Visualizzazione post con etichetta Bill Kaysing. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Bill Kaysing. Mostra tutti i post

2009/02/21

Perché non c'è un cratere o un segno vistoso del motore sotto il modulo lunare?

di Paolo Attivissimo

"In tutte le animazioni della NASA sui voli lunari, ci sono sempre dei crateri scavati dal motore sotto il modulo di allunaggio. Tutte le foto ufficiali della NASA non mostrano crateri. Addirittura, la superficie sembra completamente indisturbata. Controllatelo da soli nella vostra libreria. Se potete trovare una fotografia che mostra un solo cratere, per favore fatemela avere o ditemi dove e come l'avete ottenuta."

– Bill Kaysing, Non siamo mai andati sulla Luna, pag. 202.

E' indubbiamente vero che in molte delle illustrazioni preparate dalla NASA e dalla stampa per spiegare l'allunaggio prima che avvenisse c'è un vistoso cratere sotto il modulo lunare, prodotto dal suo motore. Qui accanto ne è mostrata, per esempio, una realizzata dal celebre illustratore statunitense Norman Rockwell.

Quello che sfugge a persone come Bill Kaysing è che le illustrazioni artistiche sono, appunto, artistiche. Non hanno pretesa di rappresentare con assoluta fedeltà la fisica di un evento. Spesso in questo genere di illustrazioni ci sono licenze stilistiche utili a rendere più viva ed efficace l'immagine.

Per esempio, nell'illustrazione di Rockwell mostrata qui sono visibili le stelle, mentre abbiamo già visto che salvo condizioni particolari, le stelle non sono visibili dalla Luna quando la superficie è illuminata dal sole, per via del riverbero che fa chiudere l'iride dell'occhio o della fotocamera.

Anche la falce di Terra è impossibile, perché per avere la Terra illuminata in quel modo il Sole dovrebbe stare sotto l'orizzonte lunare e quindi il suolo lunare dovrebbe essere buio; invece nell'illustrazione le ombre provengono da sinistra.

Addirittura, nell'illustrazione si vede passare il modulo di comando (in alto, vicino al bordo superiore), cosa impossibile nella realtà, perché questo modulo orbitava a decine di chilometri d'altezza e sarebbe stato invisibile a occhio nudo. Però l'immagine è artisticamente efficace e spiega il funzionamento della missione.

La presenza del cratere nelle illustrazioni non prova che le missioni lunari furono falsificate: prova semplicemente il talento artistico di chi voleva realizzare immagini dinamiche e di forte impatto.

Chiarito questo errore di fondo, è comunque ragionevole domandarsi come mai non vi siano, nelle fotografie delle missioni lunari, segni evidenti di crateri o alterazioni vistose della superficie sotto il veicolo di allunaggio: un dubbio che nasce non dalle illustrazioni, ma dalla nostra esperienza. E' comprensibile pensare che per tenere librato un veicolo da ben 15 tonnellate come il modulo lunare, il suo motore a razzo avrebbe dovuto produrre una spinta decisamente ragguardevole che ne contrastasse il peso, e che quindi avrebbe dovuto produrre sconvolgimenti vistosi del terreno sottostante. O almeno così ci suggerisce l'istinto.

Ma l'istinto è in errore, per mancanza d'esperienza e forse per la suggestione prodotta da queste illustrazioni artistiche che anticiparono gli allunaggi. Infatti basta riflettere che il getto di un aereo a decollo verticale come l'Harrier (9500 kg di peso massimo per decollo verticale) non produce né crateri né sconvolgimenti significativi, come mostra quest'immagine (si noti inoltre che il personale a terra non viene spazzato via):



Un atterraggio di Harrier non brucia neanche un prato, come si può vedere in questo video (ringrazio Goffredo per la segnalazione):



La domanda, insomma, non dovrebbe essere "perché non c'è un cratere sotto il motore del modulo lunare?" ma semmai va girata ai lunacomplottisti: e perché mai dovrebbe esserci un cratere?


Facciamo due conti


Possiamo quantificare la spinta del motore del modulo lunare necessaria a sostentare il veicolo attingendo ai dati tecnici. Innanzi tutto, la gravità sulla Luna è un sesto di quella terrestre, per cui sulla Luna le 15 tonnellate di peso del modulo lunare diventavano 2,5 tonnellate.

Non solo: il dato di 15 tonnellate è riferito al peso iniziale del veicolo, che però diminuiva man mano che veniva consumato il propellente. Nella missione Apollo 12, per esempio, i dati di telemetria (pubblicati in The Nasa Mission Reports, Apogee Books, 1999) documentano che il veicolo aveva perso circa 8000 kg di massa per via della combustione del propellente, per cui la sua massa al momento dell'allunaggio era circa 7000 kg anziché 15.000. Nella gravità lunare, questo si traduce in un peso di circa 1200 kg. Per tenere librato il modulo lunare appena prima dell'allunaggio, insomma, era sufficiente una spinta di 1200 kg.

Se un aereo che genera 9,5 tonnellate di spinta come l'Harrier non scava crateri, perché avrebbe dovuto scavarne uno il modulo lunare, che ne generava 1,2?


Segni di bruciatura


Ci si può chiedere se un motore a razzo come quello del modulo lunare avrebbe dovuto produrre una bruciatura o fusione delle rocce lunari sottostanti, anziché limitarsi a spazzare via la polvere superficiale come si nota nei filmati degli allunaggi. E' un dubbio legittimo: ma se dal dubbio si passa all'accusa di messinscena perché mancano questi segni, allora sta al lunacomplottista dimostrare che il motore del modulo lunare avrebbe dovuto bruciare o fondere le rocce. Finora nessuno lo ha fatto.

Secondo i dati e gli esperimenti di Clavius.org, la temperatura del getto dello stadio di discesa del modulo lunare, all'uscita dall'ugello, era circa 1500°C. Il getto, però, si espande rapidamente nel vuoto dello spazio, per cui (come qualunque gas che si espande) si raffredda molto rapidamente. Non solo: Clavius.org ha verificato che neanche cinque minuti di torcia ossiacetilenica, che brucia a oltre 3100°C, sono sufficienti a fondere una roccia simile a quella lunare. L'unico effetto che si ottiene è un leggero scolorimento.


Nessun effetto visibile?


Ci si potrebbe aspettare grandi nubi di polvere, come quelle visibili nella foto dell'Harrier mostrata qui sopra, ma occorre ricordare che sulla Luna non c'è atmosfera e quindi non si produce un nuvolone di polvere: semplicemente la polvere schizza via dritta in tutte le direzioni. Infatti in tutti i filmati degli allunaggi si vede la polvere che viene spinta via quasi orizzontalmente, senza formare le volute che invece formerebbe in presenza d'aria. Questo indica che le immagini furono riprese nel vuoto.

Osservando attentamente le foto scattate sulla Luna si vedono comunque alcuni fenomeni prodotti dal getto del motore di discesa del modulo lunare. Per esempio, la superficie spazzata dal getto del motore è molto più liscia rispetto al terreno circostante e mostra segni di erosione prodotta da un fluido in questa foto, AS11-40-5920:





La fotografia AS11-40-5921 (qui sotto) mostra invece la forma radiale di quest'erosione e un lieve scolorimento direttamente sotto l'ugello del modulo lunare. Lo scolorimento, secondo Clavius.org, può essere dovuto sia agli effetti termici, sia a una reazione chimica con il tetrossido d'azoto utilizzato dal motore come comburente.





Sono effetti poco spettacolari, ma la cosa più significativa è che sono in contrasto con la rappresentazione popolarmente attesa: se la NASA avesse creato una messinscena, perché avrebbe dovuto complicarsi la vita mostrando effetti diversi da quelli che ci si aspettava comunemente? Sarebbe stato molto più semplice restare fedeli alle illustrazioni artistiche.

2009/02/11

Sulla Luna la temperatura oscilla da -100 a +100°C, come ha fatto la pellicola a non liquefarsi? (UPD 20100225)

di Paolo Attivissimo. Vignetta di Moise, pubblicata per gentile concessione dell'autore.

"Le pellicole fotografiche sono piuttosto delicate e, se esposte ad un calore eccessivo, si deteriorano con facilità: perdono di contrasto e, nel caso di materiale a colori, anche di equilibrio cromatico. Su questo tema l'autorevole rivista fotografia REFLEX, nel mese di agosto 1995, ha pubblicato un lungo articolo sui deterioramenti introdotti dall'esposizione dei rullini di pellicola fotografica ad un calore eccessivo. Nell'articolo si legge: 'Tutte le pellicole professionali vanno conservate in frigorifero, proprio per poterne mantenere inalterate le caratteristiche chimiche'..."

"Le macchine fotografiche [sulla Luna] passavano da una temperatura di +100° nelle zone esposte alla luce solare diretta, ai -100° delle zone d'ombra. Immaginate quale stress termico avrebbe subito un materiale tanto delicato come un'emulsione fotografica..."

– Bill Kaysing, Non siamo mai andati sulla Luna, pag. 53-54.

Stando a quanto scritto da Kaysing, insomma, le fotografie lunari sarebbero state impossibili. Ma l'analisi dei fatti dimostra che questo autore lunacomplottista è scivolato su un errore scientifico grossolano.

Innanzi tutto, le temperature citate sono quelle massime e minime, che si raggiungono rispettivamente dopo il mezzogiorno lunare (quindi dopo almeno sette giorni terrestri di esposizione al sole) e appena prima dell'alba (dopo quattordici giorni terrestri di buio). Gli sbarchi lunari avvennero tutti poco dopo l'alba lunare, quando le temperature erano lontane da questi estremi. L'elevazione massima del Sole sull'orizzonte fu di 48,7° al termine della terza escursione dell'Apollo 16. Nella stessa missione furono rilevate temperature di 57°C al sole e -100°C all'ombra.

In secondo luogo, quei valori si riferiscono alla temperatura del suolo lunare. Ma sulla Luna non c'è un'atmosfera significativa che possa essere riscaldata dal suolo, per cui non c'è modo di trasmettere calore dal suolo alla pellicola. È lo stesso principio del vuoto isolante che funziona così bene nei thermos. Nel vuoto, il calore non si propaga per conduzione e/o convezione, come sulla Terra, ma soltanto per irradiazione. Non c'è aria calda che scaldi gli oggetti per contatto. Di conseguenza, la temperatura al suolo è praticamente irrilevante per la pellicola, e parlare di questi valori estremi di temperatura in relazione alle pellicole è ingannevole ed è un errore dilettantesco.

Inoltre sulla Luna un oggetto esposto al sole riceve praticamente la stessa quantità di energia termica che riceve sulla Terra in alta montagna in una giornata limpida, perché l'irradiazione dipende dalla distanza dalla fonte di calore, e la Luna e la Terra sono sostanzialmente alla stessa distanza dal Sole. Non c'è nulla di magicamente incendiario nella luce solare che colpisce la Luna: è la stessa che riceviamo qui sul nostro pianeta.

In altre parole, una pellicola esposta al sole sulla Luna subisce lo stesso tipo di sollecitazioni termiche che subisce sulla Terra in una giornata di sole intenso in alta montagna. E tutti sappiamo che persino i turisti riescono a fare foto in montagna, e persino nel caldo dei tropici o del deserto, senza che si squagli la pellicola o vengano fuori colori orripilanti.

Si può obiettare che sulla Luna il lato esposto al sole della fotocamera si scalda fortemente, mentre quello in ombra si raffredda altrettanto intensamente; ma occorre tenere conto del fatto che questi processi non sono repentini, anche perché fra fotocamera e pellicola c'è poco trasporto di calore: infatti dentro la fotocamera c'è il vuoto, proprio come in un thermos. Il calore e il freddo si propagano dal corpo macchina verso la pellicola e viceversa per conduzione soltanto nelle poche zone di contatto fra corpo e pellicola.

Del resto, se si sostiene che è impossibile che una pellicola sopporti le condizioni di vuoto e di temperatura sulla Luna, allora si deve sostenere che tutte le foto mai fatte nello spazio durante le passeggiate spaziali russe e americane sono dei falsi, perché non ci sono differenze, né di temperatura né di vuoto né di esposizione al sole, fra le condizioni sulla Luna e quelle in orbita intorno alla Terra.

Inoltre, dato che alla NASA non erano stupidi, le fotocamere lunari (delle Hasselblad) erano state trattate appositamente in modo da avere superfici riflettenti, anziché quelle classiche nere. Queste superfici riflettenti respingevano gran parte del calore ricevuto dal sole e mediamente tenevano la pellicola a una temperatura ottimale. Si può vedere un esempio di questo trattamento superficiale delle fotocamere nelle immagini qui sotto.



Una Hasselblad EDC del tipo usato per le missioni lunari Apollo. Immagine tratta da Hasselblad.com.

Si può poi obiettare, come notato sopra, che la pellicola chimica ha una gamma di temperature piuttosto ristretta, tanto che i fotografi professionisti stanno bene attenti a tenere le pellicole al caldo o al fresco secondo necessità. Ma questa è una gamma ottimale, specificata per ottenere i risultati cromatici migliori: non vuol dire che al di fuori della gamma la pellicola si rompe o si liquefa.

Nel caso delle foto lunari, oltretutto, non fu impiegata una pellicola qualsiasi: fu adottata una pellicola da 70 mm della Kodak, concepita appositamente per le ricognizioni fotografiche in alta quota, nelle quali doveva sopportare temperature fino a -40°C. La pellicola aveva una base sottile di poliestere (Estar) fatta su misura, che fonde a circa 260°C, ed usava un'emulsione Ektachrome in grado di lavorare su un'ampia gamma di temperature.

Fra l'altro, il supporto sottile forniva altri vantaggi: permetteva a ciascun caricatore di contenere 160 pose a colori e 200 in bianco e nero e garantiva buona stabilità dimensionale (la pellicola si deforma di meno). Questo tipo di supporto era inoltre necessario per le missioni spaziali, perché nel vuoto il poliestere tende a rilasciare meno vapori solventi, potenzialmente dannosi, rispetto ai normali supporti a base di cellulosa (Photography Equipment and Techniques, pag. 116-117).

Per le riprese a colori furono utilizzate pellicole invertibili, ossia pellicole che possono essere sviluppate in modo da produrre un'immagine positiva (con i colori corretti). La scelta può sembrare strana, dato che la pellicola per negativi ha una maggiore tolleranza alle condizioni di luce difficili e alle sovra e sottoesposizioni, ma fu dettata dal fatto che usando dei negativi sarebbero sorti problemi di fedeltà dei colori. Nelle foto scattate nello spazio o sulla Luna, infatti, sarebbe mancato spesso qualunque oggetto familiare da usare come riferimento per i colori, come si fa sulla Terra, e quindi i tecnici dei laboratori fotografici non avrebbero saputo come regolare il procedimento di stampa dei negativi per ottenere i colori reali. La pellicola per diapositive non ha questo problema.

La pellicola da 70 mm utilizzata nelle Hasselblad lunari fu, secondo i documenti (6) e (7), dei seguenti tipi:

  • SO-368: Kodak Ektachrome MS invertibile a colori, ASA 64
  • SO-168: Kodak Ektachrome EF invertibile a colori, ASA 160
  • SO-164 o 3400: Kodak Panatomic-X, in bianco e nero, ASA 80

Le pellicole di tipo SO-168 esposte in interni, identificate dalla sigla CIN (Color Interior), furono esposte e sviluppate a 1000 ASA.

L'errore dei lunacomplottisti è, ancora una volta, quello di sottovalutare la competenza tecnica degli esperti di settore, che a queste e mille altre cose hanno ovviamente pensato proprio perché esperti, e di misurare gli altri con il metro delle proprie inadeguatezze.

Fonti: 
(1) Astronaut Still Photography During Apollo
(2) Photography Equipment and Techniques: A Survey of NASA Developments
(3) Apollo Missions Photography
(4) Apollo 11 Mission Photography
(5) Apollo 11 photography 70-mm, 16-mm, and 35-mm index
(6) Apollo 11 Lunar Photography (NSSDC Report 70-06)
(7) Apollo 12 Photography Index (NASA CR-197662)

2009/02/05

A cosa servono le crocette nelle foto lunari?

di Paolo Attivissimo

Le crocette nere disposte ad intervalli regolari nelle fotografie scattate durante le missioni Apollo sono state rese celebri dalle immagini di queste imprese lunari, tanto da diventare quasi un'icona del linguaggio grafico. In realtà esistono da ben prima dello sbarco sulla Luna e hanno funzioni ben precise ma poco conosciute al grande pubblico.

Denominate fiducials o fiduciary marker o reseau marks, le "crocette" erano segni neri incisi su una lastra di vetro trasparente (reseau plate), collocata sul retro del corpo macchina di ciascuna delle fotocamere Hasselblad utilizzate dagli astronauti lunari, in modo che quando il caricatore di pellicola veniva montato sul corpo macchina questa lastra si collocasse fra la pellicola e l'obiettivo, a contatto diretto con la pellicola stessa.

In questo modo, al momento dello scatto fotografico la luce passava attraverso la lastra prima di raggiungere la pellicola, ottenendo direttamente nella fotocamera la sovrimpressione del reticolo di crocette presente sulla lastra.

L'Apollo Lunar Surface Journal spiega che la reseau plate delle fotocamere lunari Hasselblad (Lunar Surface Data Camera) era dotata di una griglia di 5 x 5 crocette. I centri delle crocette erano a 10 mm l'uno dall'altro, con una tolleranza di 0,002 mm. Ciascun braccio delle crocette (a parte quella centrale, più grande delle altre) era lungo 1 mm e largo 0,02 mm.

La funzione delle "crocette" è molteplice. Per esempio, la loro presenza permette di notare eventuali deformazioni della pellicola o distorsioni dovute a ristampe, duplicazioni, scansioni o elaborazioni digitali errate, come documentato anche nel caso di missioni di sonde automatiche come la Voyager (i dettagli delle "crocette" di questa sonda sono qui). Basta applicare un algoritmo di correzione e le immagini vengono ripristinate alle loro proporzioni giuste. Per questo motivo i reseau marks sono presenti in molte altre fotografie fatte nello spazio, sia da astronauti, sia da sonde automatiche, prima e dopo le missioni Apollo: l'enorme popolarità delle immagini delle missioni lunari umane le ha semplicemente fatte conoscere ai più.

Le crocette non possono essere usate per correggere distorsioni prodotte dall'obiettivo: per ragioni ottiche evidenti, possono rivelare solo quelle generate a valle, ossia prodotte dalla pellicola stessa o dai trattamenti che la pellicola subisce dopo l'esposizione. Invece Bill Kaysing, nel suo libro Non siamo mai andati sulla Luna, dimostra la propria pessima conoscenza dei princìpi ottici dei quali discute con apparente sicurezza: a pagina 50 del libro, infatti, sostiene che "Grazie a questo sistema infatti, le aberrazioni causate dall'obiettivo sulla pellicola si sarebbero potute misurare (rilevando l'eventuale deformazione e "fuori asse" delle crocette) e correggere facilmente in fase di riproduzione applicando una deformazione contraria".

I reseau marks consentono anche di verificare che una fotografia sia presentata integralmente, senza tagli o riquadrature.

Uno degli esempi più interessanti di questa verifica è la famosissima foto di Buzz Aldrin sulla Luna durante la missione Apollo 11, catalogata con il riferimento AS11-40-5903: le versioni pubblicate dai giornali, come quella qui accanto, hanno quasi sempre aggiunto del cielo, perché la foto originale era inquadrata male (storta e quasi a mozzare la testa di Aldrin), e hanno rimosso la zampa del LM.

Qui sotto è mostrata la foto originale, completa di reseau marks, visibili cliccando sulla foto per vederne una versione a media risoluzione. Una scansione moderna ad alta risoluzione è disponibile su Hq.nasa.gov.


Un'altra funzione delle "crocette" è la determinazione delle distanze angolari fra oggetti inquadrati. L'ALSJ spiega che quando la fotocamera Hasselblad era dotata di obiettivo da 60 mm, la separazione apparente delle crocette era pari a 10,3 gradi. Con l'obiettivo da 500 mm, la separazione era pari a 1,24 gradi.

Questo è un metodo usato in fotogrammetria (la tecnica di creare mappe partendo da fotografie aeree) per ricostruire la forma tridimensionale di un oggetto partendo da foto multiple di quell'oggetto. Tuttavia, nel caso delle missioni Apollo gli astronauti non scattarono sistematicamente foto multiple dei vari oggetti, per cui non è possibile effettuare un'analisi fotogrammetrica su ogni immagine.

Secondo Clavius.org, in tempi recenti gli analisti di fotografie alla NASA hanno preso a usare le crocette principalmente come griglia di riferimento per indicare in che zona di una foto si trova un oggetto che desiderano indicare.

Il sito ClubHasselblad.com offre immagini della reseau plate offerta commercialmente dalla Hasselblad per il proprio modello cartografico MK70, per uso terrestre, visibile qui sotto.

2009/01/27

Come mai tutte le foto sono nitidissime e perfettamente inquadrate?

di Paolo Attivissimo

Un'obiezione ricorrente fra i teorici della messinscena lunare è che tutte le fotografie scattate sulla Luna sono sorprendentemente nitide, correttamente esposte e ben inquadrate, nonostante gli astronauti non fossero in grado di portare la macchina fotografica agli occhi per mirare (nelle prime missioni la fotocamera era infatti fissata al petto degli astronauti) e nessuno prima di loro avesse mai scattato fotografie sul suolo lunare. Come è possibile?

E' la domanda che pone il documentario della Fox Did We Land On the Moon a 22 minuti circa: "If the cameras were so difficult to manipulate, how were thousands of photos taken with crystal clarity, precise framing?" Dice Bill Kaysing: "The pictures that we see, that allegedly were taken on the Moon, are perfect!"

In realtà non è affatto vero che tutte le foto sono perfette. Oltre alle foto comunemente pubblicate, infatti, ci sono centinaia di foto sottoesposte, sovraesposte, mosse, sfocate e mal inquadrate, che però non vengono quasi mai mostrate, proprio perché fanno schifo. Sono comunque disponibili per la consultazione presso gli archivi su Internet indicati nella colonna di destra di questo blog. Qui sotto ne vedete alcuni esempi, scelti soltanto fra le foto scattate sulla superficie lunare: ce ne sono molte altre di questo genere anche nelle altre fasi delle varie missioni.

E' vero che gli astronauti delle prime missioni lunari avevano la fotocamera agganciata sul petto e quindi miravano "a spanne", ma è altrettanto vero che usavano un obiettivo grandangolare, con il quale è difficile sbagliare la mira. Nelle missioni successive le fotocamere furono dotate di mirino e di un teleobiettivo da 500 mm, e gli astronauti potevano impugnarle e comporre agevolmente l'inquadratura.

Inoltre la buona illuminazione sul suolo lunare riduce i problemi di messa a fuoco, perché consente di chiudere molto il diaframma, cosa che come i fotografi ben sanno crea una profondità di campo (intervallo di distanze tutte contemporaneamente a fuoco) molto estesa.

Per quanto riguarda il fatto che si trattasse delle prime foto scattate sulla Luna, le condizioni d'illuminazione al suolo erano abbastanza facili da dedurre (la quantità di luce che illumina la Luna è nota e non ci sono nubi che possono alterarla) e furono stimate in anticipo. Le successive missioni fecero tesoro dell'esperienza delle prime e affinarono queste stime. Infatti si nota chiaramente il miglioramento della qualità generale delle foto man mano che aumentava l'esperienza.

Apollo 11


AS11-37-5532. Dall'interno del modulo lunare allunato: mossa, sottoesposta e male inquadrata.

AS11-40-5970. La pellicola ha preso luce e in primo piano c'è un astronauta sottoesposto e sfuocato.

AS11-40-5965. Il Modulo Lunare, sottoesposto e male inquadrato.

AS11-40-5904. Un primo piano involontario del PLSS (zaino con aria e raffreddamento per attività sul suolo lunare), male inquadrato e sfuocato.

AS11-40-5894. La base del modulo lunare. A sinistra, sottoesposto e quasi invisibile, un astronauta.


Apollo 12


AS12-46-6819

AS12-47-7009

AS12-48-7078

AS12-48-7079

AS12-48-7080


Apollo 16


Serie di foto sovraesposte.


AS16-106-17409. Un'inquadratura maldestra tronca l'astronauta.


AS16-105-17188


Apollo 17


AS17-134-20517


Serie di foto sovraesposte.

2009/01/26

Perché nelle foto lunari non ci sono le stelle?

di Paolo Attivissimo. L'articolo è stato aggiornato dopo la pubblicazione iniziale.

Capita spesso di sentir dire, non solo dai lunacomplottisti ma da molte persone comuni, che le foto degli sbarchi lunari sono false perché mancano le stelle nel cielo:

Perché nelle fotografie di tutte le missioni Apollo le sole stelle visibili sono quelle della bandiera americana?
– Bill Kaysing, Non siamo mai andati sulla Luna, edizione italiana, pagina 61.

Dato che sulla Luna non c'è atmosfera, secondo questa teoria, le stelle dovrebbero essere ben visibili nelle foto anche durante il giorno lunare. I lunacomplottisti argomentano che non ci sono le stelle perché alla NASA si dimenticarono di metterle durante la creazione delle foto. La mancanza di stelle dimostrerebbe quindi che le immagini sono false e che fu tutta una messinscena.

In altre parole, i sostenitori della teoria della messinscena vorrebbero farvi credere che alla NASA avrebbero affidato la falsificazione più politicamente importante della storia a gente così cretina da dimenticarsi di mettere le stelle nelle foto.

Infatti soltanto chi non sa nulla di fotografia può sostenere un'argomentazione così ridicola. Il fatto che molti lunacomplottisti la sostengano dimostra solo una cosa: quanto siano incompetenti personaggi come Kaysing nell'argomento di cui parlano con tanta apparente sicurezza.

La spiegazione reale è molto semplice: le stelle non si vedono praticamente mai nelle foto sulla Luna perché non si devono vedere. E' questione di tecnica fotografica di base.

Infatti le stelle sono fioche rispetto al suolo lunare, illuminato a giorno dal sole. Per fare le foto senza sovraesporre il suolo, bisogna chiudere molto il diaframma dell'obiettivo (la parte dell'obiettivo che regola la quantità di luce che colpisce la pellicola) e usare un tempo di posa (il tempo per il quale la pellicola è esposta alla luce) molto breve, in modo da far entrare poca luce. Facendo entrare poca luce, però, non si fa entrare a sufficienza la luce fioca delle stelle. Quindi le stelle, nelle foto della superficie lunare, non si vedono quasi mai.

Se le si vuol vedere, bisogna aprire il diaframma della macchina fotografica e usare tempi di posa lunghi, nel qual caso però si sovraespone il suolo, che diventa tutto bianco. Ma agli astronauti interessava fotografare il paesaggio della Luna, non le stelle, per cui hanno esposto la pellicola per il tempo e con il diaframma che servivano per fotografare correttamente il suolo.

Potete verificare voi stessi questo principio in un modo molto semplice. Andate fuori di notte, quando ci sono in cielo le stelle, e guardate il cielo. Poi illuminate con una torcia una persona che vi sta davanti e guardatela. Non vedrete più le stelle, perché l'occhio si sarà adattato alla luce intensa che c'è in primo piano e quindi avrà escluso quella fioca delle stelle.

Lo stesso vale per le fotocamere: ripetete la prova con una macchina fotografica (digitale o a pellicola, fa poca differenza). Scoprirete che se esponete correttamente la foto in modo da vedere la persona illuminata, le stelle scompaiono; se esponete la foto in modo da far vedere le stelle (sarà necessario un tempo di posa di qualche secondo), la persona è fortemente sovraesposta.

Se neppure questo vi convince, date un'occhiata alle foto fatte nello spazio dagli astronauti di altre missioni spaziali. Anche lì non ci sono stelle: sono dunque falsificate anche queste immagini?


ISS016-E-029502. L'astronauta statunitense Rex Walheim durante una passeggiata spaziale fuori dalla Stazione Spaziale Internazionale, 15 febbraio 2008. Non ci sono stelle visibili.



S122-E-010982. La Stazione Spaziale Internazionale, in orbita intorno alla Terra, si staglia contro un cielo privo di stelle. 18 febbraio 2008.


La foto qui sotto è particolarmente significativa perché fu scattata durante la missione che portò nello spazio per la seconda volta l'astronauta italiano Umberto Guidoni. Anche lui fa parte del complotto?

Una veduta del vano di carico della navetta spaziale Endeavour durante la missione STS-100, aprile-maggio 2001. Anche qui, niente stelle.


Le stelle mancano anche in questa foto, che ritrae l'astronauta svizzero Claude Nicollier durante una passeggiata spaziale all'esterno dello Shuttle nel 1999:

Claude Nicollier, nel vuoto dello spazio, lavora sulla navetta spaziale Discovery, nel dicembre del 1999. Anche qui, niente stelle.


Le stelle non ci sono sia nelle foto recenti, come quelle mostrate qui sopra, ma non ci sono neppure in quelle d'epoca, anche prima dello sbarco sulla Luna. La foto qui sotto ritrae la prima passeggiata spaziale da parte di un astronauta statunitense, Ed White, durante la missione Gemini 4 nel 1965. Anche qui, guarda caso, niente stelle.


S65-34635. Ed White compie una passeggiata spaziale fuori dalla capsula Gemini 4, 3 giugno 1965.



Ma qualche stella in qualche foto spaziale c'è


Esistono comunque alcune immagini scattate nello spazio che mostrano le stelle. Questo non vuol dire che le stelle si dovrebbero vedere sempre: vuol dire semplicemente che quelle foto sono state scattate usando un tempo di posa lungo e un diaframma molto aperto, in modo da raccogliere più luce e quindi impressionare sulla pellicola oggetti fiochi, come appunto le stelle.

Per esempio, l'immagine qui sotto fu scattata durante la missione STS-35 dello Shuttle Columbia a dicembre del 1990 e mostra chiaramente la costellazione di Orione. Le stelle sono visibili perché la foto fu fatta con un tempo di posa lungo allo scopo di mostrare l'apparato che si vede nella foto (un telescopio sensibile ai raggi ultravioletti e X), che appare ben luminoso ma che al momento dello scatto era in realtà illuminato soltanto dal chiaro di Luna, mentre lo Shuttle viaggiava sopra il lato in ombra della Terra.



L'immagine qui sotto, la ISS016-E-26695, scattata dalla Stazione Spaziale Internazionale l'1/2/2008, mostra l'aurora boreale vista dallo spazio. Per poter catturare la sua luce relativamente fioca, il fotografo ha usato un tempo di posa lungo, che permette di vedere le stelle ma le rende "mosse" per via del moto della stazione. L'oggetto allungato in basso a sinistra è uno dei pannelli solari della stazione.



La fotografia qui sotto, datata 2009, proviene anch'essa dalla Stazione Spaziale Internazionale e mostra l'aurora e l'airglow (la luminescenza naturale dell'atmosfera) sopra l'Oceano Indiano. Anche qui il tempo di posa è molto lungo, tanto che le stelle sono mosse e la superficie della Terra è fiocamente visibile nonostante non sia illuminata dal sole (fonte: Boston Globe).



L'immagine qui sotto sembra contraddire quanto detto fin qui: la superficie della Luna è esposta correttamente, eppure in cielo sono visibili le stelle.



Ma la contraddizione è soltanto apparente, perché la luce che illumina la Luna non è quella del Sole, bensì quella solare riflessa dalla Terra (l'equivalente lunare del "chiaro di luna" terrestre), che è assai più fioca. Il "Sole" che brilla nel cielo è in realtà il pianeta Venere, fortemente sovraesposto. L'immagine fu scattata dalla sonda Clementine nel 1994, come descritto in dettaglio qui.


Stelle (e pianeti) anche nelle missioni Apollo


In realtà non è del tutto vero che nelle immagini delle missioni Apollo mancano completamente le stelle. Infatti anche in queste missioni furono scattate foto che immortalarono alcuni corpi celesti. Per esempio, durante la missione Apollo 16, il 21 aprile 1972, fu scattata questa fotografia, AS16-123-19657, usando un telescopio e una speciale pellicola sensibili al lontano ultravioletto:



Una versione ruotata ed etichettata identifica le singole stelle delle costellazioni del Capricorno e dell'Acquario. Il corpo celeste rotondo al centro è la Terra, adornata da due fasce di aurora che s'incrociano. Notate che la Terra è una macchia bianca indistinta, perché è sovraesposta.



Nel corso della missione Apollo 14, invece, fu fotografata Venere, che è molto più luminosa di qualsiasi altra stella (tanto che è visibile anche di giorno, sulla Terra, se si sa dove guardare). L'astronauta Alan Shepard, al termine della seconda passeggiata sul suolo lunare, si accorse di Venere che splendeva accanto a una falce di Terra e scattò una serie di fotografie con varie regolazioni di posa. Due di queste, AS14-64-9191 (qui sotto, cliccabile per ingrandirla) e AS14-64-9192, mostrano un puntino accanto alla falce di Terra.



Il puntino è a malapena visibile nell'immagine originale ed è evidenziato nei dettagli qui sotto, nei quali è stata esagerata l'esposizione mediante un'elaborazione digitale.



La Terra, estremamente luminosa e quindi ben visibile anche in fotografie scattate con tempi di posa brevi, è stata fotografata più volte dagli astronauti lunari, sia dall'orbita lunare, sia dalla superficie del nostro satellite. Oltre alle celebri foto del "sorgere" della Terra visto dalla Luna (in realtà il movimento fu prodotto dallo spostamento del veicolo spaziale che orbitava intorno alla Luna), ci sono foto come questa, la AS17-134-20384, scattata durante la missione Apollo 17 a dicembre del 1972, che ritrae Harrison Schmitt accanto alla bandiera degli Stati Uniti:



Ecco un dettaglio della foto precedente:



Persino qualche lunacomplottista l'ha capita


Ecco come Massimo Mazzucco, strenuo sostenitore della falsificazione degli sbarchi lunari, smentisce la teoria delle stelle mancanti sul suo sito Luogocomune.net:

[mia domanda a Mazzucco:] Massimo, visto che è una questione schiettamente fotografica e tu sei del mestiere, gliela spieghi tu una volte per tutte che le stelle NON CI DEVONO ESSERE nelle foto della superficie lunare? Così almeno questa la togliamo di mezzo?

Glielo ho già detto mille volte, Paolo, giuro sui miei figli. Ma deve essere qualcosa più forte di loro, perchè mi ignorano regolarmente. L'ultima volte ho pur spiegato la cosa coi diaframmi e i tempi di posa: se in sole fotografi a 1/250 f8-11, e se calcoli che ogni unità del diaframma equivale a un raddoppio del tempo di posa....

Niente. Non passa, ed è proprio una delle cose che fa più danno alla tesi MoonHoax.




Ipse dixit.