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2021/06/12

Gli astronauti ridono e scherzano a proposito della “toilette spaziale”

di Paolo Attivissimo. Questo articolo vi arriva grazie alle donazioni per il libro “Luna? Sì, ci siamo andati!".

Su Instagram è stato pubblicato questo spezzone di una conversazione fra il giornalista britannico James Burke e alcuni astronauti del programma Apollo e Gemini (Jim Lovell, Gene Cernan, James McDivitt, Harrison “Jack” Schmitt).

L’audio non è molto chiaro, per cui lo trascrivo qui:

LOVELL: ...Look, I’m busy over here, would you knead this for me? Which Borman did to me that once!

BURKE: I heard a rumour that oxygen masks [would] be useful on occasions like that.

CERNAN: They were... they were... Admittedly they were used on Apollo 17. I used one.

LOVELL: The thing with Gemini... You're lucky to have to use it for the face!

SCHMITT: See, Jim, the most difficult part of it was detaching the sticky... material from the body. And... and particularly if number two was free floating, and that’s when you run the risk of number two hitting the fan! The circulation...

LOVELL: Now, what NASA had done, I think incorrectly, in their engineering, they put a glue on here that was a little too... too gluey, too tight, and if you had any amount of hair at all there, it just about killed yourself [incomprensibile]. So anyway...

In sintesi: Lovell sta spiegando a James Burke (storico giornalista divulgatore della BBC, una sorta di Piero Angela britannico) il funzionamento del sacchetto che ha in mano, che è un esemplare di Fecal Collection Bag, ossia la “toilette” utilizzata dagli astronauti per le missioni Apollo e in altre occasioni. L’imboccatura adesiva del sacchetto andava applicata ai glutei in modo che le feci venissero raccolte dentro il sacchetto, che aveva una rientranza nella quale era possibile infilare un dito per agevolare il distacco delle feci dal corpo senza toccarle direttamente (in assenza di peso manca appunto la gravità che normalmente produce questo auspicabile distacco).

Una volta raccolte le feci, il sacchetto andava staccato dai glutei e richiuso per evitare fuoriuscite, ma prima di richiuderlo era necessario inserire una tavoletta di sostanza battericida (altrimenti le feci, conservate a bordo a differenza dell’urina, avrebbero generato gas di fermentazione) e impastare il tutto. Da qui la dichiarazione di Lovell “Scusa, qui ho da fare, ti spiace impastare questo per me?”, e la precisazione che il collega Frank Borman lo fece davvero una volta per lui (presumibilmente durante la missione Apollo 8).

James Burke chiede se è vera la diceria che a volte gli astronauti usavano la maschera per l’ossigeno durante questa procedura per non sentire gli odori, e Cernan conferma di averla usata durante Apollo 17. Lovell precisa che a bordo delle Gemini si era “fortunati a doverla usare per la faccia”, con grande ilarità dei colleghi. Non sono sicuro di cosa intenda con questa precisazione.

Interviene Harrison Schmitt, compagno di missione di Cernan in Apollo 17, spiegando che “la parte più difficile era staccare il materiale appiccicoso dal corpo” e aggiunge che se le feci fluttuavano libere c‘era il rischio che si diffondessero in cabina per via della ventilazione forzata. Number two è un eufemismo inglese per indicare le feci e when the shit hits the fan è un modo di dire che indica un evento che causa un grande e sgradevole scompiglio (come avverrebbe, appunto, nel caso di escrementi lanciati contro un ventilatore acceso), e in questo caso Schmitt sta giocando sul senso letterale delle parole, perché effettivamente le feci degli astronauti avrebbero potuto colpire le ventole del sistema di ventilazione di bordo, causandone lo spargimento per tutta la cabina.

Chiude lo spezzone Jim Lovell, che aggiunge un altro dettaglio della scarsa efficacia e praticità del Fecal Collection Bag: l’adesivo usato era un po’ troppo adesivo e quindi “se avevi anche un minimo di peli lì, quasi ti uccidevi.”

Aspetti poco eroici e molto umani, ma raramente raccontati, di una serie di missioni straordinarie.

2013/05/17

Opportunity batte il record di Apollo 17 per la distanza percorsa su un altro corpo celeste

di Paolo Attivissimo. Questo articolo vi arriva grazie alla donazione per il libro “Luna? Sì, ci siamo andati!" di mueslig*.

Immagine sintetica: Marte è reale, Opportunity è
un modello digitale rappresentato in scala (APOD).
Il 15 maggio scorso Opportunity, il veicolo robotico che sta esplorando Marte ormai da nove anni, ha superato la distanza totale percorsa dal Lunar Rover di Apollo 17, togliendo all'auto elettrica guidata sulla Luna da Gene Cernan e Harrison Schmitt a dicembre del 1972 il record NASA di percorrenza su un altro mondo.

Opportunity ha infatti coperto in tutto 35 chilometri e 760 metri, mentre il Lunar Rover aveva percorso 35 chilometri e 744 metri. Certo, si tratta di veicoli radicalmente differenti (uno senza equipaggio, l'altro con due astronauti a bordo; uno su Marte, l'altro sulla Luna; uno attivo per anni, l'altro per pochi giorni), ma è interessante notare quanto a lungo abbia retto questo primato. Che però è soltanto un record statunitense, dato che il veicolo robotico sovietico Lunokhod 2 coprì 37 chilometri sulla Luna nel 1973 e quindi detiene tuttora il primato assoluto.

Cernan ha accolto con queste parole il successo del veicolo marziano: “Il record che abbiamo stabilito con un veicolo di superficie era pensato per essere battuto e sono emozionato e orgoglioso di poter passare il testimone a Opportunity”.

Fonte: JPL.

2013/03/09

Gli astronauti devono tenere la visiera riflettente sempre abbassata?

di Paolo Attivissimo. Questo articolo vi arriva grazie alla donazione per il libro “Luna? Sì, ci siamo andati!" di stefano@art* ed è stato aggiornato dopo la pubblicazione iniziale. Ultimo aggiornamento: 2013/04/15.

Alcuni sostenitori delle tesi di complotto lunare affermano che sarebbe impossibile operare sulla Luna, al di fuori del veicolo spaziale, senza ustionarsi il volto a causa delle radiazioni solari, e che quindi le escursioni lunari sarebbero impossibili. Le immagini in cui gli astronauti hanno la visiera riflettente sollevata, poi, sarebbero ancora più irrealistiche, perché verrebbe a mancare anche la protezione di questo ulteriore strato.

Per esempio, Luogocomune presenta l'obiezione in questa pagina come segue (evidenziazioni aggiunte):

“Per ignoranza, o per abitudine, noi siamo abituati a considerare lo spazio cosmico come un "vuoto" assoluto. In realtà questo spazio è attraversato costantemente da poderose radiazioni solari, milioni di volte più forti di quelle che noi rivceviamo, filtrate dall'atmosfera, sulla Terra. Basti pensare alla differenza che si registra sulla nostra pelle se passiamo un'ora al sole nel tardo pomeriggio (quando i raggi solari ci arrivano in diagonale, e sono quindi maggiormennte filtrati dall'atmostera), e un'ora passata al sole a mezzogiorno (quando invece i raggi ci colpiscono in perpendicolare, ed attraversano uno strato più sottile di atmosfera).

Questo signore deve aver protratto un pò troppo a lungo la sua permanenza al sole, in alta montagna. E' bastato lo scarto di densità atmosferica che c'è con i livello del mare, per ridurlo in quelle condizioni.

Pensiamo ora di togliere del tutto il filtro atmosferico, e di passare un paio d'ore con il volto esposto ai raggi solari, protetti soltanto dallo schermo del casco. Per quanto filtrante possa essere il suo materiale trasparente, non è certo pensabile di poter passare più di un paio di secondi alla diretta luce del sole, senza friggere come cotechini. Al di là della radiazioni cosmiche, infatti, la superficie lunare raggiunge al sole delle temperature medie fra i cento e i duecento gradi centigradi, mentre all'ombra le temperature si abbattono drasticamente sotto i meno-cento gradi centigradi.”

La risposta tecnica dettagliata a questo dubbio è nel capitolo 8 del mio libro “Luna?” (scaricabile gratuitamente o acquistabile come mostrato nella colonna di destra di questo blog), e si riassume con il fatto che i materiali del casco sono sufficientemente filtranti per i raggi infrarossi e ultravioletti, ma c'è un modo molto più diretto di rispondere: confrontare con altre immagini di missioni spaziali sulle quali i complottisti non avanzano dubbi.

Per esempio, gli astronauti delle missioni Shuttle e quelli che lavorano a bordo della Stazione Spaziale Internazionale trascorrono diverse ore consecutive nello spazio, investiti dalle stesse radiazioni solari che colpirebbero un astronauta sulla Luna, perché sono al di fuori dell'atmosfera terrestre che, secondo Luogocomune, sarebbe un filtro protettivo imprescindibile. Ci sono centinaia di ore di registrazioni video delle loro passeggiate spaziali, durante le quali restano esposti al sole, protetti soltanto dai propri caschi, senza che questo comporti problemi.

Non solo: ci sono molte immagini di astronauti Shuttle o ISS che alzano la visiera riflettente mentre compiono passeggiate spaziali, proprio come nell'immagine dell'astronauta lunare mostrata da Luogocomune (probabilmente Harrison Schmitt). L'obiezione, insomma, è infondata, ma ci offre l'occasione di conoscere meglio la tecnologia spaziale e trovare delle magnifiche immagini di uomini e donne che lavorano nello spazio e sorridono attraverso le visiere trasparenti dei propri caschi.

Jerry L. Ross fotografato attraverso un finestrino dello Shuttle Atlantis durante la missione STS-37, 11 aprile 1991. Foto NASA STS037-18-032 (link).

Susan J. Helms durante la missione Shuttle STS-102 (2001), quando stabilì
il record di durata di una passeggiata spaziale con 8 ore e 56 minuti (link)

Michael Gernhardt agganciato al braccio robotico dello Shuttle Endeavour durante la missione STS-69 (1995) (link).

Jeffrey N. Williams durante la missione STS-101 (2000).
Foto NASA STS101-724-081 (link)

James Newman durante la missione STS-88 (1998)
Foto NASA STS088-704-041 (link)

Jerry L. Ross lavora alla Stazione Spaziale Internazionale durante la missione Shuttle STS-110 (2002)
Foto NASA STS110-303-034 (link).

L'astronauta svizzero Claude Nicollier durante la missione STS-103 (1999)
Foto NASA STS103-731-017 (link)

Andrew Feustel all'esterno della Stazione Spaziale Internazionale, 25 maggio 2011.
Dettaglio della foto S134-E-008966 (link)

2012/04/06

Le prime parole italiane sulla Luna furono “Mamma mia”?

di Paolo Attivissimo, con il contributo di pgc, motogio, maucar, Diego Cuoghi e Gianluca Atti. Questo articolo vi arriva grazie alla donazione per il libro “Luna? Sì, ci siamo andati!" di danielerap*. Ultimo aggiornamento: 2022/11/12.

English Abstract: Several reputable historical sources claim that the first Italian words uttered on the Moon were “Mamma mia” and attribute this record variously to Charlie Duke (Apollo 16), Dave Scott (Apollo 15), Harrison Schmitt or Gene Cernan (Apollo 17). A search in the mission transcripts, however, confirms only Cernan's utterance. Moreover, other earlier Italian words might yet be discovered in the EVA transcripts. 

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Numerose fonti attribuiscono a vari astronauti l'uso dell'espressione italiana “Mamma mia” durante le escursioni sulla superficie della Luna.

Charlie Duke (Apollo 16)

Per esempio, secondo la voce Apollo 16 della Wikipedia in italiano, così come risulta al 5 aprile 2012,

Durante la passeggiata lunare effettuata da Charles Duke questi esclamò, dall'emozione, in italiano "Mamma mia!"

La fonte originale indicata da Wikipedia è un articolo di Repubblica, a firma di Luigi Bignami, intitolato Cento risposte su Luna e dintorni e datato luglio 2009. Qui Bignami scrive:

8) Sulla Luna vennero dette parole in italiano?
Charles Duke, durante la passeggiata lunare di Apollo 16, disse: "Mamma mia!"

Tuttavia l'Apollo Lunar Surface Journal (ALSJ), principale riferimento per le trascrizioni delle comunicazioni Apollo, non riporta affatto questa frase con riferimento a Duke o alle escursioni lunari della missione Apollo 16. Bignami, interpellato da me via mail ad aprile 2012, ha spiegato di aver usato come fonte un numero della rivista Epoca pubblicato durante le missioni Apollo e di essersi fidato di quello.

Dave Scott (Apollo 15)

Invece secondo la voce Apollo 15 della medesima Wikipedia in italiano, sempre al 5 aprile 2012, l'espressione viene attribuita a Dave Scott:

...durante tale missione furono pronunciate le uniche parole italiane sulla Luna. Scott, infatti, sorpreso dalla particolare lucentezza di una roccia, urlò le parole: "Mamma mia!".

La stessa attribuzione viene fatta in una discussione su ForumAstronautico.it. Non viene però indicata la fonte di questo dato. Luigi Pizzimenti, esperto di storia delle missioni Apollo, mi ha segnalato di aver parlato di quest'episodio proprio con Scott. Tuttavia l'Apollo Lunar Surface Journal non riporta nulla di simile.

Harrison Schmitt (Apollo 17)

Un articolo del Tri City Herald del 13 dicembre 1972 attribuisce un “Mama mia” (sic) a Harrison Schmitt (Apollo 17), segnalando che alcuni giornali italiani avrebbero pubblicato la notizia in prima pagina con il titolo “Si parla italiano sulla Luna”.

Schmitt avrebbe adoperato quest'espressione in una conversazione con il collega Cernan “dopo aver descritto un campione di roccia insolito che aveva trovato.”

Gianluca Atti ha trovato nella propria collezione di giornali italiani dell’epoca una pagina del Giorno del 13 dicembre 1971 nella quale viene riportato quanto segue, descrivendo la conclusione della prima EVA della missione:

...mentre rientravano nel modulo lunare e Cernan raccomandava a Schmitt di stare attento, di non danneggiare la "carota" che gli aveva fatto fare tanta fatica, il geologo ha risposto con una esclamazione italiana appena storpiata: "Mama mia".

Gene Cernan (Apollo 17)

L'unico “Mamma mia” o simile effettivamente presente nell'Apollo Lunar Surface Journal e documentato dalle registrazioni delle missioni Apollo è il "Mama me" attribuito a Gene Cernan (Apollo 17) nella sezione EVA-1 Close-Out:

124:04:55 Cernan: I'll take a peek down there. If they fell out, they'll be right on top (of the ground surface). Okay. (Pause) Mama me. (Pause)

La registrazione audio di questa parte dell'escursione riporta il “Mama me” a 09:05.

L'attribuzione storica del “Mamma mia” lunare, insomma, è molto controversa ma risolvibile consultando la documentazione originale. Tuttavia non è detto che si tratti davvero delle prime parole italiane o di origine italiana pronunciate sulla Luna.

Spaghetti sulla Luna

Per esempio, il Messaggero nota che Ed Mitchell, astronauta della missione Apollo 14, usò la parola italiana spaghetti mentre si trovava sulla Luna a 132:16:02 (“Okay, Fredo. I got the LPM reel reeled in just enough to keep it off the ground. I'm trailing a can of spaghetti here.”)

Durante l’escursione lunare di Apollo 16 Charlie Duke pronunciò la parola “spaghetti” nel corso della EVA-1 a 121:23:08 (“A bunch of spaghetti over there”) e a 124:43:23 (“Look at that thing! It's like a bowl of spaghetti!”) e nel corso della EVA-2 a 143:08:19 (“Man, that LPM is a bucket of spaghetti!”) e 143:16:27 (“Oh! I'm tangled up in this spaghetti here”).

Dopo la terza escursione lunare di Apollo 16, mentre gli astronauti si trovavano nel LM sulla Luna, Young usò la stessa parola a 171:18:20 (“There goes yours. Okay, your water hose... Here it is. What a ball of spaghetti”) e Duke la citò a 171:38:35 (“What are you doing with such a mess of spaghetti, there?”).

Alan Bean (Apollo 12) e un “mamma mia” spaziale ma non lunare

Diego Cuoghi ha trovato un “Mama mia” pronunciato da Alan Bean durante il rientro dalla Luna nel corso della missione Apollo 12, circa un quarto d’ora prima dell’ammaraggio, e citato nel libro Alan Bean: Astronaut, Lunar Explorer, Fine Artist.

"Look out your side window," he told Dick Gordon. "Son of a gun," as the Hawaiian Islands flashed by.
"Boy," commented Bean, "we are really hauling!"
"You're going to slow down in just a minute," Gordon said.
"Fifteen seconds."
"Mama mia," Bean exclaimed as he was pushed farther back in his seat. "That is fantastic!"

Il “Mama mia” è confermato dalle registrazioni presenti nel terzo DVD del cofanetto Apollo 12 - Ocean of Storms della Spacecraft Films. La frase esatta è "Look at that son of a bitch go... Mamma mia, that's fantastic!" ed è citata anche nelle trascrizioni della missione.

10 04 22 55 LMP "Mama mia! That's fantastic"

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È possibile che vi siano altre parole italiane disseminate nelle migliaia di pagine di trascrizioni: la ricerca continua.