, con l'aiuto del suo fido regolo calcolatore, salvando la missione. Questo talento contribuì non poco alla sua selezione per le missioni lunari, nelle quali un mancato attracco poteva significare il fallimento del volo o la morte dell'equipaggio. Meglio avere a bordo un Dottor Rendez-vous.

La missione Gemini XII lo vide anche compiere tre passeggiate spaziali, dimostrando che era davvero possibile lavorare nel vuoto e in assenza di peso: le escursioni precedenti dei colleghi non avevano avuto altrettanto successo a causa di guasti tecnici, surriscaldamenti e appannamenti delle visiere. Parte del merito di questo risultato di Buzz (questo è il suo nome legale dal 1988; prima era Edwin Eugene) fu dovuto all'addestramento in una speciale piscina, nella quale gli astronauti s'immergevano indossando una tuta spaziale modificata, ottenendo una simulazione delle condizioni di assenza di peso che avrebbero incontrato nello spazio: un'idea introdotta da Aldrin stesso, che è tuttora un sub.

Photo credit: Andrea Tedeschi.
Il suo geek interiore emerge anche nelle risposte alle domande del pubblico in sala, che gli traduco bisbigliandogliele in un orecchio, cercando disperatamente di non farmi distrarre dal fatto che sto parlando a chi ha fatto la Storia con la S maiuscola e a un mito assoluto della mia infanzia. Aldrin è conciso, quasi laconico, nelle domande sulle sue emozioni, su cosa ha provato durante la sua missione sulla Luna, ma è un fiume in piena nelle risposte ai quesiti tecnici. Prende in mano il mio modellino del Modulo Lunare e se lo fa “allunare” traballante sul ginocchio. Mima con le mani il rientro della sua capsula Apollo 11 nell'atmosfera terrestre, a circa quarantamila chilometri l'ora, e fa quasi una conferenza a parte, senza mai fermarsi, per spiegare al pubblico come la forma bombata del fondo della capsula conica fungesse da superficie aerodinamica, consentendo a Michael Collins, terzo membro dell'equipaggio, di planare e manovrarla con precisione. Non invidio il mio collega che deve memorizzare, riassumere e tradurre questo chilometrico monologo irto di tecnicismi, ma noto l'estasi degli appassionati d'astronautica in sala per questi dettagli poco noti dell'impresa, raccontati direttamente da chi li ha vissuti.

E di dettagli poco conosciuti, in quello storico primo sbarco seguito in diretta TV da seicento milioni di telespettatori, ce ne sono tanti. Le medaglie sovietiche lasciate in gran segreto sulla Luna per commemorare Vladimir Komarov, morto durante il rientro della sua capsula Soyuz 1 per la mancata apertura del paracadute, e Yuri Gagarin, primo uomo a orbitare intorno alla Terra, perito in un incidente aereo nel 1968. Nemici e rivali nella Guerra Fredda, ma colleghi d'aviazione e compagni d'avventura nello spazio, dove le frontiere nazionali perdono ogni senso. La comunione fatta da Aldrin sulla Luna, senza poterne parlare pubblicamente per mantenere la neutralità religiosa della NASA, scottata da una causa legale scaturita dalla mirabile lettura di alcuni passi della Genesi da parte degli astronauti durante la missione Apollo 8 (Aldrin divenne così il primo uomo a bere alcolici su un altro corpo celeste). L'interruttore d'innesco dell'unico motore di risalita, trovato rotto al rientro nel modulo lunare dopo la storica passeggiata e riparato grazie a un pennarello usato per chiudere il contatto.

Si mormora di pillole al cianuro per suicidarsi se quell'interruttore rabberciato, o qualunque altro componente vitale, non avesse funzionato, lasciando Armstrong e Aldrin intrappolati sulla Luna, senza alcuna possibilità di soccorso, e obbligando il loro compagno Collins, rimasto in orbita lunare, a tornare a Terra da solo. Ma Aldrin liquida l'idea con indifferenza: in un ambiente ostile come quello lunare non occorrono pillole per morire. Prima o poi l'ossigeno finisce e ci si addormenta per sempre. Tutto qui.

Sono invece molto più di un mormorio le rivalità fra i due protagonisti del primo sbarco sulla Luna. Collins, nella sua magnifica autobiografia Carrying the Fire, descrive Aldrin e Armstrong come due “amiable strangers”: estranei cordiali. Dopo il ritorno sulla Terra, ciascuno dei tre astronauti è andato per la propria strada, incontrando gli altri solo in rare occasioni ufficiali. Dopo tutti questi anni, Aldrin non sembra ancora aver preso bene la decisione della NASA di far scendere per primo Armstrong, consegnando il suo nome ai libri di storia e relegando invece Aldrin al ruolo di eterno secondo anche se raggiunse Armstrong sulla superficie lunare meno di venti minuti dopo. La giustificazione ufficiale è che il portello del modulo lunare si apriva verso Aldrin nello strettissimo spazio della cabina, rendendo quasi impossibile farlo scendere per primo nonostante fosse il più qualificato in fatto di escursioni extraveicolari. Quella meno ufficiale è che Armstrong era un civile e quindi politicamente più presentabile all'opinione pubblica mondiale: la NASA temeva che far scendere per primo un militare dell'aviazione USA, quale era Aldrin, avrebbe dato l'impressione sbagliata di una presa di possesso della Luna. Quella ancora meno ufficiale è che si temeva che Aldrin non avrebbe retto allo stress della popolarità immensa che sarebbe ricaduta per sempre sul primo uomo a mettere piede sulla Luna.

Fonte: Big Bang Theory.
È vero che gli anni di alcol e depressione che fecero seguito alla missione lunare, raccontati da Aldrin senza pudori nelle sue due autobiografie (Return to Earth, 1973, e Magnificent Desolation, 2009), confermarono questa intuizione degli psicologi della NASA. Ma è anche vero che oggi Buzz ha superato questi problemi ed è fra i più attivi promotori dell'esplorazione spaziale: tiene frequenti conferenze sul futuro dell'esplorazione spaziale in giro per il mondo, è prolifico su Twitter (@TheRealBuzz), ha girato dei video comici per il sito Funny or Die con Lorenzo Lamas, ha inciso una canzone con Snoop Dogg (Rocket Experience) e ha partecipato a Futurama e Transformers 3 (interpretando se stesso) oltre che a 30 Rock, a Big Bang Theory e all'edizione americana di Ballando con le stelle. Scelte non convenzionali per un ex astronauta, ma efficaci nel riportarlo all'attenzione dell'opinione pubblica e nel raggiungere una generazione che non sapeva quasi nulla dell'epopea spaziale degli anni Sessanta.

Fonte: profilo Facebook di Christina Rasch-Korp.
Alla fine del 2012 Aldrin è tornato alla ribalta anche per motivi meno entusiasmanti: ha divorziato dalla terza moglie, Lois, citando “differenze inconciliabili” dopo ventitré anni di matrimonio (e al termine di una procedura di divorzio iniziata nel giugno del 2011), e ha avviato una causa contro Lisa Cannon, figlia dell'ex moglie, che li aiutava nella gestione delle attività promozionali dell'astronauta lunare. Ora (2013) è con Christina Rasch-Korp (foto qui accanto).

Buzz ha padroneggiato le complessità dei rendez-vous orbitali e le tecnologie del volo spaziale, ma non quelle della vita sulla Terra: una caratteristica che lo accomuna a molti altri astronauti, la cui dedizione totale alla missione ha sfasciato matrimoni e carriere post-volo spaziale. Chissà se ora farà quel volo proibito sul quel MiG-15.

2013/09/30

Recensione: Cold War Space Sleuths: The Untold Secrets Of The Soviet Space Program (2013)

di Paolo Attivissimo. Questo articolo vi arriva grazie alla donazione per il libro “Luna? Sì, ci siamo andati!" di maxfyx*.

I primi decenni del programma spaziale sovietico furono caratterizzati da una segretezza che sconfinò spesso nella paranoia e nel ridicolo. Mentre i servizi di spionaggio dei governi occidentali usavano le proprie risorse umane e tecniche per acquisire intelligence che tenevano per sé, c'era un programma di “spionaggio” parallelo, condotto dagli appassionati che usavano il proprio talento e le proprie competenze per analizzare i documenti pubblicamente accessibili e gli errori della censura sovietica per estrarne indizi preziosi.

Cold War Space Sleuths: The Untold Secrets of the Soviet Space Program, a cura di Dominic Phelan (Springer, 320 pagine, ISBN-10: 1461430518) racconta per la prima volta la storia di questi investigatori, ricorrendo spesso alla loro voce diretta.

Nel corso del libro affiorano molti dei temi classici della cosmonautica, comprese le tesi di complotto sui cosiddetti “cosmonauti perduti” cari ai fratelli Judica-Cordiglia (citati nel testo), e si forma un quadro storico che oggi rischia di andare perduto. Col passare dei decenni, è sempre più surreale e meno intuitivo pensare che negli anni Sessanta non si sapeva nulla (almeno pubblicamente) del programma di allunaggio umano sovietico e che molti dei commentatori più in vista erano convinti che la corsa alla Luna fosse in realtà una fuga solitaria degli Stati Uniti alla quale l'Unione Sovietica non stava affatto partecipando.

Fra i protagonisti e narratori diretti di queste investigazioni cito Brian Harvey, esperto nell'analizzare le riviste e le trasmissioni radio russe ufficiali; Sven Grahn, con le sue intercettazioni dei segnali radio delle missioni; Asif Siddiqi, storico ed esploratore degli archivi sovietici; Bert Vis, cosmonauta olandese, con le sue visite ai centri di addestramento oltrecortina; James Oberg, storico che non ha bisogno di presentazioni fra gli appassionati e autore di numerosissimi scoop e libri di astronautica e cosmonautica; Christian Lardier, che racconta gli sforzi dei ricercatori francesi, il cui lavoro restava spesso ignorato negli Stati Uniti e nel Regno Unito a causa della mancanza di traduzioni. Un problema che si presenta tuttora: troppi libri fondamentali per la conoscenza dell'astronautica non vengono tradotti in italiano.

Spero che questo bel libro, che in molti punti somiglia a una spy story e rivela immagini toccanti (come la tomba di Valentin Bondarenko, sulla quale solo in seguito, con la glasnost, fu aggiunta la dicitura “cosmonauta”), non subisca la stessa limitazione.