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2017/07/23

Immagini realmente manipolate (non ufficiali) delle missioni lunari: l’ammaraggio troppo perfetto

di Paolo Attivissimo. Questo articolo vi arriva grazie alle donazioni per il libro “Luna? Sì, ci siamo andati!".

Ogni tanto fa capolino online quest’immagine di una capsula Apollo mentre si appresta ad ammarare vicino a una portaerei, con un elicottero che la segue da vicino.

Artwork credit: Stan Stokes.

Se fosse una fotografia, la sua composizione sarebbe incredibilmente perfetta, con i tre elementi principali tutti nella medesima inquadratura. Può capitare, ma c’è anche la questione delle nuvole, forse un po’ troppo basse rispetto alla quota di volo di un elicottero (perlomeno durante una fase di recupero di una capsula spaziale). E infatti non si tratta di una foto, ma di un quadro.

Il quadro si intitola A Heritage of Excellence/All Navy Team ed è opera dell’artista californiano Stan Stokes, che ha creato molte altre opere di grande realismo che raffigurano scene dal mondo dell’aviazione.


Fonti: Earthlink; Arel-Arte; World Naval Ships; Aviation Art Prints; Splashdown! di Don Blair. 

2015/07/20

Sì, questa foto Apollo è un falso. Ma dichiarato

di Paolo Attivissimo. Ultimo aggiornamento: 2017/06/09.

In occasione del quarantaseiesimo anniversario del primo sbarco sulla Luna è ricomparsa in Rete una fotografia che viene usata piuttosto frequentemente per illustrare l’allunaggio di Apollo 11: la vedete qui sotto ed è tratta dall'Apollo Lunar Surface Journal della NASA. Ricordo che l'astronauta Apollo Walt Cunningham la utilizzò all’inizio della propria presentazione quando venne in Italia ad aprile 2011 ed ebbi l’onore di tradurre per lui.


Ma nonostante l'origine prestigiosa e autorevole, questa foto è un falso.


Si tratta infatti di un fotomontaggio, realizzato però componendo varie foto autentiche. Qui sotto vedete alcune delle foto dichiaratamente utilizzate (da AS11-40-5863 ad AS11-40-5869 e altre) e la loro collocazione nel fotomontaggio.


AS11-40-5863

AS11-40-5864

AS11-40-5865

AS11-40-5866

AS11-40-5867

AS11-40-5868

AS11-40-5869


I complottisti non esultino: il fatto che si tratti di un fotomontaggio non è una rivelazione clamorosa, ma anzi è dichiarato esplicitamente nel sito della NASA, tant'è vero che la foto è pubblicata nella sezione fotomontaggi del sito, intitolata molto chiaramente More Creativity - Fun and Inspiration. L'autore è Ed Hengeveld.

Il Sole è stato creato da zero con il fotoritocco digitale, ma non si discosta molto dall'effetto reale del Sole sulla Luna, come si può vedere in questa foto della missione Apollo 12 (AS12-46-6766):




Il fatto che il fotomontaggio del modulo lunare sulla superficie della Luna venga pubblicato altrove, e usato anche da almeno un astronauta Apollo, senza dire che si tratta di una creazione artistica può sembrare poco importante, ma qui si tratta di mantenere l'integrità degli archivi fotografici per i posteri. Noi abbiamo la fortuna di vivere nei decenni appena successivi alle missioni Apollo, quando il ricordo dei loro dettagli è ancora diretto, vasto e ricco, ma chi verrà dopo di noi non avrà una memoria storica così sicura e quindi queste foto false, se non vengono identificate chiaramente come tali oggi, rischiano di finire a far parte dell'iconografia ritenuta autentica, come già inizia appunto a succedere adesso, e quindi rischiano di falsare i dati storici.

2014/12/19

Foto falsa di Apollo 17

di Paolo Attivissimo. L'articolo è stato aggiornato dopo la pubblicazione iniziale.

L'avvento del fotoritocco digitale ha reso molto più facile creare fotografie false apparentemente realistiche, nelle quali soltanto la conoscenza del contesto consente di capire che si tratta di una manipolazione.

L'immagine qui accanto, circolante su Internet ma non pubblicata dalla NASA, è un esempio perfetto: sembra una foto reale. La sua natura di falso è rivelata soltanto dalla conoscenza del fatto che i due astronauti lunari di ciascuna missione Apollo non disponevano di un dispositivo per l'autoscatto (tranne quelli di Apollo 12, che ne portarono uno di nascosto ma non lo usarono) e quindi una foto con entrambi gli astronauti lunari non può essere autentica.

Le foto di partenza sono la AS17-134-20377 e la AS17-134-20382. In particolare, alla 20377 è stato aggiunto soltanto l'astronauta presente nella 20382, che è stato scontornato eliminando tutto lo sfondo e mantenendo invece lo sfondo della 20377. L'identificazione è stata possibile grazie all'accurato lavoro di catalogazione dell'Apollo Lunar Surface Journal.


AS17-134-20377. Gene Cernan.



AS17-134-20382. Harrison Schmitt.

2010/09/21

Era facile sospettare il complotto all'epoca: i libri pubblicavano foto lunari ritoccate

di Paolo Attivissimo

Grazie agli archivi della Società Astronomica Ticinese ho potuto sfogliare di recente “Terra Luna Anno 1” di G. Righini e G. Masini, un libro italiano dedicato alle missioni lunari e stampato a settembre del 1969, solo due mesi dopo il primo sbarco sulla Luna, dall'editore Arnoldo Mondadori. Fra le tante illustrazioni a colori del libro ne spicca una a pagina 21, mostrata qui sotto.

Anche un occhio non particolarmente esperto nota che alcuni dettagli dell'astronauta sono chiaramente disegnati. L'impressione immediata è che la foto sia un falso. Nel libro, però, viene descritta come se fosse una fotografia autentica di Buzz Aldrin che "ha appena deposto il riflettore laser che servirà per misurare l'esatta distanza Terra-Luna".

Se Mondadori pubblicava foto ritoccate di questo genere nei libri che parlavano di imprese lunari, non c'è troppo da stupirsi se poi alcuni lettori dubitarono che le immagini fossero autentiche e quindi sospettarono che l'intero progetto lunare fosse una messinscena.

Le alterazioni apportate all'immagine, con veri e propri dettagli inventati ed altri completamente eliminati, diventano molto evidenti se si confronta l'illustrazione del libro con una scansione diretta dell'originale, che è la foto AS11-40-5945.


Non tutte le illustrazioni di questo libro sono alterate in questo modo (anche se ce n'è un'altra analoga a pagina 16-17), ma si tratta di un esempio della qualità talvolta scadente delle fotografie delle missioni Apollo presentate all'epoca. Con questo genere di qualità e di ritocco disinvolto era in effetti comprensibile dubitare dell'autenticità delle poche immagini circolanti. Oggi, con l'abbondanza di materiale consultabile e le scansioni di alta qualità di tutte le immagini, questa scusante non è più accettabile.

2009/11/21

La misteriosa comunicazione "Bravo Tango" dell'Apollo 11

di Hammer e Paolo Attivissimo. L'articolo è stato corretto dopo la pubblicazione iniziale per tenere conto delle osservazioni emerse nei commenti. Si ringrazia Papageno per il contributo. Ultimo aggiornamento: 2016/12/03 23:20.

Una delle numerose tesi ufologiche riguardanti le missioni lunari sostiene che Neil Armstrong e Buzz Aldrin, i due astronauti protagonisti del primo sbarco umano sulla Luna, siano stati sorpresi da una visione inaspettata e misteriosa.

In preda allo stupore, avrebbero commentato via radio ciò che stavano vedendo mentre il Controllo Missione intimava loro concitatamente di usare per queste comunicazioni un canale radio criptato.

La trasmissione televisiva della diretta sarebbe avvenuta, secondo chi sostiene questa teoria, con alcuni secondi di differita che avrebbero concesso alla NASA la possibilità di censurare questa breve discussione e, da allora, di tenerla segreta; ma alcuni radioamatori sarebbero comunque riusciti ad ascoltarla.

Il testo della comunicazione misteriosa è il seguente:

Astronaut 1: Ha! What is it?

Astronaut 2: We have some explanation for that?

Houston: We have none, don't worry, continue your program!

Astronaut 1: Oh boy it's a, it's, it, it is really something [garbled] fantastic here, you, you could never imagine this!

Houston: Roger, we know about that, could you go the other way, go back the other way!

Astronaut 1: Well it's kind of [garbled] ha, pretty spectacular... god... what is that there?

Astronaut 1: It's [garbled], what the hell is that?

Houston: Go Tango, Tango!

Astronaut 1
: Ha! There's kind of light there now!

Houston: Roger, we got it, we [garbled], lose communication, Bravo Tango, Bravo Tango, select Jezebel, Jezebel!

Astronaut 1: ...ya, ha! ...... but this is unbelievable!


Le traduzioni italiane di questo testo che si trovano in Rete sono notevolmente imprecise, come descritto in seguito; quella corretta è la seguente.

Astronauta 1: Ah, cos'è quello?

Astronauta 2: Abbiamo una spiegazione per questa cosa?

Houston: Non l'abbiamo, non vi preoccupate, continuate il vostro programma!

Astronauta 1: Oh Dio, è, è, è, davvero fantastico! Non lo potreste mai immaginare!

Houston: Roger, lo sappiamo. Potreste andare dall'altra parte? Tornate dall'altra parte!

Astronauta 1: Beh, è ben [disturbi], molto spettacolare... Dio... e quello cos'è?

Astronauta 1: E' [disturbi], ma che diavolo è?

Houston: Usate Tango, Tango!

Astronauta 1: Ora lì c'è una specie di luce!

Houston: Roger, abbiamo capito, lo abbiamo [disturbi], perdete la comunicazione, Bravo Tango, Bravo Tango, selezionate Jezebel, Jezebel!

Astronauta 1: ...si, ah! ...ma questo è incredibile!


Di questo breve scambio di battute esiste una registrazione audio molto diffusa in rete e trasmessa anche dal canale televisivo Italia 1 nella puntata di Mistero del 25 ottobre 2009 e da Rete4 nella puntata di Top Secret del 2 luglio 2007. La registrazione viene data per vera da vari siti ufologici, come UFO Sightings by Astronauts e Chupacabramania, ma disconosciuta da altri come Ufologia Oggi.

Un fotogramma del servizio di Mistero che parla dell’“audio segreto”.

Un fotogramma di Top Secret a proposito
dello stesso “audio segreto”.

Grazie alla bravura dei lettori di Complotti Lunari, in particolare Papageno e Tukler, è emersa la vera fonte dei dialoghi in questione. I dialoghi sono tratti dal mockumentary inglese Alternative 3 del 1977. Si tratta quindi esplicitamente di una burla. Ciò nonostante questa presunta conversazione spaziale viene presa sul serio da molti, come dimostra il fatto che sia stata spacciata per autentica da alcuni media italiani.

Alternative 3 è attualmente (2016) visionabile qui su Youtube. Il brano degli “astronauti” è a circa 24 minuti dall’inizio:


Anche senza conoscere l'origine parodistica di questo brano, comunque, non serve certo essere degli appassionati di astronautica per capire che si tratta di un falso e neanche dei migliori. Anzitutto dovrebbe fare riflettere il fatto che la reazione degli astronauti alla visione dei presunti extraterrestri è del tutto surreale. I due sembrano mostrare solo stupore, non descrivono ciò che vedono, se non con poche frasi confuse, e non mostrano alcuna apprensione per l'improvvisa scoperta di una forma di vita extraterrestre, come invece sarebbe naturale aspettarsi.

Se queste considerazioni dettate dal buon senso non dovessero bastare, è sufficiente confrontare questa registrazione con una vera registrazione della missione Apollo 11 per rendersi conto che le voci reali degli astronauti Armstrong e Aldrin sono completamente diverse, che sono diversi i "bip" (Quindar tones) che scandiscono la comunicazione, il rumore di fondo e la distorsione delle voci, e che le pause tra le frasi degli astronauti e quelle di Houston sono troppo brevi se si considera la distanza Terra-Luna che i segnali radio dovevano percorrere (un segnale radio ci mette 1,3 secondi a viaggiare dalla Terra alla Luna e altrettanti per tornare).

Questa è una serie di spezzoni dell'audio e video NASA originale, contenenti esclusivamente la vera voce di Neil Armstrong, con la sua tipica cadenza:



E questa è una serie di spezzoni che presentano soltanto la voce autentica di Buzz Aldrin, molto più profonda di quella di Armstrong:


Niente a che vedere, insomma, con le voci dello spezzone "Bravo Tango".


Mistero e Top Secret sbagliano anche la traduzione


Una traduzione italiana di questa fantomatica conversazione fu pubblicata nel settembre 2002 dal mensile abruzzese Park News, secondo quanto riportato dal sito Chupacabramania.

L'articolo di Park News è notevole per ben due scorrettezze. Anzitutto accosta la leggenda del "Bravo Tango" a un'analoga invenzione del tabloid canadese "National Bulletin" del 1969, con la quale non ha nessun legame (i dettagli sono in fondo a questo articolo). In secondo luogo traduce con estrema disinvoltura la frase "There's kind of light there now!" (che significa "Ora lì c'è una luce!") con "Allora ... è una forma di vita quella!".

A quanto pare, sia Mistero che Top Secret hanno attinto da questa traduzione tendenziosa per sottotitolare la registrazione. A questa clamorosa manipolazione Top Secret ne ha aggiunta una seconda (mostrata nel fotogramma sottostante) traducendo la frase "Oh boy it's a, it's, it, it is really something (similar to) fantastic here" ("Oh Dio, è, è, è, davvero fantastico") con "Mio Dio, esiste veramente! È fantastico".

Complimenti, quindi, agli autori di Alternative 3, la cui burla, nonostante le numerose imprecisioni, ha avuto un tale successo da superare le intenzioni dei suoi stessi ideatori e tuttora, a distanza di quasi quarant’anni, inganna un vasto pubblico che crede all'apparizione aliena sulla Luna.

Molto meno degni di elogi sono i media italiani che hanno abboccato a uno scherzo e hanno preferito aggiungere qualche menzogna in più per rendere più avvincente una storia falsa, invece di indagare sulla validità che ciò che hanno trasmesso.

Maggiori informazioni su questi e altri casi di presunti avvistamenti ufologici durante le missioni spaziali sono nell'articolo The Apollo 11 UFO Incidents di James Oberg.


Attribuzione errata


Alcune fonti, come Ufologia oggi, attribuiscono l'origine della falsa registrazione "Bravo Tango" a un articolo di Sam Pepper, pubblicato sul tabloid americano-canadese National Bulletin del 29 settembre 1969 con il titolo "Phony Transmission Failure Hides Apollo 11 Discovery... MOON IS A UFO BASE!".

Ma i dialoghi fasulli pubblicati da Pepper sono differenti da quelli dell’audio di "Bravo Tango". L'unica cosa che hanno in comune, a parte l'invenzione di sana pianta, è l’assurdità sconclusionata. Riportiamo per completezza e chiarezza anche questa seconda conversazione immaginaria:

What was it, what the hell was it? That's all I want to know....
These. . . (garbled) . . .babies were huge, sir, they were enormous....
No, No, that's just field distortion....
Oh, God, you wouldn't believe it....
What...what...what the hell's going on? Whatsa matter with you guys . . . ?
They're here, under the surface....
What's there.. .malfunction. . .Mission Control calling Apollo 11....
Roger, we're here, all three of us, but we've found some visitors....
Yeah, they've been here for quite a while judging by the installations....
Mission control, repeat last message....
I'm telling you, there are other spacecraft out there. They're lined up in ranks on the far side of the crater edge....
Repeat, repeat....
Let's get that orbit scanned and head home....
In 625 to the fifth, auto-relays set...My hands are shaking so bad....
Film...yes, the damned cameras were clicking away from up here...
Did you fellows get anything?
Had no film left by the time. . . (garbled) . . . three shots of the saucers, or whatever they were. . .may have fogged the film.
Mission Control, this is Mission Control...are you under way, repeat, are you under way? What's this uproar about UFOs? Over.
They're set up down there...they're on the moon... watching us....
The mirrors, the mirrors . . . you set them up, didn't you?
Yes, the mirrors are all in place. But whatever built those spacecraft will probably come over and pull 'em all out by the roots tomorrow....

2009/08/30

La falsa "roccia lunare" del museo olandese

di Paolo Attivissimo, con il contributo di Diego Cuoghi. L'articolo è stato aggiornato dopo la pubblicazione iniziale del 2009/08/30. Ultimo aggiornamento: 2017/10/04 00:30.

Secondo i curatori del museo nazionale olandese Rijksmuseum, ad Amsterdam, un reperto che per anni è stato presentato nel museo come campione di roccia lunare portato dagli astronauti della missione Apollo 11 è un falso: si tratta infatti di semplice legno pietrificato. La notizia è stata diffusa il 27 agosto 2009.

A prima vista, questa può sembrare una vittoria per i sostenitori della falsificazione degli sbarchi lunari. In realtà dimostra che i falsi prima o poi vengono smascherati e vengono annunciati pubblicamente e senza reticenze. A patto di fare una cosa importante: portare prove inoppugnabili della falsificazione. Ed è questo che i lunacomplottisti finora non sono riusciti a fare a supporto delle loro tesi.

Detto questo, il mistero di come una falsa roccia lunare sia finita in un museo è intrigante e vale la pena di approfondirlo.

Si può notare subito un dettaglio importante: in realtà la targa che accompagna la "roccia", mostrata nell'immagine qui sopra, non parla affatto di roccia lunare: anzi, non descrive affatto l'oggetto al quale si riferisce. Dice semplicemente "con i complimenti dell'ambasciatore degli Stati Uniti d'America J. William Middendorf, II per commemorare la visita ai Paesi Bassi degli astronauti dell'Apollo 11 Neil A. Armstrong, Michael Collins, Edwin E. Aldrin, Jr. – Centro Congressi e Fiera Internazionale R.A.I., Amsterdam, 9 ottobre 1969".

Secondo le notizie finora pubblicate, il reperto sarebbe stato donato il 9 ottobre 1969 dall'ambasciatore statunitense Middendorf a un ex primo ministro olandese, Willem Drees, durante il tour mondiale degli astronauti dell'Apollo 11 poco dopo la loro missione storica del 1969, in occasione di una mostra dedicata all'esplorazione spaziale. In effetti la data del 9 ottobre 1969 coincide con la presenza degli astronauti dell'Apollo 11 ad Amsterdam, secondo Wingnet.org.

Alla morte di Drees, nel 1988, la "roccia lunare" sarebbe stata messa in esposizione nel museo. Secondo alcune fonti, fu assicurata per circa 500.000 dollari per un certo periodo; altre fonti riportano un ammontare inferiore (50.000 euro).

Ma le indagini, supervisionate da Xandra Van Gelder, chief editor della rivista Oog del museo, hanno accertato che si tratta di un falso. La Van Gelder ha dichiarato che l'oggetto era stato verificato in origine tramite una telefonata alla NASA: però l'ente spaziale non aveva autenticato specificamente quel reperto, ma aveva semplicemente dichiarato che era possibile che i Paesi Bassi avessero ricevuto una roccia lunare, dato che la NASA ne aveva donate a oltre 100 paesi nei primi anni Settanta, ma si trattava di materiale provenienti da missioni successive.

I dubbi sull'autenticità dell'oggetto risalgono al 2006, quando fu esibito nel museo per l'esposizione Fly me to the moon: di solito non era visibile al pubblico. Arno Wielders, un fisico e imprenditore aerospaziale, lo vide e informò il museo che era altamente improbabile che la NASA avesse donato una preziosissima roccia lunare tre mesi dopo il ritorno della prima missione e prima che avesse luogo il secondo sbarco. Una telefonata all'ente statunitense che si occupa della gestione di tutti i reperti lunari confermò il dubbio: il curatore dell'ente si dichiarò certo che non potesse trattarsi di roccia proveniente dalla Luna.

Soprattutto era improbabile che la NASA avesse donato all'Olanda una roccia così grande: le donazioni ad altri paesi si misurano in grammi, mentre secondo alcune fonti la "roccia lunare" ha le dimensioni di un pugno (secondo altre quelle di una scatola di fiammiferi, come mostrato nell'immagine qui accanto, tratta da NOS Niews).

Erano sospette anche le sue tinte rossicce, ben differenti da quelle delle comuni rocce lunari. Il petrologo Wim van Westrenen, della Libera Università di Amsterdam, si accorse subito c'era qualcosa di sospetto, e in seguito furono effettuati dei test. Il mese scorso, un esame microscopico e spettroscopico di un frammento rimosso dal reperto ha permesso di trovare quarzo e strutture cellulari tipiche del legno. Il geologo Frank Beunk ha concluso che si tratta di una pietra di scarso valore: non più di 50 euro.

Van Gelder ha anche segnalato che non è chiaro perché l'ex primo ministro Drees abbia ricevuto la "roccia lunare", considerato che nel 1969 aveva 83 anni e non era più in carica da undici anni, ma ha sottolineato che era comunque uno statista molto stimato che aveva aiutato a ricostruire i Paesi Bassi dopo la seconda guerra mondiale.

I funzionari statunitensi per ora non hanno fornito spiegazioni per questo curioso falso; l'ambasciata statunitense all'Aia ha detto che sta investigando sulla questione.

L'ambasciatore Middendorf ha spiegato all'emittente olandese NOS News che lui aveva ricevuto il reperto dal Dipartimento di Stato USA ma non ricordava i dettagli precisi.

Gli unici reperti lunari formalmente identificati su suolo olandese sono al museo Boerhaave a Leiden: un frammento proveniente dalle rocce raccolte dall'Apollo 17 e della ghiaia fine portata sulla Terra dall'Apollo 11. I circa 382 chilogrammi di rocce lunari delle missioni Apollo sono conservati in atmosfera controllata di azoto al Lunar Sample Laboratory Facility del Johnson Space Center. Ogni anno, vari enti e laboratori di ricerca di tutto il mondo ricevono in prestito circa 400 campioni di peso medio intorno al grammo.

Le ipotesi su cosa sia successo esattamente al reperto olandese fasullo sono varie. Una è che si tratti di un malinteso: trattandosi di un dono proveniente dagli astronauti, fu dato per scontato che si trattasse di una roccia lunare, nonostante questo non sia indicato sulla targa che l'accompagna. Un'altra è che si sia verificato uno scambio e che l'oggetto attuale non sia quello al quale si riferiva in origine la targa.

Personalmente vorrei formulare anche una terza ipotesi: che si tratti di una burla olandese ben fatta. Il dubbio nasce dalla stranezza del fatto che un reperto così significativo non fosse mai stato esposto prima (ma l'aggiornamento qui sotto forse indica un'esposizione precedente) e che fosse venuto alla ribalta soltanto durante una "esposizione artistica" organizzata dal duo di artisti di Rotterdam Liesbeth Bik e Jos van der Pol, specializzato in happening, anziché durante una mostra scientifica. L'evento artistico prevedeva che il duo ponesse ai visitatori "varie domande su quest'oggetto, mai rivelato prima al pubblico, e sui piani del Rijksmuseum di aprire un museo sulla Luna": un quesito decisamente semiserio.


E poi ci sono due indizi molto curiosi: perché mai una targhetta preparata per conto di un ambasciatore statunitense dovrebbe contenere un errore come "Apollo-11", con il trattino, ben poco inglese ma molto olandese, e la parola "Centre" scritta secondo la grafia britannica anziché quella americana ("Center")?


2009/10/01


La rivista d'arte olandese Oog Magazine ha pubblicato un articolo, intitolato "Gevallen Steen", che si occupa del caso (immagine qui accanto; PDF scaricabile). Ho contattato la redazione per avere maggiori informazioni.

Da una prima traduzione automatica dell'articolo sembra che la "roccia lunare" sia comparsa nel museo per la prima volta il giorno stesso della visita degli astronauti, nel 1969, nell'ambito di una mostra dedicata all'ex ministro Drees, e che poi sia stata riscoperta dai curatori in occasione della morte di Drees, ma la cosa pare piuttosto implausibile.

Qui sotto, intanto, pubblico il testo originale, nella speranza che qualche lettore pratico d'olandese lo possa tradurre in italiano con maggiore affidabilità.

De maansteen van Willem Drees werd jaren gekoesterd als een van de meest exotische objecten in de collectie van het Rijksmuseum. Tweemaal werd hij tentoongesteld. De laatste expositie kreeg een staartje.

GEVALLEN STEEN

Uitgerekend Willem Drees, de minst frivole minister-president van Nederland, kreeg in 1969 een maansteen van de Amerikaanse ambassadeur J. William Middendorf II. De eerste bemande maanvlucht dat jaar was een ongekende hype. De drie betreffende astronauten – Neil Armstrong, Michael Collins en Edwin Aldrin – deden als helden in korte tijd 25 landen aan, waaronder Nederland. Ze bleven hier slechts een halve dag. Koningin Juliana en de toenmalige premier Piet de Jong ontvingen hen op 9 oktober 1969. Juliana kreeg, net als andere staatshoofden, een kopie van de plaquette die de astronauten op de maan achterlieten. De regering verblijdde de astronauten met een zilveren fazant. Op dezelfde dag werd in de RAI in Amsterdam een tentoonstelling over ruimtevaart geopend. Daar kreeg voormalig premier Drees zijn maansteen. Na het overlijden van Drees liet zijn familie conservatoren van het Rijksmuseum kijken of ze iets van hun gading konden vinden in de nalatenschap van de grootste naoorlogse premier. De maansteen viel direct op. Hij ging mee naar de depots van het museum en werd voor 100.000 gulden verzekerd. Begin 2000 werden bureau, pennenkoker, schrijfmap en maansteen van Drees tentoongesteld in de zaal naast de Nachtwacht.

Niet van deze wereld

De tweede keer dat de steen de depots verliet, was in 2006 voor een modern kunstproject, Fly me to the Moon. Het kunstenaarsduo Bik Van der Pol maakte een grote show rond het oudste stuk van het museum. In een van de torens van het hoofdgebouw vond de bezoeker, na een tocht over een smalle wenteltrap, de steen verstild in een vitrine. In het begeleidende boek schreef Bik Van der Pol: ‘In de collectie van het Rijksmuseum is de steen letterlijk een alien, vreemd en afwijkend: te midden van alle andere objecten van het museum, het enige object dat niet van deze wereld is.’
De tentoonstelling trok ook de belangstelling van ruimtevaartdeskundigen. Arno Wielders, ruimte- vaartconsultant van Space Horizon, twijfelde direct aan de echtheid van de steen. “In 1969 waren de astronauten maar kort op de maan. Ze moesten van alles doen en namen slechts een zakje vol stenen mee. NASA heeft die allemaal gehouden voor eigen onderzoek. NASA houdt heel precies bij waar welke steen is en deze steen komt in hun boeken niet voor.” Diverse deskundigen bogen zich erover en uiteindelijk kwamen zij tot de conclusie: dit is geen buitenaardse steen. Waarom ambassadeur Middendorf juist aan Drees, die toen al elf jaar geen premier meer was, een steen gaf, is niet opgehelderd.
Speciaal voor Oog werden op de Vrije Universiteit in Amsterdam een aantal onderzoeken op de steen losgelaten. Met een fijn beiteltje werd, op een bestaande breuklijn, een klein scherfje los gewrikt dat verschillende analyses onderging. Frank Beunk en Wim van Westrenen, beiden steendeskundigen – petrologen is de officiële term – begeleidden het onderzoek. De steen die ooit van de maan kwam, blijkt niet meer dan een stuk versteend hout. “Het is een non-descripte, vrijwel waardeloze steen”, oordeelt Beunk. Van versteend hout bestaan mooiere voorbeelden. Een echte liefhebber koopt die voor maximaal 50 euro.


Il problema di tutta questa faccenda è che le informazioni sulla storia della "roccia" sono quasi tutte di seconda mano: non sono emersi finora i documenti d'epoca che ne traccino le vicende. In attesa di chiarimenti risolutivi, la "roccia lunare" rimane un chiaro esempio di come i falsi vengano portati, prima o poi, alla luce: cosa che non è avvenuta in quarant'anni per il presunto falso dello sbarco sulla Luna.


2010/10/14


Un'intervista a Buzz Aldrin realizzata dal lunacomplottista Jarrah White mette in luce un altro dettaglio importante che rende implausibile che la roccia olandese sia stata consegnata dagli astronauti: Aldrin precisa che i campioni di roccia lunare consegnati dall'equipaggio dell'Apollo 11 alle autorità nei vari paesi del mondo durante il loro tour diplomatico erano incapsulati in una plastica trasparente protettiva, mentre la "roccia lunare" olandese è priva di ogni protezione.

Un articolo su Abitare.it (n. 506 dell'11/10/2010) parla delle opere del duo di artisti olandesi Liesbeth Bik e Jos Van der Pol e contiene questa citazione interessante sul loro metodo di lavoro e sull'opera di cui questa presunta roccia lunare faceva parte:

La domanda è sempre all’origine dei loro progetti: ma è proprio vero che la roccia conservata al Rijksmuseum di Amsterdam arriva dalla luna? E se lo è, vale la pena interrogarsi sul diritto del museo di possedere un pezzo del satellite? Come mettere in discussione lo spazio in qualità di piattaforma delle dinamiche d’interazione tra pubblico e privato? A questi interrogativi sono seguiti due importanti lavori. Nel primo caso (“Fly me to the Moon”, 2006), gli artisti erano stati invitati dal museo olandese a immaginare un nuovo lavoro, destinato a essere esposto durante il periodo di restauro del cantiere museale, quando le collezioni sarebbero state spostate in un deposito esterno. Il duo ha iniziato a studiare le collezioni del museo, scoprendo che l’oggetto più antico era conservato nel Dipartimento di storia olandese, ed era un bizzarro pezzo di crosta lunare (catalogato “Object NG-1991-4-25”). Il frammento del satellite era stato donato al museo da Willem Dress Jr., figlio dell’allora prima ministro olandese, che lo aveva ricevuto a sua volta dalle mani dei tre mitici astronauti dell’Apollo 11 – Neil Armstrong, Edwin Aldrin e Michael Collins – in visita in Olanda. La roccia è una parte dei 21,7 kg di detriti lunari rimossi dalla missione americana e poi distribuiti come souvenir dallo spazio a varie rappresentazioni nazionali. Attraverso la ricostruzione di questa storia e una ricerca iconografica tra i dipinti del museo legati al tema della luna (come per esempio le due opere di Jan Vermeer del 1667, dove il pittore ritrae un uomo intento a studiare i corpi celesti), gli artisti realizzano un libro, che racconta il backstage dell’installazione e ragiona sulla relazione tra documentario e fiction nei processi di costruzione della scoperta della luna. Cruciale è nella loro ricerca la contaminazione tra testo e immagine. Ogni opera è un testo e ogni testo è un’opera.

The query process is always at the heart of their projects: is it really true that the piece of rock in the Rijksmuseum, Amsterdam, comes from the moon? If it does, is it worth questioning the museum’s right to own a piece of the moon? How can we best examine the idea of space as a platform for public-private interaction? These questions have given rise to a number of important projects. In “Fly me to the Moon” (2006) the Dutch museum invited them to design something new to exhibit during restoration work on the museum when its collections were stored in an off-site warehouse. Looking carefully at the collections, they discovered that the oldest exhibit, found in the Dutch History department, was a weird lump of lunar crust (catalogued as “Object NG-1991-4-25”). It had been donated to the museum by Willem Drees Jr., son of then Dutch Prime Minister, who had in turn received it from legendary Apollo 11 astronauts Neil Armstrong, Edwin “Buzz” Aldrin and Michael Collins during a visit to the Netherlands. It was part of a 21,7 kg load of lunar debris collected by the Apollo 11 crew that was later handed out as gifts and souvenirs to foreign governments. Through the reconstruction of this story and a search for lunar themes in the museum’s pictures – as in, for example, two paintings (1667) by Jan Vermeer showing “The Astronomer” and “The Geographer” deep in thought as they study the celestial globe – a background book was produced which examines relationships between documentary and fiction in reconstructions of how the moon was discovered. Contamination of text and image is also crucial to their research. As they say on their website’s homepage, which is designed as a pop-up book, every artwork is a text and every text is an artwork.


Fonti: BBC; Yahoo News; Natutech.nl; Corriere.it; U.S. Department of State Official Blog; Epoch Times; Facoltà di scienze della terra dell'Università di Amsterdam; NOS Nieuws.

2009/03/12

Foto lunari false? Il Messaggero le pubblicò eccome

di Paolo Attivissimo

Questo articolo vi arriva grazie alla donazione straordinaria di "enrico.ass*****". L'articolo è stato aggiornato dopo la pubblicazione iniziale nel blog Disinformatico.

Quella che vedete qui accanto è la storica prima pagina del Messaggero del 21 luglio 1969. E' tuttora in vendita come PDF a 5 euro nel negozio online del giornale qui. La pagina fece clamore anche all'estero, finendo per essere segnalata all'epoca anche da Time Magazine.

La segnalo qui, tuttavia, per evidenziare un aspetto che forse molti non hanno notato: il Messaggero pubblicò un'immagine totalmente fasulla dell'impronta lasciata sulla Luna dagli astronauti.

Quella mostrata è infatti un'impronta da stivale da pesca o da scarpone comune, e non c'entra assolutamente nulla con la forma dell'impronta reale, che è quella presentata qui sotto.


La vera forma dell'impronta degli scarponi usati dagli astronauti, nella foto AS11-40-5877 tratta dalla missione Apollo 11.


La scoperta mi è stata segnalata da un lettore, Agostino Manzi (citato con il suo permesso), che ne ha scritto alla rivista Fotografia reflex di marzo 2009. La sua lettera è stata pubblicata dalla rivista, con tanto di simpatica risposta del direttore.

Da un lato il Messaggero è onesto nel non cancellare e rifare questa sciocchezza storica; ma dall'altro colpisce la disinvoltura con la quale la testata pubblicò, a suo tempo, una foto-bufala che inganna il lettore, e lo fece in una prima pagina che si sapeva essere destinata a fare storia.

Certo, c'è l'attenuante del fatto che all'epoca non c'erano le foto digitali e quindi bisognò attendere il ritorno degli astronauti, con il loro prezioso carico di rocce e pellicole, per avere delle immagini pubblicabili (quelle televisive erano in qualità Youtube, impresentabili su carta; la telecamera lunare aveva anche una modalità con risoluzione quasi HD, ma non fu usata). Ma possibile che al Messaggero non abbiano pensato almeno di chiedere alla Nasa una foto di un'impronta di scarpone lunare autentico, fatta per prova?

Ecco cosa dice la didascalia sotto l'immagine del Vecchio Scarpone, leggibile acquistando il PDF della pagina: "Il LEM si è posato sulla superficie della Luna alle 22.17'42" (ora italiana) di ieri. Armstrong alle 4,40 di oggi ha aperto il portello del modulo e alle 4,57 ha posto il piede sinistro sul suolo lunare - Stasera decollo e ricongiungimento con la capsula in orbita". Piede sinistro, dunque, proprio come quello della foto. Che coincidenza. Però il Messaggero non dichiara esplicitamente che la foto mostra l'impronta lunare, per cui si può nascondere dietro la foglia di fico della rappresentazione simbolica.

Ma chissà quanti lettori avranno capito che quella non era l'impronta vera.