Immagine sintetica: Marte è reale, Opportunity è
un modello digitale rappresentato in scala (APOD).
Il 15 maggio scorso Opportunity, il veicolo robotico che sta esplorando Marte ormai da nove anni, ha superato la distanza totale percorsa dal Lunar Rover di Apollo 17, togliendo all'auto elettrica guidata sulla Luna da Gene Cernan e Harrison Schmitt a dicembre del 1972 il record NASA di percorrenza su un altro mondo.
Opportunity ha infatti coperto in tutto 35 chilometri e 760 metri, mentre il Lunar Rover aveva percorso 35 chilometri e 744 metri. Certo, si tratta di veicoli radicalmente differenti (uno senza equipaggio, l'altro con due astronauti a bordo; uno su Marte, l'altro sulla Luna; uno attivo per anni, l'altro per pochi giorni), ma è interessante notare quanto a lungo abbia retto questo primato. Che però è soltanto un record statunitense, dato che il veicolo robotico sovietico Lunokhod 2 coprì 37 chilometri sulla Luna nel 1973 e quindi detiene tuttora il primato assoluto.
Cernan ha accolto con queste parole il successo del veicolo marziano: “Il record che abbiamo stabilito con un veicolo di superficie era pensato per essere battuto e sono emozionato e orgoglioso di poter passare il testimone a Opportunity”.
Il 14 maggio 1973 veniva effettuato dalla rampa 39A del Kennedy Space Center l'ultimo lancio di un Saturn V (foto qui accanto), che portò in un sol colpo in orbita intorno alla Terra, a 435 km di altitudine, un carico di ben 77 tonnellate: la stazione spaziale statunitense Skylab.
Il volume abitabile dello Skylab, ottenuto modificando uno stadio S-IVB derivato da quelli usati per le missioni sulla Luna, era davvero notevole per gli standard dell'epoca: la sua cubatura interna pressurizzata ammontava a circa 320 metri cubi. A titolo di paragone, l'attuale Stazione Spaziale Internazionale ha un volume pressurizzato di 837 metri cubi, che però ha richiesto anni di assemblaggio graduale.
Nove astronauti ne fecero la propria casa nello spazio nel corso di tre missioni, partendo dalla rampa 39B a bordo di vettori Saturn IB: Pete Conrad, Paul Weitz, Joseph Kerwin (28 giorni); Alan Bean, Jack Lousma, Owen Garriott (59 giorni); Gerald Carr, William Pogue, Edward Gibson (84 giorni).
Il lancio della stazione non andò particolarmente bene. Lo Skylab fu gravemente danneggiato durante l'arrampicata verso lo spazio. La protezione termica e contro i micrometeoroidi e uno dei due grandi pannelli solari principali risultarono divelti e inservibili, mentre il secondo pannello solare principale restava chiuso per via di una cinghia difettosa, facendo surriscaldare l'ambiente interno e privando la stazione dell'energia necessaria per il funzionamento.
Foto dei danni allo Skylab, scattata dall'equipaggio della missione Skylab 2 prima dell'attracco.La struttura bianca è il braccio contenenente un pannello solare, trattenuto da una cinghia che si sarebbe dovuta sganciare.
Soltanto l'intervento degli astronauti, pianificato dal nulla in soli dieci giorni e realizzato da Conrad e Kerwin tramite una rischiosa passeggiata spaziale (la prima grande riparazione in orbita), salvò la stazione collocando un parasole improvvisato in fretta e furia e sbloccando fortunosamente il pannello solare principale restante. Quest'intervento senza precedenti permise agli equipaggi di svolgere su Skylab un ricchissimo assortimento di esperimenti scientifici.
La configurazione prevista per lo Skylab. In realtà uno dei pannelli solari rettangolari fu divelto.
Notare il refuso “Appollo”, assente in altre versioni della stessa immagine.
Secondo due articoli di The Space Review (uno; due) e un documento NASA (NASA/CR-2011-216468, Lessons Learned in Engineering, di Blair, Ryan e Schutzenhofer, 2011) c'è un dettaglio che fu tenuto segreto all'epoca: quando risultò dalla telemetria che lo Skylab era in pessime condizioni, il National Reconnaissance Office (NRO) usò un satellite spia della serie Gambit per fotografare il laboratorio orbitante e aiutare la NASA nel valutare i danni e pianificare la riparazione.
Va detto, a questo proposito, che un recente articolo di Gizmodoafferma di mostrare una queste immagini top secret, ma in realtà si tratta di una foto, la SL2-4-265, scattata dagli astronauti della prima missione Skylab, come del resto suggerito dalla prospettiva dell'immagine, incompatibile con un teleobiettivo per una ripresa da grande distanza.
Il telescopio USAF della Maui Optical Station scattò invece la foto qui sotto dello Skylab visto da terra. La foto è riportata nel libro Brassey's Air Power: Aircraft Weapons Systems and Technology Series Volume 10 - Military Space.
Lo Skylab fu coinvolto anche in un altro episodio segreto. Carr, Gibson e Pogue scattarono delle fotografie che includevano l'area di Groom Lake, in Nevada. Groom Lake è meglio nota come Area 51 ed è il luogo nel quale le forze militari statunitensi sperimentano i propri velivoli di punta, coperti dal massimo segreto. Secondo questo promemoria CIA ora declassificato, l'Area 51 era l'unico luogo al mondo del quale gli astronauti Skylab avevano istruzioni specifiche di non scattare foto (The Space Review).
Per celebrare il quarantennale dello Skylab, il primo grande laboratorio spaziale statunitense, la NASA ha realizzato un breve documentario e un incontro con due dei protagonisti, Owen Garriott e Gerry Carr (uno dei tre protagonisti del primo ammutinamento spaziale, che si verificò nel corso della terza spedizione con equipaggio a causa del sovraccarico di lavoro imposto dalla NASA). Li potete vedere qui sotto.
È interessante il confronto con le attuali attività sulla Stazione Spaziale Internazionale. Memorabili sono inoltre gli aneddoti e gli scherzi realizzati dagli equipaggi nel corso di missioni che segnarono la transizione del programma spaziale statunitense dall'andare nello spazio per una rapida escursione, nella quale si sopporta qualunque disagio, al vivere nello spazio per lunghi periodi, nei quali i disagi possono diventare una barriera pratica e psicologica invalicabile.
Senza l'esperienza dello Skylab e delle stazioni spaziali russe, la ISS non sarebbe stata realizzabile, e la conoscenza degli effetti fisiologici e psicologici di lunghe permanenze nello spazio che si ottiene nelle stazioni spaziali è indispensabile per poter poi intraprendere missioni verso mete più lontane, come Marte o un asteroide.
Il quarantennale del lancio dello Skylab è ricordato da un ottimo articolo su Wired in inglese, riccamente illustrato.
Un lettore, r.zam*, mi ha chiesto se potevo fornirgli qualche articolo pubblicato su riviste scientifiche che spieghi la composizione e la struttura delle rocce lunari. Dato che quest'informazione potrebbe essere utile anche ad altri lettori, pubblico qui un breve elenco di questi articoli e le istruzioni per reperirne altri.
Questi articoli sono stati reperiti con una semplice ricerca in Google Scholar usando le parole chiave “Apollo moon rocks”. Ce ne sono migliaia: ho scelto questi fra i primi che ho trovato perché mi sembravano interessanti e significativi.
Chi sostiene le tesi di complotto lunare dovrebbe spiegare come mai tutti questi esperti in geologia non si siano accorti che stavano studiando dei falsi; oppure, se si sostiene che le rocce siano autentiche, come sarebbero state selezionate e riportate sulla Terra senza mandare un equipaggio addestrato a raccoglierle, usando la tecnologia robotica degli anni Sessanta.
Il 3 febbraio 1966 la sonda russa Luna 9 (o Lunik 9) atterrava sulla superficie della Luna. Fu il primo atterraggio “morbido” (mediante retrorazzi e una sorta di airbag, alla velocità finale di 22 km/h) di un veicolo su un altro corpo celeste. La parte della sonda che atterrò, una sfera di 58 cm di diametro con una massa di 99 kg, conteneva numerosi strumenti scientifici (incluso un rilevatore di radiazioni) e anche una mini-telecamera (solo 1,5 kg di massa, un valore minuscolo per la tecnologia di quegli anni) che riprese le prime immagini mai realizzate dalla superficie della Luna.
Il segnale radio della sonda, contenente le immagini televisive ottenute tramite scansione lenta ma ad alta risoluzione (6000 linee verticali nell'arco di 100 minuti), fu acquisito anche dal radiotelescopio britannico di Jodrell Bank, i cui tecnici riuscirono a ricostruire l'immagine qui sotto, che è una porzione di una delle panoramiche mostrate sopra.
La segretezza ossessiva del regime sovietico ritardò la pubblicazione delle immagini così tanto che fu Jodrell Bank a diffonderle per prima.
Maggiori dettagli sulla tecnologia che consentì questi risultati, veramente eccezionali per l'epoca, sono presso Mental Landscape (anche qui), Wandering Space e NASA.
Oggi la NASA ricorda il cinquantenario del primo drop test, o prova di caduta, della capsula Apollo. Il test si svolse sopra El Centro, in California, il 3 maggio 1963. Queste sono foto del test, pubblicate oggi da Nasa History.
I drop test furono una fase importante del progetto Apollo perché permisero di sperimentare la validità delle soluzioni tecniche proposte per la fase finale del rientro a Terra degli astronauti senza metterli in pericolo. Furono infatti utilizzati dei simulacri delle capsule Apollo, senza equipaggio a bordo, sganciate in volo da aerei da trasporto.
Fra l'altro, a cinquant'anni di distanza la NASA sta effettuando una nuova serie di drop test per la capsula Orion, il cui aspetto richiama fortemente (almeno nelle forme, anche se materiali e dimensioni sono nettamente superiori) quello del modulo di comando Apollo.
Secondo il comunicato stampa 63-085 della NASA, disponibile in questa raccolta come fogli 169 e 170, il test del 3 maggio 1963 fu svolto con successo dalla Northrop lanciando da un C-133 dell'USAF un simulacro (boilerplate) avente le stesse dimensioni e lo stesso peso del modulo di comando Apollo.
Va notato che in questa fase del progetto si ipotizzava un atterraggio al suolo anziché in mare, tanto che il comunicato parla di una velocità all'atterraggio di circa 30 piedi al secondo (circa 30 km/h), “ampiamente entro le tolleranze umane”.
Alcune belle foto dei vari boilerplate durante la fabbricazione e i collaudi sono presso Apollo Mission Photos.
Bart Sibrel, uno dei più rumorosi sostenitori delle tesi di messinscena intorno agli sbarchi sulla Luna, per anni ha inseguito e assillato gli astronauti protagonisti di queste missioni, tanto che alla fine uno di loro, Buzz Aldrin, gli ha assestato un cazzotto storico, ripreso dalla troupe video di Sibrel, nel 2002.
Il lunacomplottista basa le proprie accuse di falsificazione sull'evidenziazione di presunte anomalie nelle riprese video e fotografiche delle missioni Apollo. Le anomalie sono in realtà fenomeni normali che si verificano anche in altre riprese analoghe, sia sulla Terra che nello spazio, anche nel corso di missioni che non sono in dubbio, ma Sibrel rimane irremovibilmente convinto delle proprie tesi.
Su Youtube è comparso da poco un video, mostrato qui sotto, che dimostra (perlomeno secondo gli standard di Sibrel) un'accusa forse ancora più clamorosa: Bart Sibrel sarebbe in realtà un rettiliano, ossia una creatura che nasconde le proprie vere sembianze simulando un aspetto umano, e a volte questo mascheramento non funziona perfettamente. Nel video, infatti, si vede che durante una sua apparizione televisiva su Fox News i suoi occhi perdono l’aspetto umano e prendono quello tipico dei rettili. E a chi vede complotti dappertutto un video su Youtube basta e avanza, come prova.
Il video è tratto da un'intervista di Fox News, il cui originale è disponibile qui e risale presumibilmente al 2009.
Ovviamente si tratta di artefatti della compressione digitale e della
pessima qualità del video, realizzato riprendendo un monitor, ma è
stupendamente ironico che chi ha usato video sgranati e maldestramente
interpretati come prove delle proprie teorie sia ora vittima del suo
stesso metodo usato da altri su di lui.
Ho appena finito di mettere online l'EPUB della quarta edizione di “Luna? Sì, ci siamo andati!”, il mio libro di risposta alle tesi di messinscena degli sbarchi sulla Luna. Si tratta principalmente di un'edizione di ripulitura di alcuni refusi e magagne tecniche, come elencato in dettaglio qui.
Le versioni Kindle e PDF aggiornate verranno aggiunte nei prossimi giorni.
Come sempre, il libro è scaricabile gratuitamente in formato EPUB e PDF ed è acquistabile come e-book per Kindle o su carta presso Amazon.com. Tutti i link per lo scaricamento e l'acquisto sono in questa pagina.
QUARTA EDIZIONE (2013) – “Luna? Sì, ci siamo andati!”: 330 pagine di risposte ai dubbi più frequenti sugli sbarchi lunari e tanti dettagli poco conosciuti delle missioni spaziali.
Sapevi che anche i russi tentarono di andare sulla Luna con un progetto segreto? Che le foto delle Playmate di Playboy furono portate sulla Luna? Nel libro troverai queste e altre chicche.
Puoi risparmiare le spese di spedizione acquistandolo direttamente dalle mie mani, insieme a un CD con le foto a colori in alta risoluzione e il PDF completo del testo, in occasione dei miei appuntamenti pubblici (conferenze e incontri), elencati qui sotto.
È in lavorazione l'edizione in inglese, intitolata “Moon Hoax: Debunked!”. I primi capitoli sono già disponibili.
Prossimi eventi spaziali
24-27 maggio 2013. Tucson, Arizona: Viaggio guidato alla Spacefest V, con gli astronauti Apollo e Shuttle. Info e prenotazioni: Collectionspace.it.
28 maggio 2013. Partenza di Luca Parmitano, Fyodor Yurchikhin e Karen Nyberg per la Stazione Spaziale Internazionale.
novembre 2013. Viaggio-visita guidato al Kennedy Space Center. Info e prenotazioni:Collectionspace.it.
settembre 2014. Primo volo (senza equipaggio) della capsula Orion (EFT-1).
30 novembre 2014. Partenza di Samantha Cristoforetti, Anton Shkaplerov e Terry Virts per la Stazione Spaziale Internazionale.
Sto realizzando un documentario, intitolato Moonscape, da distribuire gratuitamente (sì, è legale), con le versioni HD rimasterizzate dei filmati della missione Apollo 11.
Se vi piace quello che vedete, potete anche fare una donazione. Il vostro nome verrà citato nei ringraziamenti del documentario. In alternativa, potete contribuire regalandomi uno dei libri tecnici Apollo che trovate nella mia wishlist su Amazon.de.
Grazie!