2016/08/14

La primissima immagine di un Modulo Lunare scattata dallo spazio: Apollo 15, 1971

di Paolo Attivissimo. Questo articolo è disponibile anche in inglese e vi arriva grazie alle donazioni per il libro “Luna? Sì, ci siamo andati!". Credit per tutte le immagini: NASA/LROC/Arizona State University.

La sonda Lunar Reconnaissance Orbiter è nota per le sue fotografie dei siti di allunaggio Apollo, che nel 2009 hanno finalmente fatto intravedere i veicoli e le attrezzature lasciate sulla Luna (link) e nel 2012 ne hanno offerto una visione ancora più chiara, come questa, riferita al sito di allunaggio di Apollo 15, che mostra lo stadio di discesa (descent stage) del Modulo Lunare della missione, che come tutti gli stadi di discesa dei LM usati per gli allunaggi fu lasciato sulla superficie della Luna. L’immagine mostra anche il veicolo elettrico (LRV) usato dagli astronauti Dave Scott e Jim Irwin per esplorare la zona, gli esperimenti da loro collocati sulla Luna (ALSEP) e i segni delle loro impronte.



Tuttavia non è stata la sonda LRO a fornire la prima documentazione fotografica dei veicoli Apollo visti dall’orbita lunare. Esistono infatti foto del sito di allunaggio di Apollo 15, scattate dallo spazio, che mostrano il Modulo Lunare mentre gli astronauti erano ancora sulla Luna.

Il Modulo di Servizio di Apollo 15, che rimase in orbita intorno alla Luna, pilotato dall’astronauta Al Worden, mentre Scott e Irwin esploravano la superficie lunare, era infatti dotato di una fotocamera ad altissima risoluzione, la Panoramic Camera, che scattò centinaia di foto dall’orbita lunare (maggiori dettagli sono qui e qui). Ciascuna delle immagini lunghe e sottili riprese da questa fotocamera su pellicola aveva una risoluzione tale da mostrare dettagli di 1-2 metri di grandezza su un’area di 320 x 20 km. Queste fotografie sono state sottoposte a scansione e sono disponibili su Internet presso l’Apollo Image Archive della Arizona State University.

Le scansioni risultanti sono immense: le loro versioni in formato PNG Large misurano 60.000 x 6.500 pixel. Ma ci sono versioni a risoluzione anche maggiore: le scansioni grezze in formato TIFF, che misurano 320.000 x 25.000 pixel. Sono così grandi che la Arizona State University ha diviso ciascuna immagine della Panoramic Camera image in otto parti che misurano ciascuna circa 40.000 x 25.000 pixel.

La foto AS15-P-9377 è una delle migliori immagini della Rima Hadley, il sito di allunaggio di Apollo 15, scattate da questa Panoramic Camera. Ecco la versione intera della foto, ridimensionata a 1024 x 109 pixel: la Rima Hadley è proprio al centro di questa lunga striscia di pellicola.




La zoomata massima possibile presso il sito della Arizona State University fornisce soltanto un’ombra a malapena visibile del Modulo Lunare. Per vederla dovrete probabilmente cliccare sull’immagine qui sotto per ingrandirla: l’ombra è accanto alla punta della freccia.




È interessante notare, tuttavia, che la zoomata massima fornita dal sito della ASU non corrisponde alla piena risoluzione della scansione. Per avere questa piena risoluzione è necessario scaricare la scansione grezza in formato TIFF. La Tile 4 (2 GB) di questa scansione grezza della foto 9377 ha questo aspetto (ridimensionata e con l’aggiunta di un riquadro che evidenzia la zona di allunaggio):




Con questa immagine si può zoomare sulla zona di allunaggio e ottenere questo dettaglio (ricampionato ed evidenziato):




Ruotando questa immagine in modo da mettere il nord in alto, aumentandone il contrasto e stringendo ulteriormente l’inquadratura si ottiene questa foto: il Modulo Lunare al completo (sia lo stadio di discesa, sia quello di risalita). Notate l’ombra triangolare. Questa è la primissima immagine orbitale di un Modulo Lunare Apollo, e fu scattata mentre gli astronauti erano ancora sulla Luna.




Grazie ai dati dell’ASU sappiamo esattamente quando fu scattata questa foto storica: il 31 luglio, durante la sedicesima orbita del Modulo di Comando e Servizio Endeavour. In altre parole, fu scattata circa un’ora dopo la Stand-Up EVA di Dave Scott’s, per cui Scott e Irwin erano all’interno del Modulo Lunare nel momento in cui Al Worden riprese questa immagine da una quota di 101,22 km.

Vorrei sottolineare che non sto rivendicando una scoperta: sto semplicemente documentando il metodo da usare per accedere a queste immagini. L’Apollo Lunar Surface Journal già offre questa fotografia nella sua Apollo 15 Map and Image Library, che nota inoltre che Apollo 15 scattò anche altre immagini del sito di allunaggio, che mostrano il LM dall’orbita durante orbite successive a questa, quando Scott e Irwin erano ancora sulla Luna (foto 9430, orbita 27 e foto 9798, orbita 38) e dopo la loro partenza (foto 9809 e 9814, orbita 50). La fotografia mostrata qui è la prima in assoluto.

The very first image of a Lunar Module on the Moon taken from space: Apollo 15, 1971

by Paolo Attivissimo. An Italian version of this article is available. Credit for all images: NASA/LROC/Arizona State University.

The Lunar Reconnaissance Orbiter probe is well-known for its photographs of the Apollo landing sites, which in 2009 finally showed the first glimpses of the hardware left on the Moon (link) and in 2012 offered even clearer views, such as the following picture of the Apollo 15 landing site, showing the descent stage of that mission’s Lunar Module, which like all LM descent stages used for Moon landings was left on the lunar surface. The image also shows the electric vehicle (LRV) used by astronauts Dave Scott and Jim Irwin to explore the area, the experiments they set up on the Moon (ALSEP) and the trails of footsteps they left.



However, LRO did not provide the very first visual documentation of Apollo hardware on the Moon from lunar orbit: there are photographs of the Apollo 15 landing site taken from space while the astronauts were still on the Moon.

The Apollo 15 Service Module, which remained in orbit around the Moon under the control of Command Module Pilot Al Worden while Scott and Irwin explored the lunar surface, was in fact equipped with a high-resolution Panoramic Camera, which took hundreds of photographs from lunar orbit (details are here and here). Each of the long, narrow images taken by this film camera resolved surface details of 1-2 meters over an area of 320 x 20 km. These photographs have been scanned and made available online at the Apollo Image Archive of the Arizona State University.

These Panoramic Camera image scans are truly huge: the PNG Large versions measure 60,000 x 6,500 pixels. However, there are even higher-resolution versions, the raw TIFF scans, spanning a whopping 320,000 x 25,000 pixels. They are so large that the ASU has split each Panoramic Camera image into eight tiles measuring approximately 40,000 x 25,000 pixels.

AS15-P-9377 is one of the best Panoramic Camera images of the Hadley Rille landing site of Apollo 15. This is the full-width version, resized to 1024 x 109 pixels (the Hadley Rille is right in the center of this long film strip):




Maximum zoom-in on the Arizona State University website yields only barely visible shadow of the LM. You’ll probably have to click on the picture below to see it next to the tip of the arrow.




Interestingly, it turns out that ASU's maximum zoom does not provide the full resolution of the scan. For that you need to download the TIFF raw scan. Tile 4 (2 GB) of this raw scan looks like this (resized and annotated; the box indicates the landing site area):




You can now zoom in on the landing site and get this (resampled and annotated):




Rotating this image so that north is up, increasing its contrast and cropping it yields this: the complete Lunar Module (both the ascent stage and the descent stages): notice the tapering shadow. This is the very first orbital image of an Apollo LM, and it was taken while its astronauts were still on the Moon.




Thanks to the ASU data we know exactly when it was taken: on July 31st, 1971, during the sixteenth lunar orbit of the Commmand and Service Module Endeavour. In other words, about an hour after Dave Scott’s Stand-Up EVA, so Scott and Irwin were inside the LM when this photo was taken by Al Worden from an altitude of 101.22 km.

I’d like to clarify that I’m not claiming this to be my discovery: I’m merely documenting the method you can use to access these images. The Apollo Lunar Surface Journal already has this image in its Apollo 15 Map and Image Library. The ALSJ library, additionally, notes that Apollo 15 also took other pictures of the landing site showing the LM from orbit during later orbits while Scott and Irwin were still on the Moon (frame 9430, orbit 27 and frame 9798, orbit 38) and after they departed (frames 9809 and 9814, orbit 50). The photograph shown here is the very first one.

2016/06/02

Gene Cernan (Apollo 17) rivisita l’antenna australiana che ricevette i suoi segnali dalla Luna

di Paolo Attivissimo. Questo articolo vi arriva grazie alle donazioni per il libro “Luna? Sì, ci siamo andati!".


Poco fa è stata pubblicata su Twitter questa foto che mostra l’astronauta Gene Cernan davanti all’antenna situata a Canberra, in Australia, che ricevette i segnali televisivi trasmessi dalla Luna durante la missione Apollo 17 nel 1972, quando Cernan e Harrison Schmitt trascorsero tre giorni sul suolo lunare. Cernan è in Australia in questi giorni per promuovere un documentario, The Last Man on the Moon, che racconta la sua storia.

Purtroppo chi crede alle tesi di complotto lunare spesso non sa che gli sbarchi lunari non furono un’impresa americana consegnata al mondo a scatola chiusa. Non sa che i segnali radio e TV dalla Luna furono ricevuti non solo negli Stati Uniti, ma anche in altri paesi, come appunto l’Australia (e la Spagna), da tecnici locali. E non sapendo queste cose non hanno idea di quanto sarebbe stato assurdamente complicato fingere una missione lunare e di quanto è ridicola l'idea che tutti questi partecipanti all’impresa siano rimasti perfettamente omertosi per ormai quasi cinquant’anni.

2016/05/15

Davvero un astronauta della Stazione Spaziale Internazionale dice che non siamo mai andati sulla Luna? No.

di Paolo Attivissimo. Questo articolo vi arriva grazie alle donazioni per il libro “Luna? Sì, ci siamo andati!".

Mi è stato segnalato questo video nel quale la traduzione di quello che dice un astronauta durante un’intervista in collegamento dalla Stazione Spaziale Internazionale (ISS) viene presentata come “LA CONFERMA DEFINITIVA.. DA PARTE DELL'UFFICIALE DELLA ISS” della tesi che non siamo mai andati sulla Luna.


IN BREVE: L’astronauta dice che adesso (“right now”) non abbiamo un veicolo in grado di andare sulla Luna. Non dice non l’abbiamo mai avuto. Per interpretare le sue parole come dichiarazione che non siamo mai andati sulla Luna bisogna essere asini in inglese oppure in malafede.


IN DETTAGLIO: L’astronauta è lo statunitense Terry Virts. Accanto a Virts c’è l’italiana Samantha Cristoforetti. I sottotitoli dicono che le dichiarazioni risalgono a marzo 2015 e attribuiscono il video al sito Luogocomune.net.

Questa è la trascrizione fedele delle parole di Virts, fatta da un madrelingua inglese (io): “Well, that’s a great question. The plan that NASA has is to build a rocket called SLS, which is a heavy lift rocket. It’s something that is much bigger than what we have today, and it will be able to launch the Orion capsule with humans on board as well as landers or other components to destinations beyond Earth orbit. Right now we only can fly in Earth orbit. That’s the farthest that we can go, and this new system that we’re building is gonna allow us to go beyond and hopefully take humans into the Solar System to explore. So the Moon, Mars, asteroids... there’s a lot of destinations that we could go to and we’re building these building-block components in order to allow us to do that eventually”.

I sottotitoli gli attribuiscono queste parole: “Ottima domanda! La NASA sta progettando di costruire un razzo chiamato SLS, un razzo per carichi pesanti che è molto più grande di quelli che abbiamo oggi. Sarà in grado di lanciare la capsula Orion con uomini a bordo oltre che a veicoli per atterrare [sui pianeti], ed altri strumenti verso destinazioni al di là dell’orbita terrestre. Attualmente siamo in grado di volare solo nell’orbita terrestre, più lontano di così non possiamo andare. Il nuovo sistema che stiamo costruendo ci permetterà di andare oltre e speriamo che possa portare degli uomini ad esplorare il sistema solare. La luna, marte [sic], gli asteroidi, ci sono molte destinazioni che potremmo raggiungere e stiamo costruendo i vari pezzi che ci permetteranno un giorno di farlo”.

Virts specifica molto chiaramente che in questo momento (“right now”) non disponiamo di veicoli in grado di volare oltre l’orbita terrestre. I sottotitoli concordano: Attualmente siamo in grado di volare solo nell’orbita terrestre”. Questo non vuol dire che non li abbiamo mai avuti: anzi, la precisazione “right now” (“attualmente”) crea una distinzione rispetto ad altri momenti (il passato). In altre parole, indica che Virts ci tiene a ricordare che prima li avevamo.

Lungi dall’essere la “conferma definitiva” delle tesi di cospirazione, questo video conferma che i lunacomplottisti sono disposti a travisare e distorcere grossolanamente qualunque dichiarazione pur di adattarla ai loro preconcetti.

2016/04/17

Complotti spaziali sovietici: l’“anomalia del 5 aprile”

di Paolo Attivissimo. Questo articolo vi arriva grazie alle donazioni per il libro “Luna? Sì, ci siamo andati!". ed è tratto dal mio Almanacco dello Spazio. Se vi piace, potete incoraggiarmi a scrivere ancora.

Aprile 1975: l’agenzia sovietica TASS fa pubblicare in seconda pagina dai giornali nazionali un laconico annuncio intitolato in modo molto blando “Comunicato dal centro di controllo del volo”. Il comunicato informa che “durante il percorso del terzo stadio del razzo i parametri della traiettoria hanno deviato da quelli prestabiliti e un meccanismo automatico ha fatto interrompere il volo, distaccando la cabina spaziale in modo che scendesse a terra. L'atterraggio morbido è avvenuto a sud-ovest di Gorno-Altaisk (Siberia occidentale). I servizi di ricerca e soccorso hanno ricondotto al cosmodromo i due cosmonauti, che stanno bene”. Ma la realtà è assai diversa. Per la prima volta, infatti, un volo spaziale con equipaggio è stato costretto a un drammatico rientro d'emergenza dopo il decollo.

Il 5 aprile è stata lanciata una Soyuz per portare alla stazione spaziale sovietica Salyut-4 Vasili Lazarev, comandante della missione e maggiore dell’aviazione sovietica, e Oleg Makarov, ingegnere di volo civile, per restarvi 60 giorni. Ma quattro minuti e 48 secondi dopo il decollo, alla quota di 145 km, la separazione del terzo stadio dal secondo non è avvenuta correttamente: si sono aperti solo tre dei sei agganci che tengono uniti i due stadi. Il motore del terzo stadio si è acceso mentre il secondo era ancora agganciato.

La spinta del motore del terzo stadio è poi riuscita a spezzare gli agganci rimasti, sganciando il secondo stadio, ma la sollecitazione inattesa ha fatto deviare il veicolo dalla traiettoria prevista. Sette secondi dopo la mancata separazione, il sistema di guida della Soyuz ha rilevato l'anomalia e ha attivato un programma di abort (interruzione d'emergenza). A questo punto del volo il razzo d'emergenza collocato sopra il veicolo era già stato sganciato e quindi è stato necessario ricorrere al motore principale della Soyuz stessa, separando il veicolo dal terzo stadio e poi separando il modulo orbitale e quello di servizio dalla capsula di rientro. Al momento di queste separazioni il veicolo era già puntato verso la Terra e questo ha accelerato fortemente la sua discesa: invece della decelerazione di 15 g prevista per questa situazione, già estremamente violenta, gli astronauti hanno subìto fino a 21,3 g.

Nonostante il sovraccarico, i paracadute della capsula si sono aperti correttamente e hanno rallentato la caduta del veicolo, che è tornato a terra dopo soltanto 21 minuti di volo. Ma i guai dei cosmonauti non sono finiti: la capsula è caduta su un pendio innevato e ha iniziato a rotolare verso uno strapiombo alto 150 metri. Per fortuna i paracadute si sono impigliati nella vegetazione e la Soyuz si è fermata.

L'equipaggio si è trovato immerso nella neve alta fino al petto e a −7 °C, per cui ha indossato l'abbigliamento termico d'emergenza. Inizialmente Makarov e Lazarev hanno temuto di essere finiti in territorio cinese, in un momento in cui i rapporti fra Unione Sovietica e Cina sono molto ostili, e quindi si sono affrettati a distruggere i documenti riguardanti un esperimento militare che si sarebbe dovuto svolgere durante la missione. In realtà l'atterraggio è avvenuto a sud-ovest di Gorno-Altaisk, circa 830 km a nord del confine con la Cina e a circa 1500 km dalla base di lancio. Il contatto radio con un elicottero di soccorso ha poi confermato ai cosmonauti che la Soyuz era caduta in territorio sovietico, ma il luogo di atterraggio era talmente impervio che l'equipaggio non è stato recuperato fino all'indomani.

Contrariamente a quanto dichiarato dalle autorità sovietiche Lazarev ha subìto traumi a causa dell'elevata decelerazione. Makarov, invece, è in buone condizioni e tornerà a volare con le Soyuz 26, 27 e T-3.

La censura sovietica nasconderà la serietà dell'incidente all'opinione pubblica nazionale fino al 1983. Gli Stati Uniti, invece, vengono avvisati sommariamente il 7 aprile 1975, dopo il recupero dell'equipaggio, ma chiedono maggiori chiarimenti, perché sono in corso i preparativi per la storica missione spaziale congiunta fra russi e americani, l'Apollo-Soyuz Test Project, che dovrà decollare tre mesi dopo. Nel rapporto sovietico l'emergenza viene definita semplicemente “anomalia del 5 aprile” e il grave malfunzionamento viene attribuito all'uso di una vecchia variante del vettore Soyuz che non verrà mai più utilizzata.


Fonti: SSAJames Oberg; TASS/La Stampa, 8 aprile 1975, tramite @giaroun.

2016/04/12

Tom Stafford (Gemini 6, Gemini 9, Apollo 10, Apollo-Soyuz) a Pontefract, aprile 2016: cento minuti di storia vivente

di Paolo Attivissimo


Il generale Thomas Patten Stafford, 86 anni, si racconta a Pontefract grazie a Space Lectures.

2016/02/28

50 anni fa la NASA perdeva due astronauti: Charles Bassett ed Elliott See

di Paolo Attivissimo



È il 28 febbraio 1966. La NASA, con il programma Gemini, sta imparando tutto quello che serve sapere per poter mandare degli astronauti sulla Luna: come camminare e lavorare in assenza di peso, come effettuare rendez-vous e attracchi fra due veicoli spaziali. Molti membri degli equipaggi delle missioni Gemini viaggeranno poi fino alla Luna: Neil Armstrong, Buzz Aldrin, Tom Stafford, John Young e Gene Cernan, per citarne alcuni.

Ma l’equipaggio della Gemini IX, costituito da Elliot See e Charles Bassett II, non avrà questa possibilità. See, 38 anni, e Bassett, 34 anni, partono intorno alle sette di mattina dalla base di Ellington, diretti allo stabilimento della McDonnell a St. Louis, a bordo di un addestratore T-38, accompagnati dall’equipaggio di riserva, Tom Stafford e Gene Cernan, su un altro T-38. Devono trascorrere a St. Louis una decina di giorni per ispezionare la loro capsula Gemini ed addestrarsi nel simulatore.

Alla partenza il tempo è ottimo, ma a St. Louis piove; le nuvole sono basse (a 600 metri di quota) e la visibilità è scarsa. All’arrivo sopra la base aerea di Lambert Field, poco prima delle nove, i due jet si trovano troppo vicini alla fine della pista d’atterraggio e così See vira a sinistra, stando sotto le nuvole, mentre Stafford si arrampica e rientra nelle nubi per tentare un altro avvicinamento, cosa che gli riesce senza problemi.

Ma la virata di See porta il suo T-38 vicino all’Edificio 101 della McDonnell, dove i tecnici stanno lavorando proprio alla capsula Gemini che dovrà portare See e Bassett nello spazio. Rendendosi forse conto di star perdendo quota troppo rapidamente, See accende i postbruciatori e tenta di virare bruscamente a destra, ma è troppo tardi: l’aereo colpisce il tetto dell’edificio con un’ala e si schianta, incendiandosi e uccidendo Bassett e See. Frammenti del loro aereo colpiscono la capsula Gemini. See viene sbalzato fuori dall'aereo; il suo cadavere viene ritrovato in un parcheggio adiacente. La testa di Bassett viene trovata incastrata fra le travi del tetto dell’Edificio 101. Se l’aereo fosse stato leggermente più basso, avrebbe distrutto la capsula e soprattutto ucciso decine di specialisti che vi lavoravano, mettendo in crisi l’intero progetto di arrivare alla Luna.

Non è il primo incidente che tronca la vita di un astronauta: era già successo con Theodore Freeman nel 1964. Ma è la la prima volta che la NASA si trova costretta a rimpiazzare l’equipaggio primario di una missione con quello di riserva. Stafford e Cernan voleranno nello spazio con la Gemini IX e diventeranno i primi ad effettuare con successo tre rendez-vous; in seguito voleranno insieme fino alla Luna con Apollo 10.

L’incidente aereo innesca un effetto domino che cambia il corso della storia: senza la morte di Bassett e See, per esempio, Buzz Aldrin non sarebbe stato scelto come membro di riserva per Gemini IX e non avrebbe volato con la Gemini XII a novembre del 1966; probabilmente non sarebbe stato il pilota del modulo lunare di Apollo 11 e quindi non sarebbe stato il secondo uomo a camminare sulla Luna. Inoltre Gene Cernan probabilmente non sarebbe stato l’ultimo uomo sulla Luna. Aldrin, amico e vicino di casa di Bassett, non dimenticherà mai che la sua presenza nei libri di storia è frutto di questa tragedia.

See e Bassett verranno sepolti al Cimitero Nazionale di Arlington, uno vicino all’altro. I loro nomi non sono noti ai più, forse perché sono morti prima di andare nello spazio, ma sono incisi nello Space Mirror Memorial al Centro Spaziale Kennedy, insieme a tutti gli altri astronauti deceduti nello svolgimento del proprio compito, e sono stati portati sulla Luna dagli astronauti di Apollo 15 nella targa che accompagna la statuetta Fallen Astronaut collocata nei pressi della Hadley Rille.



Per aspera ad astra.


Fonti: NASA, AmericaSpace.