2019/07/01

Come mai il grande cratere sorvolato da Apollo 11 per allunare non si vede nelle riprese?

di Paolo Attivissimo. Questo articolo vi arriva grazie alle donazioni per il libro “Luna? Sì, ci siamo andati!".

Specialmente dopo aver visto la spettacolare ricostruzione dell’allunaggio proposta da Damien Chazelle in First Man, può sorprendere che l’enorme cratere che Neil Armstrong si trova a dover sorvolare mentre si sta esaurendo il propellente, quello mostrato a 2:19 nel trailer del film, non si veda affatto nelle riprese reali effettuate dalla cinepresa di bordo del Modulo Lunare di Apollo 11.

Eppure non si tratta di una licenza narrativa del regista: il drammatico sorvolo del cratere risulta anche nella cronologia ufficiale della missione.

Ma allora come mai questo cratere non si vede?

Il cratere gigante nella ricostruzione di First Man.

Per capirlo occorre conoscere alcuni fatti tecnici. Innanzi tutto, la cinepresa con pellicola a colori che riprese la discesa verso la Luna guardava fuori dal finestrino destro ed era montata in modo da puntare verso il basso. In secondo luogo era inclinata in modo da sfruttare al massimo il formato della pellicola e documentare così in dettaglio il funzionamento del veicolo.

Questo significa che parte della sua inquadratura è bloccata dalla sagoma della parte frontale del Modulo Lunare. E infatti il cratere in questione, denominato West, è coperto da questa sagoma.

Lo si nota osservando questa ricostruzione creata da GoneToPlaid, che usa Google Moon per ricreare la stessa inquadratura di Apollo 11 e vedere “attraverso” il Modulo Lunare.

A sinistra, l’inquadratura della cinepresa di Apollo 11, ruotata per rendere orizzontale l’orizzonte; a destra, la stessa inquadratura in Google Moon, con la sagoma dell’ingombro del Modulo Lunare.


Come spiegato nell’Apollo Lunar Surface Journal, questa ricostruzione si situa a 102:42:57 del tempo di missione, ossia due minuti e 43 secondi prima dell’allunaggio, e corrisponde a 11:58 nel video seguente, tratto dal mio documentario gratuito Moonscape:



Guardando questo video si nota che il cratere West non rientra mai nell’inquadratura.

Se si esamina la ground track, ossia la proiezione della posizione del Modulo Lunare sulla superficie della Luna durante la discesa, si nota che il veicolo passa a destra del cratere West, che quindi rimane occultato dalla sagoma del LM nell’inquadratura della cinepresa collocata sul lato destro del veicolo.


2019/06/30

In cerca dell’origine di una diffusa foto di messinscena lunare

di Paolo Attivissimo. Questo articolo vi arriva grazie alle donazioni per il libro “Luna? Sì, ci siamo andati!".

Questa foto circola su Internet e viene spesso mostrata sia come parodia, sia come presunta prova dell’ipotetica messinscena. Ma da dove proviene? Metabunk ha indagato e ne ha trovato la fonte originale.

Anche senza conoscerne l’origine, l’immagine ha numerosi errori di coerenza con le foto reali delle missioni Apollo: la bandiera è troppo piccola e la Terra è sull’orizzonte, cosa impossibile alle latitudini lunari alle quali sbarcarono gli astronauti (dovrebbe trovarsi in alto nel cielo).

Inoltre, per citare un tema caro ai lunacomplottisti, le ombre delle rocce e dell’astronauta non sono parallele su un terreno pianeggiante, e questo indica che la fonte di luce è molto vicina ai soggetti illuminati.

La foto fu usata per una campagna pubblicitaria dell’ufficio del debito nazionale svedese (Riksgalden), questa, secondo quanto scriveva DesignSwan.com nel 2010:


Su Internet ne circolano anche versioni che hanno un’inquadratura più ampia, come quella mostrata qui sotto, ma non si sa se la campagna pubblicitaria si è limitata a usare una foto esistente o l’ha commissionata appositamente.


2019/06/19

Manuali di fotografia spaziale

di Paolo Attivissimo. Questo articolo vi arriva grazie alle donazioni per il libro “Luna? Sì, ci siamo andati!".

L’ambiente spaziale e lunare pone molte sfide fotografiche piuttosto insolite, con i suoi contrasti forti fra luci e ombre, la particolare riflettività della superficie polverosa della Luna e la difficoltà di maneggiare una fotocamera mentre si indossa una rigidissima e goffa tuta spaziale.

La NASA ha pubblicato alcuni manuali di fotografia per astronauti che permettono di conoscere le indicazioni date a chi viaggia nello spazio per ottenere fotografie correttamente esposte e composte.

Per esempio, il documento Photography Equipment and Techniques:
A Survey of NASA Developments di Albert J. Derr (PDF; trascrizione) riepiloga la storia delle fotografie spaziali statunitensi e delle macchine fotografiche appositamente modificate per l’ambiente extra-atmosferico. 


C’è anche un manuale per l’uso corretto della telecamera lunare usata nelle prime missioni Apollo a scendere sulla Luna: l’Apollo Lunar Television Camera Operations Manual (PDF).



In tempi meno lontani, inoltre, la NASA ha fornito un manuale di fotografia anche agli astronauti delle missioni Shuttle, il NASA Astronaut’s Photography Manual (PDF), in collaborazione con Hasselblad. La copertina è mostrata all’inizio di questo articolo e queste sono alcune sue pagine:




Un esempio di queste condizioni insolite di illuminazione è la foto AS11-40-5930, che mostra il cosiddetto heiligenschein o “aureola”: la zona intensamente luminosa che si forma intorno all’ombra della testa degli astronauti.




Questo effetto è prodotto dal fatto che i granelli di polvere della superficie lunare che stanno vicini all’asse di osservazione, se osservati con il Sole perfettamente alle spalle, rivolgono verso l’osservatore solo le proprie parti illuminate e quindi sono intensamente luminosi, mentre i granelli che si trovano lontani da questo asse rivolgono all’osservatore parte delle proprie zone in ombra e quindi sono meno luminosi.

Il fenomeno si verifica anche sulla Terra, ma solo in condizioni molto particolari, e quindi viene osservato molto raramente. Sulla Luna è molto più spiccato che sulla Terra perché manca la luce diffusa del cielo.

La storia delle Hasselblad usate nello spazio è raccontata qui su Hasselblad.com

2019/06/09

Va all’asta un rullino di foto di Apollo 11? Non proprio

di Paolo Attivissimo. Questo articolo vi arriva grazie alle donazioni per il libro “Luna? Sì, ci siamo andati!".

TMZ ha pubblicato la notizia della messa all’asta, a partire da 8000 dollari, di “An extremely rare 70 mm positive film roll from the camera of Apollo 11 [...]. The Hasselblad cam film roll contains 126 iconic photos from the moonshot mission taken personally by Armstrong and Aldrin during their exploration. [...] According to the auction house, RR Auction, the film roll was acquired from Terry Slezak, a member of the Manned Spacecraft Center's lunar receiving lab. He was in charge of processing the film brought back from the Apollo moon landings.”

Il sito di RR Auctions presenta così il rullino:

#8226 - Apollo 11 Roll of 70 mm Positives
Estimate: $8,000+

Extremely rare 70-mm positive film roll from Magazine S of the Apollo 11 Hasselblad camera, containing 126 of the most iconic images from the first lunar-landing mission. Wound on a yellow Kodak holder and measuring 3.5″ in diameter, the roll consists of NASA images catalogued as AS11-40-5844 through AS11-40-5970, with the first section of film marked “Heads, MAG-S, Apollo-11.” The roll features photographs taken by Commander Neil Armstrong and Lunar Module Pilot Buzz Aldrin during their historic two-and-a-half-hour lunar EVA at Tranquility Base on July 20, 1969, with color images including: moments from inside the Lunar Module Eagle immediately prior to Armstrong leaving the spacecraft; Armstrong's first photograph after taking his historic first steps; Aldrin descending the LM ladder; Aldrin standing next to the American flag; the famous ‘Moon Man’ image of Aldrin in a full-length pose, his visor showing a reflection of Armstrong; and various bootprint images, shots of the LM, the lunar plaque, and panoramas of the desolate lunar surface. In fine condition, with some old tape residue at the start. Consignor notes that the film roll was acquired from Terry Slezak, a member of the decontamination team at the Manned Space Center's lunar receiving lab, who was in charge of processing the film brought back from the Apollo moon landings.

Il fatto che venga specificato “extremely rare” indica che non si tratta dell’originale, ma di uno dei pochi duplicati per contatto. La pellicola è quindi di interesse storico per la sua età e provenienza, ma non è quella originale usata sulla Luna. Si tratta molto probabilmente di una delle copie a contatto della pellicola originale fatte all’epoca: copie realizzate mettendo una pellicola vergine a contatto con l’originale ed esponendola alla luce.

Chi disse “Siamo andati a esplorare la Luna ma in realtà abbiamo scoperto la Terra”?

di Paolo Attivissimo. Questo articolo vi arriva grazie alle donazioni per il libro “Luna? Sì, ci siamo andati!".

Ho sentito attribuire questa frase a molti astronauti delle missioni Apollo, da Frank Borman a Gene Cernan, così ho fatto una rapida ricerca bibliografica.

Neil DeGrasse Tyson ha tweetato qualcosa di molto simile nel 2013: “Earthrise” — We travelled a quarter-million miles to explore the Moon, and discovered Earth for the first time.

The Conversation nel 2015 attribuì a Bill Anders (Apollo 8) la frase “We came all this way to explore the moon, and the most important thing is that we discovered the Earth”, citando una pagina della NASA che non esiste più.

La stessa frase, attribuita sempre ad Anders, è nella sua biografia presso il New Mexico Museum of Space History, in questo documento NASA e presso BrainyQuote.

La stessa attribuzione è in A Man on the Moon di Andrew Chaikin (pag. 182), in  Hello, is this planet Earth? di Tim Peake (pag. 13) e  in Who Travelled to the Moon? di Neil Morris (pag. 49).

Direi quindi che è ragionevole attribuirla a Bill Anders.

2019/05/28

Recensione: “Luna” di Bruno Vespa

di Hammer

È uscito nell'aprile del 2019 (non a caso nell'anno del cinquantesimo anniversario della missione Apollo 11) il nuovo libro di Bruno Vespa intitolato Luna, che come suggerisce il titolo stesso narra delle missioni spaziali che hanno portato a camminare sul satellite del nostro pianeta tra gli anni 60 e gli anni 70.

Il libro non contiene nessuna ricerca inedita realizzata dall'autore ma è interamente basato su altre fonti preesistenti, che Vespa cita puntualmente e correttamente. Per realizzare il libro l'autore ha infatti attinto alle biografie autorizzate degli astronauti, alle testimonianze dei tecnici che hanno partecipato alla realizzazione delle missioni e agli scritti giornalistici dell'epoca e attuali e in particolare agli articoli di Oriana Fallaci per L'Europeo e quelli contenuti nel libro Se Il Sole Muore.

L'autore dedica la più ampia parte del suo volume alla missione Apollo 11, in quanto prima e più emozionante. Ampie sezioni sono dedicate anche alla missione Apollo 12 e alle drammatiche vicende dell'Apollo 13. Le altre quattro missioni sono trattate in capitoli più veloci, concordemente al fatto che (come scrive lo stesso Vespa) l'attenzione del pubblico era scemata a causa della sanguinosa guerra in Vietnam.

Il racconto di Vespa è più orientato al lato umano delle vicende; l'autore racconta le emozioni e le caratteristiche personali degli astronauti più che insistere sui dettagli tecnici. Per ogni missione Vespa riporta i fatti più importanti e caratteristici narrando anche aneddoti divertenti o insoliti.

L'ultima parte del volume è dedicata ad altri argomenti, quali i test Apollo-Sojuz, le missioni spaziali in corso, i progetti di portare missioni umane su Marte e la storia della Stazione Spaziale Internazionale, con particolare rilievo al ruolo degli astronauti italiani.

Complessivamente il libro è storicamente preciso e chiarisce correttamente per quale motivo si parli di faccia nascosta della Luna e non faccia oscura della Luna, nonostante in una didascalia di una foto sia scritto il lato luminoso della Luna.

Purtroppo il libro è viziato da qualche imprecisione, ma non è colpa di Vespa quanto delle fonti che cita. Nel raccontare l'annuncio di Tito Stagno del primo allunaggio dato con molti secondi di anticipo e del successivo diverbio con Ruggero Orlando, Vespa prende per valida la ricostruzione di Stagno secondo cui questi annunciò l'allunaggio quando le "antenne" attaccate alle zampe del LEM toccarono il suolo e quando Armstrong pronunciò la parola land (terra), mentre Orlando diede per avvenuto l'allunaggio allo spegnimento dei motori. In realtà la ricostruzione di Stagno è purtroppo sbagliata; banalmente annunciò l'allunaggio con un anticipo difficile da spiegare e in quel breve scambio aveva ragione Ruggero Orlando, anche perché Armstrong non pronunciò in quei momenti la parola land.

Vespa incappa in un altro errore nel narrare un aneddoto sulla missione Apollo 12; riporta infatti che i due astronauti sul suolo lunare si misero a fischiettare il motivo di Biancaneve e i Sette Nani causando l'ilarità del personale tecnico a Houston. La fonte è un articolo di Oriana Fallaci pubblicato su L'Europeo, ma anche in questo caso non vi è un riscontro nella documentazione ufficiale né nelle registrazioni audio. Del resto, fischiettare è fisicamente impossibile alla pressione ridotta (3,7 psi/0,25 atm) delle tute Apollo. L’equivoco forse deriva dal fatto che gli astronauti citarono Biancaneve usando il verbo to whistle al posto di to work, come nel film (Apollo 12 Lunar Surface Journal, 116:14:36).

Inoltre nel volume è errata la grafia del nome della moglie dell'astronauta Jim Lovell, che è scritto Marylin sia nel testo sia nell'indice analitico, mentre il nome corretto della donna è Marilyn.

In sintesi, il libro di Bruno Vespa è sicuramente lodevole nel tentativo di stimolare l'attenzione del pubblico verso le missioni lunari dei programma Apollo che restano ad oggi le più grandi conquiste tecnologiche dell'umanità. Ma essendo un racconto generale e poco dettagliato, il testo è consigliabile solo a chi approccia l'argomento per la prima volta, mentre i lettori più informati troveranno sicuramente testi più ricchi e precisi, ad esempio proprio le biografie degli astronauti da cui Vespa ha attinto.

2019/05/01

Gordon Cooper e Pete Conrad in un simulacro del LM

di Paolo Attivissimo. Questo articolo vi arriva grazie alle donazioni per il libro “Luna? Sì, ci siamo andati!".


Gordon Cooper, in piedi, osserva Pete Conrad, carponi, mentre prova la manovra di ingresso in un simulacro del Modulo Lunare. Datazione ignota.

Al posto del portello di uscita squadrato c’è un tunnel circolare. Le tute sono completamente differenti da quelle che verranno effettivamente utilizzate. Il pannello comandi è ancora un semplice disegno. Si notano in alto due anelli metallici che potrebbero essere agganci per le imbragature di trattenimento degli astronauti. Sopra la testa di Cooper, la scritta fatta a mano dice “Please do not touch glass surface” (“Si prega di non toccare la superficie vetrata”).


Fonte foto e descrizione: Nick Stevens.

2019/04/28

Apollo 17: Gene Cernan visibile nel finestrino del LM

di Paolo Attivissimo. Questo articolo vi arriva grazie alle donazioni per il libro “Luna? Sì, ci siamo andati!".

Lo stadio di risalita di Apollo 17. Nel finestrino si scorge la testa di Gene Cernan. Foto AS17-149-22859.

Dettaglio della foto precedente.

Secondo questa pagina dell’Apollo Lunar Surface Journal, l’illuminazione dell’interno del LM è prodotta dalla luce del Sole (che, come indicato dalle ombre, si trova quasi sulla verticale locale del LM) che passa attraverso il finestrino di rendezvous del LM (situato sul “soffitto” della cabina).

La luce permette di notare il casco trasparente e il volto di Gene Cernan: una delle pochissime immagini degli astronauti all’opera nello spazio visti da fuori a volto scoperto. Nella zona superiore sinistra si nota inoltre il COAS, ossia il sistema di traguardamento usato per determinare le distanze e gli allineamenti durante i rendez-vous.

Nelle comunicazioni via radio fra il Modulo di Comando e il LM, grosso modo al momento in cui fu scattata questa foto, si sente Cernan che chiede "Can you see me?" (“Mi vedi?”). Evans gli risponde "Yes, I can see you. Right in there, yes" (“Sì, riesco a vederti. Proprio lì dentro, sì”).

2019/04/27

Forse ritrovato il relitto del Modulo Lunare di Apollo 10

di Paolo Attivissimo. Questo articolo vi arriva grazie alle donazioni per il libro “Luna? Sì, ci siamo andati!".

Lo stadio di risalita di Apollo 10, fotografato dall’interno del Modulo di Comando. Dettaglio della foto AS10-34-5109


L’astronomo Nick Howes (@NickAstronomer) afferma di aver individuato il relitto del Modulo Lunare della missione Apollo 10, che nel 1969 scese fino a circa 14 km dalla Luna e poi risalì, in una prova generale dell’allunaggio. Dopo l’uso, il Modulo Lunare (specificamente il suo stadio di risalita) fu sganciato e immesso in un’orbita eliocentrica da Eugene Cernan, Tom Stafford e John Young.

Le anticipazioni sulla scoperta sono state pubblicate in un articolo del Times (paywall): Howes, membro della Royal Astronomical Society, nel 2011 è riuscito a coordinare telescopi sparsi per il mondo ed esperti delle missioni Apollo per calcolare dove potrebbe trovarsi oggi il Modulo Lunare di Apollo 10, denominato Snoopy. Dopo otto anni di ricerche il suo gruppo ha trovato un oggetto anomalo che è grosso modo nell’orbita corretta e ha le dimensioni giuste. I suoi dati radar sono fortemente insoliti, come ci si aspetta da un oggetto metallico.

Lo stadio di risalita di Apollo 10 inquadrato parzialmente attraverso uno dei finestrini del Modulo di Comando. Dettaglio elaborato della foto AS10-34-5116.


L’unico modo per essere sicuri dell’identificazione è andare a visitarlo. Se venisse confermato ed eventualmente recuperato, sarebbe l’unico Modulo Lunare usato e sopravvissuto alle missioni Apollo: tutti gli altri esemplari che volarono si disintegrarono nell’atmosfera terrestre (Apollo 9) o precipitarono sulla Luna.

Howes presenterà i propri risultato l’8 giugno 2019 al Cheltenham Science Festival.


Fonte aggiuntiva: Space.com.

2019/04/24

Recensione: Il Saturn V 1:100 della Famemaster

di Paolo Attivissimo. Questo articolo vi arriva grazie alle donazioni per il libro “Luna? Sì, ci siamo andati!".


Il modello del Saturn V in scala 1:100 della Famemaster è assolutamente spettacolare. Alto un metro e dieci centimetri, ha delle porzioni trasparenti che permettono di vederne la struttura interna e il Modulo Lunare dentro la sua carenatura. Qualche tempo fa l’ho acquistato online andando a colpo sicuro dopo averlo visto al negozio del Kennedy Space Center. Costa circa 280 dollari su Amazon, ma li vale tutti: lo porto spesso alle mie conferenze sulle missioni lunari, e l’espressione sui volti dei bambini e degli adulti quando lo vedono per la prima volta non ha prezzo.


Sì, quello dietro è un manuale originale NASA di Apollo 15 firmato da Al Worden, che mi ha autografato anche il Modulo di Comando e Servizio ai piedi del Saturn V. Il 45 giri a sinistra è firmato da Jim Lovell e Fred Haise.

Il modello è interamente a incastro e pre-verniciato: si assembla abbastanza facilmente senza colla nel giro di un paio d’ore e rimane smontabile altrettanto agevolmente.

Ha un unico difetto significativo: lo stadio S-IVB ha le pareti ondulate anziché lisce. Si tratta della porzione mostrata nella foto qui sotto:



Il confronto con una foto dell’originale chiarisce la differenza:

Uno stadio S-IVB di un Saturn IB nel 1967. Fonte: Wikipedia.

Ho trovato questa recensione su Amazon nella quale si dice che il difetto è stato rimediato: “The SIVB (Third) stage has been corrected to remove the improper corrugated section. FameMasten even sent me a replacement part for my model so now it looks correct!”

Contattare la Famemaster a Hong Kong per chiedere il pezzo corretto non è facile. La pagina di contatto, infatti, restituisce un enigmatico “** Verification code wrong. Please try again” qualunque cosa le si immetta.

Frugando un po’, però, ho trovato le coordinate della Famemaster sul sito dell’azienda qui:

Ms Joey Cheung: sales5@famemaster.com
Address: Room 1516, 15 /F., Wah Wai Centre, 38 - 40 Au Pui Wan Street, Fo Tan, Shatin, NT, Hong Kong
Phone: (852) 2690 9200
Fax: (852) 2690 9994

Così ho scritto questa mail, che pubblico così magari può essere utile ad altri clienti come falsariga per la richiesta:

Hello,

I am a very happy owner of your Saturn V model (Item No.:26117). Do you have a replacement part for the central section of the S-IVB stage, which should be smooth and is instead corrugated?

I am referring to the part in the attached photo.

I have found this review which says that you have this replacement part:

https://www.amazon.com/gp/customer-reviews/R3LI7QX4M35SYK/ref=cm_cr_arp_d_rvw_ttl?ie=UTF8&ASIN=B003BYNTZU

I am willing to pay for the part and for its shipping to Lugano, Switzerland.

Thank you for your assistance.

Sincerely,

Paolo Attivissimo
Lugano, Switzerland

Non mi resta che attendere eventuali sviluppi. Se ce ne saranno, aggiornerò questo articolo.




2019/04/21

Le radici svizzere di Walter Schirra

“Delle sue origini ticinesi si era parlato più volte. Stavolta è lui stesso che ci conferma la sua discendenza diretta dagli Schirra di Loco nell’Onsernone. «Il Mio bisnonno emigrò da Loco a Monaco di Baviera, sposò una Schindler del cantone di Svitto e partì verso la fine del secolo scorso per gli Stati Uniti. Non ci sono dubbi sulle mie origini elvetiche. D’altronde dopo aver visto il meraviglioso panorama delle valli ticinesi e dei vostri laghi non mi sentirei di smentire un legame con questo paese.»”

Queste parole, tratte da un numero de L’Illustrazione Ticinese di novembre 1969 e firmate dal giornalista Marco Blaser, descrivono con precisione le origini dell’astronauta Walter Schirra.

Un lettore, Daniele W. di Losone, mi segnala un articolo pubblicato su La Regione Ticino il 12 luglio 2008, nel quale si scrive che “negli anni Settanta Walter Schirra è venuto in Ticino a Loco per visitare il luogo dove sono nati i suoi genitori”, ma questa indicazione non corrisponde alla versione originale del 1969.

Sempre Daniele mi precisa che “Di fronte al mulino di Loco, su una fontana si trova pure una targa in ricordo della sua visita eseguita in questo paesino negli anni 70”.

2019/04/15

Owen Garriott, 1930-2019

È stata resa nota oggi la notizia della morte di Owen Garriott, astronauta delle missioni Skylab 3 (veicolo spaziale Apollo in vista alla stazione spaziale Skylab, 1973) e STS-9 (volo Shuttle, 1983). Un altro testimone dell’era spaziale che ci lascia.



April 15, 2019
RELEASE J19-005
Skylab and Space Shuttle Astronaut Owen Garriott Dies at 88

MEDIA ADVISORY: J19-005

Skylab and Space Shuttle Astronaut Owen Garriott Dies at 88

Former astronaut and long-duration spaceflight pioneer Owen Garriott, 88, died today, April 15, at his home in Huntsville, Alabama. Garriott flew aboard the Skylab space station during the Skylab 3 mission and on the Space Shuttle Columbia for the STS-9/Spacelab-1 mission. He spent a total of 70 days in space.

“The astronauts, scientists and engineers at Johnson Space Center are saddened by the loss of Owen Garriott,” said Chief Astronaut Pat Forrester. “We remember the history he made during the Skylab and space shuttle programs that helped shape the space program we have today. Not only was he a bright scientist and astronaut, he and his crewmates set the stage for international cooperation in human spaceflight. He also was the first to participate in amateur radio from space, a hobby many of our astronauts still enjoy today.”

Garriott was born in Enid, Oklahoma. He earned a bachelor’s degree in electrical engineering from the University of Oklahoma, and master’s and doctoral degrees in electrical engineering from Stanford University, Palo Alto, California. Garriott served as an electronics officer while on active duty with the U.S. Navy from 1953 to 1956, and was stationed aboard several U.S. destroyers at sea. He then taught electronics, electromagnetic theory and ionospheric physics as an associate professor at Stanford. He performed research in ionospheric physics and has authored or co-authored more than 40 scientific papers and one book on this subject.

He was selected as a scientist-astronaut by NASA in June 1965, and then completed a 53-week course in flight training at Williams Air Force Base, Arizona. He logged more than 5,000 hours flying time -- including more than 2,900 hours in jet and light aircraft, spacecraft and helicopters. In addition to NASA ratings, he held FAA commercial pilot and flight instructor certification for instrument and multi-engine aircraft.

Garriott was the science-pilot for Skylab 3, the second crewed Skylab mission, and was in orbit from July 28 to Sept. 25, 1973. His crewmates were Commander Alan Bean and Pilot Jack Lousma. The crew accomplished 150% of mission goals while completing 858 revolutions of the Earth and traveling some 24.5 million miles. The crew installed replacement rate gyros used for attitude control of the spacecraft and a twin pole sunshade used for thermal control, and repaired nine major experiment or operational equipment items. They devoted 305 hours to extensive solar observations and completed 333 medical experiment performances to obtain valuable data on the effects of extended weightlessness on humans. The crew of Skylab 3 logged 1,427 hours and 9 minutes each in space, setting a world record for a single mission, and Garriott spent 13 hours and 43 minutes in three separate spacewalks outside the orbital workshop.

On his second and final flight, Garriott flew as a mission specialist on the ninth space shuttle mission and the first six-person flight. He launched aboard the Space Shuttle Columbia for STS-9/Spacelab-1 from Kennedy Space Center, Florida, on Nov. 28, 1983. His crewmates were Commander John Young, Pilot Brewster Shaw, Jr., fellow mission specialist Robert Parker, and Payload Specialists Byron Lichtenberg and Ulf Merbold of (ESA) European Space Agency. This six-person crew was the largest yet to fly aboard a single spacecraft, the first international shuttle crew and the first to carry payload specialists. During STS-9, the first human amateur radio operations in space were conducted using Garriott's station call, W5LFL. After 10 days of Spacelab hardware verification and around-the-clock scientific operations, Columbia and its laboratory cargo landed on the dry lakebed at Edwards Air Force Base, California, on Dec. 8, 1983.

Garriott held other positions at Johnson Space Center such as deputy and later director of Science and Applications, and as the assistant director for Space and Life Science.

For Garriott’s official NASA biography, visit:

https://www.nasa.gov/sites/default/files/atoms/files/garriott_owen.pdf

2019/03/18

Il primo lunacomplottista della storia?

di Paolo Attivissimo. Questo articolo vi arriva grazie alle donazioni per il libro “Luna? Sì, ci siamo andati!".

Sfogliando la mia collezione di reperti d’epoca mi è capitato tra le mani un esemplare originale del Corriere della Sera del 21 luglio 1969, e mi è caduto l’occhio su questa chicca pubblicata a pagina 4 dell’edizione milanese.

La pagina è infatti intitolata Corriere Milanese e racconta le reazioni della città alla notte straordinaria dell’allunaggio. L’articolo descrive anche la situazione nello Studio 3 della RAI di corso Sempione, includendo anche questo quadretto che avviene poco dopo il contatto con il suolo lunare:

Un signore magro esprime clamorosamente la sua protesta: “Avevano detto che facevano vedere il ragno che atterrava: la verità è che sono tutti eversivi alla Televisione e non hanno voluto farcelo vedere”. Un funzionario spiega che l’allunaggio del “ragno” non l’hanno visto neppure in America. Il signore magro tace ma non sembra convinto.

La sera stessa dell’allunaggio, insomma, c’era già chi straparlava di complotti.

I decenni passano ma i comportamenti umani non cambiano: il complottista, invece di chiedersi se c’è una spiegazione semplice a un fenomeno, se ne inventa una complicatissima che soddisfa la sua visione paranoica del mondo. E quando pacatamente gli viene fornita la spiegazione reale del fenomeno, non si convince lo stesso. Oggi come allora.

2019/01/06

Una foto straordinaria di Ed White? No, un “falso” d’autore

di Paolo Attivissimo. Questo articolo vi arriva grazie alle donazioni per il libro “Luna? Sì, ci siamo andati!".

Circola su Internet una foto bellissima di un astronauta Gemini ripreso dall’interno del veicolo spaziale, con il portello aperto, in procinto di affrontare una “passeggiata spaziale”.

Di solito la fotografia viene descritta come un’immagine dell’astronauta Ed White che si prepara a lasciare la capsula Gemini per la prima EVA statunitense, durante la missione Gemini 4 avvenuta a giugno 1965.




La foto è davvero splendida, tanto da sembrare un quadro iperrealista, ma in realtà non fu scattata nello spazio. Lo si nota se si guarda attentamente il nero dello “spazio”: rivela una serie di strutture reticolari.



Sono, presumibilmente, le strutture di copertura della sala del museo Smithsonian dove è stata allestita una ricostruzione dell’EVA di Ed White:

Credit: Image by Eric Long, National Air and Space Museum, Smithsonian Institution.